Giovani migranti

Da Bergamo al posto fisso in Svezia Dove quel che si fa conta davvero

Da Bergamo al posto fisso in Svezia Dove quel che si fa conta davvero
17 Marzo 2017 ore 06:30

Stamattina a Stoccolma la neve scende abbondante coprendo tutto quanto, ma questo non ferma i bambini vestiti di tutto punto, con le loro pettorine gialle fosforescenti, guanti e berretti più grandi di loro. Questo è il quarto inverno che passo in Svezia come educatore e pedagogista in una scuola dell’infanzia nel centro di Stoccolma. La scelta di trasferirmi qui non è stata facile, Bergamo è sempre nel cuore, tutti i giorni penso alla mia terra, alla mia famiglia, ai miei amici rimasti, mi mancano. Però dovevo anche pensare a costruirmi un futuro, che nel campo dell’educazione è tutt’altro che facile, a Bergamo, e in generale in Italia.

La formazione e il lavoro. Penso ad esempio all’iter interminabile della legge Iori, che è da più di due anni in Parlamento e continua a essere rinviata, una legge che darebbe un po’ di stabilità al mondo dell’educazione italiano. Ho iniziato a frequentare l’Università degli studi di Bergamo, Scienze dell’Educazione, quando lavoravo ancora come educatore presso una cooperativa di Seriate, e poi durante l’ultimo anno mi sono trasferito in Svezia, dove ho potuto affrontare il tirocinio curricolare in una scuola di Stoccolma; ho dato gli ultimi esami e la tesi facendo il pendolare tra Svezia e Italia. Finita la laurea triennale ho iniziato a lavorare come educatore in una scuola materna e vi sono rimasto per due anni con un contratto a tempo indeterminato: sottolineo questo aspetto perché, abituato alla terra dei contratti capestro, mi è sembrato incredibile. Durante questo periodo ho studiato, facendo sempre il pendolare tra Stoccolma e Bergamo, Scienze Pedagogiche.

Il posto fisso in Svezia. Attualmente lavoro in una scuola materna che è stata fondata pochi anni fa e che ha come visione e azione pedagogica la “filosofia con i bambini”, un approccio che ho imparato a conoscere e che ho approfondito durante la laurea magistrale con il professor Manara, con il quale ho poi discusso la tesi. Proprio una parte del lavoro di preparazione della tesi mi ha messo in contatto con questa scuola, che si è interessata ai miei studi e ha chiesto di potermi assumere nonostante avessi già un lavoro in un’altra struttura. Una situazione che mi sembrava incredibile! Che non mi era mai capitata in Italia, dove a ogni fine anno scolastico restavo a spasso e solo potevo sperare che i vari appalti della cooperativa venissero rinnovati, altrimenti dovevo cambiare cooperativa o cercare altri posti di lavoro. In Svezia sono riuscito a trovare quella stabilità lavorativa che in Italia non mi è stato possibile ottenere, nemmeno dopo quasi dieci anni di lavoro, non per colpa del datore ma per via del “sistema Italia”.

I servizi veri e l’accoglienza. La stabilità nel lavoro mi ha consentito nel giro di tre anni di mettere da parte una quota per comprare una casa, firmare un mutuo senza richiedere la firma di un garante, poter pensare di mettere su famiglia senza l’angoscia di non sapere come pagare ad esempio l’asilo nido o di non sapere come far quadrare tutti i conti alla fine del mese. In Svezia, i servizi sono servizi per davvero, pago le tasse e vedo che vengono usate davvero per la collettività. Anzi a volte penso che potrei contribuire di più. Agli inizi la mia conoscenza della lingua svedese non era certamente ottima, ma nella scuola mi è sempre stata data la possibilità di poter esprimere i miei pensieri e le mie idee e nonostante fossi fra gli ultimi arrivati. Quando vado a scuola sento la fiducia del mio datore di lavoro, la fiducia delle colleghe e colleghi. Interesse per il mio passato di educatore in Italia e per la cultura che in un qualche modo rappresento.

La Svezia ha fame di Italia. In Svezia c’è fame di Italia, le linee guida che il ministero dell’istruzione, Skolverket, ha scritto per la scuola materna sono fortemente influenzate dal pensiero di Loris Malaguzzi, fondatore dell’approccio di Reggio Emilia. Questo mi fa realizzare ancora di più come l’Italia stia buttando al vento tante idee e possibilità. Penso sia incredibile come in Svezia certe competenze siano invece riconosciute, incentivate, apprezzate e ricercate, forse però sbaglio a dire che sia incredibile dato che dovrebbe essere la normalità, forse è incredibile quello che l’Italia nega, pensando anche al suo bagaglio culturale che viene paradossalmente apprezzato e valorizzato all’estero. Oltre alla “Scuola di Reggio Emilia” anche il pensiero di Maria Montessori qua in Svezia è diffusissimo. Perché invece noi italiani non riusciamo a valorizzare quello che abbiamo? Perché non sfruttiamo le nostre risorse? Perché non abbiamo un senso civico e a volte patriottico, nel senso positivo, per sfruttare il nostro potenziale invece di dividerci sempre?

Le possibilità e il futuro. In Svezia, benché anche qua non sia un El Dorado, c’è comunque una sensazione diffusa di positività e apertura, che consente a chi vuole fare di poter muoversi. Ognuno ha la sua possibilità di incidere nel proprio posto di lavoro. In poco più di un anno nella nuova scuola mi sono già tolto diverse soddisfazioni, come ad esempio l’avere potuto organizzare una serie di interventi di un pedagogista e filosofo, che è stato ospite pure presso l’Università di Bergamo, Walter Kohan, oppure di aver creato ponti con altre realtà come l’Università di Ginevra, dove l’anno prossimo assieme a una collega andremo a esporre il lavoro che facciamo. A volte le mie colleghe mi chiedono se mai tornerò in Italia, da un lato c’è sempre l’idea di tornare, perché comunque i miei affetti, oltre la moglie, sono lì, però se poi confronto la realtà italiana con le esperienze e opportunità che mi vengono concesse qua in Svezia, allora devo decidere che il biglietto aereo lo faccio solo per le vacanze.

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