L'udienza coi familiari dell'imputato

In aula: «È intollerabile, basta!» Bossetti sbotta in difesa di Marita

In aula: «È intollerabile, basta!» Bossetti sbotta in difesa di Marita
Cronaca 24 Febbraio 2016 ore 20:34

In aula la pm Ruggeri e l’avvocato Pelillo, che assiste la mamma di Yara, incalzano Marita Comi, moglie di Massimo Bossetti. Vogliono capire chi è stato, se lei o suo marito, a fare ricerche sui siti a luci rosse dai due computer di casa. C’è la parola chiave “tredicenni” a gettare ombre pesanti sul muratore di Mapello. Marita ammette di aver guardato i siti porno sia da sola che insieme al suo uomo, nega però di aver digitato “tredicenni”. Lo ripete più volte, ma l’avvocato non demorde e quando si mette ad elencare una ad una tutte le ricerche fatte sui pc, Bossetti dalla gabbia in cui è rinchiuso sbotta: «È intollerabile, basta!».

È stata l’unica reazione dell’uomo accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio in una giornata carica di tensione che ha visto sfilare davanti ai giudici i suoi più stretti familiari. Oltre alla moglie Marita, la madre Ester Arzuffi, il fratello Fabio e il cognato Osvaldo Mazzoleni. Prima di loro, in mattinata, avevano testimoniato Alma Azzoli, la donna di Trescore che aveva raccontato ai carabinieri di aver visto nell’estate del 2010 Bossetti in auto con una ragazzina proprio nei pressi della palestra di Brembate di Sopra, e Rodolfo Locatelli, compagno di sezione di Bossetti nel carcere di via Gleno.

Quella di oggi era una delle udienze più mediatiche del processo e fin dalle prime ore del mattino all’esterno del tribunale c’era una folla di cameramen e fotografi. L’aula era stracolma e le misure di sicurezza erano state rafforzate a dovere. Le testimonianze più attese erano ovviamente quelle di Ester Arzuffi e di Marita Comi, attese per il pomeriggio.

 

++ Yara: Bossetti sbotta 'è intollerabile, basta' ++

 

La madre di Bossetti. Accompagnata in tribunale dal legale Benedetto Maria Bonomo e da due guardie del corpo, Ester Arzuffi ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, così come Fabio Bossetti, fratello dell’imputato, che si è limitato a dire: «State facendo un grave errore». È stato l’avvocato Bonomo ha spiegare la scelta della madre di Bossetti: «Non ha parlato per difendere la sua dignità di donna, madre e moglie», ha detto il legale. «Qualcuno avrebbe potuto porle la domanda sulla paternità dei suoi figli». Ester Arzuffi ha infatti sempre negato, come invece stabilito dalle indagini, che Massimo Bossetti sia figlio di Giuseppe Guerinoni, l’autista di autobus di Gorno morto nel 1999. Ma anche accertamenti fatti dalla famiglia in forma privata hanno confermato che Massimo non è figlio di Giovanni Bossetti. In ogni caso, ha concluso l’avvocato Bonomo, «la mia assistita avrebbe potuto rappresentare solo la visione che lei ha del figlio, non influente sul processo».

Marita Comi. Gran parte delle domande del pm si sono concentrate sulle ricerche effettuate sui siti hard. La moglie di Bossetti ha spiegato che era spesso lei a farle, «da sola o insieme a Massimo», ma non abbiamo mai digitato la parola “tredicenni”». Ha poi aggiunto di non avere mai subito percosse o maltrattamenti dal marito, di aver parlato diverse volte con lui del caso Yara e di avergli chiesto di recarsi insieme a Chignolo d’Isola sul luogo del ritrovamento del corpo. L’avvocato Andrea Pezzotta, che assiste invece il padre e la sorella di Yara, ha chiesto conto a Marita di due intercettazioni in carcere tra lei e il marito, nelle quali la donna insisteva nel chiedergli della sera dell’omicidio. «Cosa hai fatto quella sera? Come fai a non ricordarti?». Interrogata dagli avvocati della difesa, Claudio Salvagni e Massimo Camporini, Marita Comi ha detto che quel pressare Bossetti fa parte del suo carattere: «Uscivano notizie date per certe – ha spiegato – e io volevo sapere la verità da lui. Per come lo conosco io, se fosse stato Massimo a uccidere Yara sarebbe crollato subito e io lo avrei piantato, anche per tutelare i miei bambini». Alla fine ha ribadito con forza ancora una volta di essere convinta dell’innocenza di suo marito.

 

Yara: Teste, vidi Bossetti in auto con una ragazzina

 

Alma Azzolin. L’udienza si era aperta in mattinata con la deposizione della testimone-chiave, Alma Azzolin, la casalinga di Trescore che aveva dichiarato di aver visto Bossetti l’estate prima del delitto in compagnia di una ragazzina di 13-14 anni a bordo una station wagon nel parcheggio del cimitero che si trova nelle vicinanze della palestra di Brembate Sopra. La donna ha raccontato che l’uomo «aveva gli occhi chiarissimi e mi fissava intensamente, tanto che ho provato disagio». E quando l’avvocato Pelillo le ha chiesto: «Vede qui in aula la persona che ha descritto?», Alma Azzolin non ha avuto dubbi: «Sì, è lui», ha detto, indicando il muratore di Mapello. La donna ha aggiunto di essere convinta che la ragazzina fosse Yara: «aveva l’apparecchio per i denti e le guance molto rosse». Ha inoltre confermato di aver visto una seconda volta Bossetti alla cassa del supermercato Eurospin. Quattro anni dopo, guardando una trasmissione televisiva si era ricordata di quegli episodi e ne aveva parlato con i carabinieri.

Nel corso del controesame, i difensori di Bossetti hanno detto di avere tutti gli elementi per dimostrare che Bossetti quel giorno non era dove ha raccontato la testimone. La donna infatti accompagnava la figlia agli allenamenti di ciclismo il martedì e il giovedì e colloca l’episodio tra metà agosto e l’inizio dell’anno scolastico. Questo significa, secondo i difensori, che l’unico giorno possibile è il 9 settembre. «Abbiamo la certezza – hanno spiegato gli avvocati – che in tutti i martedì e i giovedì di quel periodo Bossetti si trovava a pranzo lontano. E possiamo anche dimostrare che non c’era neanche il 9 settembre 2010». Camporini ha pure sottolineato alcune incongruenze nella testimonianza della donna, come particolari sull’auto e sul colore dei capelli della ragazzina, diversi dalla prima versione fornita agli inquirenti.

Rodolfo Locatelli. Dopo la supertestimone dell’accusa, è stato sentito a porte chiuse Rodolfo Locatelli, compagno di sezione di Bossetti nel carcere di via Gleno, che ha parlato per circa mezz’ora nascosto dietro un paravento. Il detenuto ha raccontato che un compagno di cella, Loredano Busatta, che sostenne di aver raccolto le confidenze di Bossetti, gli chiese di avvalorare la sua versione raccontando «che il muratore aveva confessato il delitto, ma io dissi di no». Locatelli rifiutò perché da Bossetti non aveva sentito nulla di questo e perché «una persona seria queste cose non le fa: abbiamo parlato qualche volta di aspetti processuali, ma le nostre conversazioni non sono mai state specifiche», nessuna confessione dunque.

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