Cronaca
La testimonianza al Quirinale

Che cosa ha detto Napolitano In attesa della trascrizione ufficiale

Che cosa ha detto Napolitano In attesa della trascrizione ufficiale
Cronaca 28 Ottobre 2014 ore 15:30

Sala del Bronzino del Quirinale, dalle 10.05 alle 13.35: tra procedure e ricostruzione dei fatti, tre ore e mezza di testimonianza (con quindici minuti di pausa) per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - in impeccabile completo blu -, che ha risposto alla Corte d'Assise di Palermo nel contesto del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Dalla sala erano stati banditi telefonini, tablet, telecamere e i giornalisti hanno atteso fuori, in piazza, qualsiasi indiscrezione, in attesa della trascrizione ufficiale: a decretare l'off limits per la stampa è stata una decisione del Quirinale, dopo che le procura aveva dato il nullaosta alla presenza da remoto dei media, rifiutata però dal Colle. Nessun collegamento in videoconferenza nemmeno con i boss mafiosi imputati nel processo come Totò Riina, che avevano richiesto di assistere.

 

Infografica: trattativa Stato-Mafia; deposizione Napolitano

 

Al termine della deposizione, il Quirinale ha fatto sapere in una nota che il Presidente «ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla corte stessa». Auspicando «che la Cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l'acquisizione agli atti del processo, affinché sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all'opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal Capo dello Stato con la massima trasparenza e serenità». In attesa, dunque, della nota definitiva, quali erano le questioni in gioco? Di che cosa è stato chiamato a testimoniare Napolitano? E come ha risposto, stando a quanto è possibile finora ricostruire?

Gli «indicibili accordi». Il Presidente era chiamato, innanzitutto, a raccontare cosa gli riferì il suo ex-consigliere giuridico Loris D'Ambrosio, che, in un lettera del 18 giugno 2012 (un mese prima di morire), facendo riferimento agli anni Novanta, quando, come magistrato, era in servizio prima all'antimafia e poi al Dap, scrisse di sentirsi «utile scriba» di «indicibili accordi». Si tratterebbe, secondo la procura, di avvenimenti relativi agli anni 1989-1993, riconducibili, secondo i magistrati, proprio alla trattativa Stato-mafia.

A tal proposito, Napolitano aveva già inviato, nello scorso novembre, una lettera al Presidente della Corte, nella quale diceva di non aver avuto «ragguagli» o «specificazioni» da D'Ambrosio e pertanto di non avere «da riferire alcuna conoscenza utile al processo». Versione confermata, se è vero che Napolitano - secondo i legali presenti alla deposizione - avrebbe risposto che il suo consigliere non chiarì mai a cosa si riferisse quando utilizzò quell'espressione. Il Presidente avrebbe anche descritto alla Corte lo stato di esasperazione in cui si trovava l'ex-consigliere giuridico, che vedeva messa in discussione la sua lealtà di servitore dello Stato, dopo la campagna mediatica seguita alla pubblicazione delle sue intercettazioni con Nicola Mancino.

L'avvocato del Comune di Palermo Giovanni Airà Farulla conferma la posizione del Presidente, che avrebbe dichiarato di «non aver mai saputo di accordi tra apparati dello Stato e Cosa Nostra per fermare le stragi». Anche Lica Cianferoni, legale di Totò Riina, ha riferito che il Presidente avrebbe dichiarato di essere, «rispetto al 41 bis, uno spettatore di questa vicenda, non sono un giurista». Un legale della difesa precisa: «La parola "trattativa" non è mai stata usata» nel corso della deposizione. E l'avvocato Giuseppe Di Peri, legale di Marcello Dell'Utri, ha concluso: «Il clima è stato più che sereno e il Presidente della Repubblica disponibilissimo. Non credo che questa testimonianza sia stata tanto utile come credevano i pm».

L'allarme attentati. La seconda questione "scottante" doveva approfondire i fatti accaduti nel 1993 (quando Napolitano era Presidente della Camera), partendo dall'allarme attentati a Napolitano stesso e a Giovanni Spadolini, lanciato dal Sismi il 29 luglio 1993. La lettera riservata agli 007 era stata requisita ai fini del processo, assieme ad una nota del Sisde del 20 agosto 1993, in cui si parlava dell'intenzione di Cosa Nostra di avviare una trattativa con le istituzioni. Secondo l'avvocato Nicoletta Piergentili - della difesa di Nicola Mancino - il Presidente della Repubblica avrebbe dichiarato di non essere mai stato «minimamente turbato» dalle notizie su presunti attentati alla sua persona, dacché «faceva parte del ruolo istituzionale. Chi riveste un ruolo istituzionale non può mostrare paura o farsi intimidire. Parisi mi disse di continuare a fare la mia solita vita e quindi avevo percepito che c'era un'allerta ma non era importante».

Sulle stragi. Il Fatto Quotidiano riporta ulteriori dettagli circa la testimonianza, relativi, in particolare, alla questione delle stragi '92-'93, che Napolitano avrebbe definito «un sussulto della fazione oltranzista di Cosa Nostra, con la funzione di dare aut aut ai pubblici poteri o fare pressioni di tipo destabilizzante. L'allarme non venne sottovalutato, anche il black out a Palazzo Chigi fu preso con attenzione». E ancora, il Presidente avrebbe detto: «La strage di Capaci fu un fatto talmente forte da essere da stimolo a trovare un accordo politico sulla nomina di Oscar Luigi Scalfaro a capo dello Stato». Così come la «strage di via d'Amelio accelerò la conversione del decreto legge dell'8 giugno 1992 che introduceva il carcere duro per i mafiosi», avrebbe riferito, precisando che si doveva dare un segnale al nemico mafioso. Napolitano avrebbe anche ribadito che non vi furono contrapposizioni politiche circa la necessità di mostrarsi intransigenti nella lotta alla mafia.

«Un importante contributo per la verità». Per il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, l'udienza è stata un successo: «Il presidente ci ha dato un importante contributo per la ricerca della verità. Siamo molto, molto soddisfatti. Abbiamo incassato un risultato straordinario dal punto di vista processuale, perché Napolitano ha detto che subito dopo le stragi di Roma, Firenze e Milano del ’93 tutte le più alte istituzioni hanno capito che era la prosecuzione del piano stragista di Cosa Nostra, che tendeva a ottenere un aut aut. O si ottenevano benefici di natura penitenziaria per l’organizzazione o ci sarebbero state finalità destabilizzanti. Questo per noi è il cuore del processo. E questo è arrivato dalla viva voce del Capo dello Stato». Da Teresi, inoltre, ulteriori dettagli: «Abbiamo potuto porre tutte le domande previste e il Capo dello Stato non si è mai opposto. Non si è mai sottratto ad alcuna domanda».

Della stessa opinione anche il pm Nino Di Matteo, che ha rivolto al capo dello Stato le domande relative ai fatti del ’92/’93: «Oggi, grazie alla testimonianza di Giorgio Napolitano, abbiamo acquisito ulteriori e importanti elementi di conoscenza anche a conforto della nostra tesi processuale».

E una battuta. Non sono mancati momenti di ironia durante la testimonianza del capo dello Stato, che, a un certo punto, di fronte ad alcune domande dei pm che, secondo Napolitano, si stavano allontanando dal cuore della questione, avrebbe risposto: «Pensate che abbia la memoria di Pico della Mirandola?». O almeno così riferiscono i legali presenti.

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