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Arriva anche la "Carta del Prof"

Autonomia, autonomia, autonomia Ecco la riforma Renzi della scuola

Autonomia, autonomia, autonomia Ecco la riforma Renzi della scuola
Cronaca 13 Marzo 2015 ore 21:05

La strada scelta è quella del Disegno di Legge, per cui il Parlamento potrà dire la sua e modificare almeno in parte la proposta di Renzi, ma il concept, il disegno complessivo della riforma, è già chiaro e contenuto in una sola parola ripetuta: autonomia, autonomia, autonomia. Dal punto di vista della gestione dei singoli istituti il principio si incarna nel punto più innovativo del progetto: saranno i presidi a scegliere gli insegnanti direttamente da un Albo nel quale saranno pubblicati anche i curricola dei docenti “in assoluta trasparenza”.

Si entrerà solo per concorso. Problemi ce ne saranno tanti, ma la procedura è chiara: una volta assunti i 100mila precari che costituiscono la vergogna – il premier è stato più morbido: “la ferita” – di 20 anni di promesse non mantenute nei confronti del corpo docente, risolto il problema di tutti quelli che hanno vissuto sospesi nel limbo delle gae (graduatorie a esaurimento) e dei vincitori del concorso del 2012, nella scuola si entrerà solo per concorso. Finalmente. I vincitori saranno iscritti in un Albo e i presidi, considerate le loro caratteristiche in relazione al progetto della scuola, chiameranno direttamente l’uno piuttosto che l’altro senza passare per quelli che una volta si chiamavano provveditorati.

Ci voleva tanto a pensare una cosa così? No. Bisognava solo modificare – ribaltare? – un modo vecchio di pensare l’amministrazione scolastica. Per questo immaginiamo che in Parlamento le forze che hanno da sempre sostenuto (e sostengono ancora) quel modo – molti militano nel partito del premier – daranno battaglia. E dato che Renzi vuole condurre in porto velocemente la sua riforma – lo ha detto chiaramente – non è improbabile che si passerà dal Disegno di Legge alla decretazione d’urgenza sempre abominata ma anche grande risorsa di chi ritiene che la mancanza di tempo abbia la precedenza sui dibattiti in aula.

 

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Addio ai supplenti e al tempo-scuola. Oltre alla possibilità di chiamare direttamente i docenti, i presidi avranno un’altra, fondamentale, opportunità: quella di organizzarsi una scuola in grado di far fuoco e fiamme, ossia di servire realmente il territorio. A questo scopo è stata prevista una nuova modalità di organizzare il lavoro dei docenti nei singoli istituti. Si chiama “organico funzionale” e consente di utilizzare i prof. selezionati per chiamata diretta non soltanto per l’insegnamento tradizionale, ma anche per sviluppare progetti che implichino la partecipazione degli studenti indipendentemente dalla loro appartenenza all’una o all’altra classe. A disposizione del piano complessivo dell’istituto proposto dal preside, questi docenti “funzionali” potranno essere chiamati anche a sostituire colleghi temporaneamente assenti. Significa la fine contestuale della piaga dei supplenti. Ma soprattutto si potrà pensare di organizzare in modo nuovo il tempo-scuola: niente vieta infatti che l’edificio resti aperto anche oltre l’orario scolastico tradizionale per consentire lo svolgimento di attività garantite dalla presenza e dall’interesse dei docenti.

Cinquanta euro per libri e spettacoli. I quali, udite udite, avranno anche la “Carta del prof” (cinquanta euro al mese per dieci mesi) da spendere in attività culturali come la partecipazione a concerti e spettacoli teatrali, acquisto di libri, visite a mostre e musei. Cinquecento euro all’anno (un milione di lire, secondo la metrica degli insegnanti anziani) per poter fare quello che sempre si sarebbe desiderato poter fare – migliorare se stessi, respirare un po’, vagare in santa pace a Palazzo Doria Pamphili – sembrano davvero un sogno. Speriamo che non venga tagliato. D’altra parte il governo pare realmente disposto a spendere, perché in parte ha mantenuto (ha dovuto mantenere) gli scatti di stipendio per anzianità, ma poi ha aggiunto 200 milioni per premiare i docenti che si danno maggiormente da fare e ottengono i risultati migliori. L’organico della scuola italiana è tra i più vecchi in Europa e quindi ci permettiamo di ricordare che 200 milioni significa 400 miliardi. Che non saranno più quelli di un tempo, ma sono comunque una bella cifra. E comunque costituiscono un’altra “prima volta”.

 

 

Paritarie: era meglio il buono scuola. Altro guizzo – non proprio guizzante – della riforma: le paritarie. Coloro che vi manderanno i figli potranno godere della detrazione fiscale, che non è una grande risorsa, perché spesso i costi della frequenza sono troppo alti per una famiglia media. Detto per esperienza: era meglio il buono-scuola. Due misure collaterali potrebbero tuttavia migliorare la situazione: il cinque per mille, che potrà essere destinato anche alle scuole, e lo “school bonus”, che dev’essere detto in inglese per non confonderlo con l’altro, in italiano. “School bonus” significa che chi farà donazioni a favore delle scuole per la costruzione di nuovi edifici, per la manutenzione dei vecchi, per la promozione di progetti dedicati all’occupabilità degli studenti, avrà un beneficio fiscale (credito di imposta al 65%) in sede di dichiarazione dei redditi. Bisognerà lottare contro i maniaci dello statalismo ad oltranza, che riterranno ingiusto che i ricchi (i donatori) finanzino i ricchi (i gestori e gli utenti della paritarie), ma tant’è: se ne faranno una ragione. Le paritarie, infatti, non sono frequentate solo dai nababbi. Anzi. E se una scuola pubblica non statale potrà giovarsi dei contributi per quanto sopra ricordato, magari riuscirà anche a render le rette meno brucianti.

La musica e la storia dell’arte. Infine bisogna dare atto al Ministro Franceschini di aver contribuito a questo clima di rinnovamento twittando la sua felicità per la reintroduzione nella scuola della musica e della storia dell’arte. Se l’organico funzionale si dedicasse a sviluppare in modo professionale questi due settori di attività potremmo davvero risollevare il nostro Paese riducendo drasticamente la disoccupazione da un lato, e – dall’altro – il degrado dello sguardo e dell’orecchio della popolazione, nonché quello degli edifici deputati alle muse che ne sono le vittime. Stesso discorso per inglese (gli insegnanti dovranno saperlo alla perfezione, ha detto l’inventore del “globish”, l’autoironico inglese del premier) e per la ginnastica (educazione motoria), «che non può essere il giocattolino in attesa di fare altre cose». D’altra parte, se mancano le palestre e i campi sportivi – e non abbiamo la savana e il cielo dei Caraibi per correre – che altro si può fare?  

 

 

Conclusione. Dunque: autonomia. Cioè, fondamentalmente: presidi e insegnanti. I quali saranno tutti – ha affermato Renzi – rigorosamente valutati. Prima però, ci permettiamo sommessamente di suggerire, andrebbero aiutati a svolgere un compito che la riforma fa intravvedere come molto più interessante di prima, certamente, ma anche molto più gravoso, perché molto più progettuale.

Che altro resta da dire se non che saranno stanziati fondi per la messa a norma degli edifici? Magari succedesse davvero. Ma su questo ci permettiamo di nutrire qualche dubbio, non perché il governo non sia disposto ad erogare fondi, ma perché l’edilizia – in molte regioni – è un settore assai complicato da gestire. Speriamo che i nuovi – e i vecchi – presidi ce la facciano a venirne fuori senza dover subire troppi attentati.

In ritardo di 20 anni. Resta da dire questo: che si è scelto di percorrere la strada del rinnovamento delle strutture gestionali invece di ripensare a fondo il rapporto che la scuola dovrebbe intrattenere con un mondo che non è più quello per cui era stata pensata due secoli fa. Probabilmente – nelle condizioni in corso – non si poteva fare diversamente. Però il sospetto che una scuola rinnovata in questo modo possa essere qualcosa che assomiglia all’ultima versione superaccessoriata di un modello di auto che già si pensa di togliere dalla produzione resta forte, per non dire fortissimo.

Si fosse immaginata (e fosse stato possibile dar luogo a) una scuola come questa una ventina di anni fa sarebbe stato bellissimo. Oggi lo stesso progetto potrebbe rischiare di venir travolto se non altro dai mutamenti troppo rapidi (per la scuola) della società. Del lavoro e della tecnologia (che sono poi la stessa cosa) prima di tutto. Degli assetti familiari – e della produzione e del corso delle leggi – immediatamente dopo.