Secondo il filosofo-economista Latouche

Bergamo non cresce più: 8 mosse perché questo sia un’opportunità

Bergamo non cresce più: 8 mosse perché questo sia un’opportunità
07 Maggio 2015 ore 08:00

Bergamo non cresce più. Lo ha confermato anche l’ultima istantanea scattata dalla Camera di Commercio. L’indagine congiunturale trimestrale dice che la produzione industriale è tornata leggermente a diminuire (-0,5 percento), mentre artigianato e commercio migliorano sì, ma di pochissimo:  + 0,1 percento e +0,4 percento. Se la crescita è diventata un miraggio sempre più distante, perché non pensare a una decrescita, possibilmente felice? Una provocazione che Bergamo si vedrà sbattere in faccia settimana prossima. Martedì 12 Bergamo Festival ospiterà infatti Serge Latouche, filosofo-economista francese e gran guru del downshifting, cioè il saper scalare marcia per lasciarsi raggiungere dalla felicità. La sua ricetta è semplice e rivoluzionaria: invece di inseguire sviluppo e ricchezza, invece di produrre a più non posso, impariamo a godere di quel che c’è. Invece di dipendere da bisogni spesso imposti dalla società dei consumi, cerchiamo di essere più autosufficienti. Una teoria discussa, soprattutto da chi crede che solo un’utopica ripresa sia la soluzione di tutti i mali.  Ma di fronte alle difficoltà – queste sì – crescenti, Latouche ci dà un suggerimento antico: in tempi di crisi perenne bisogna fare di necessità virtù e adattarsi. Anzi, ri-adattarsi. Per scoprire, magari, di stare meglio di prima. Come? Seguendo la regola delle “8 R”: rivalutare, ristrutturare, rilocalizzare, ricontestualizzare, riutilizzare, riciclare, ridurre, ridistribuire. A che punto è Bergamo? Può applicare a se stessa questo modello? Vediamo, erre per erre.

 

1) Rivalutare

Bergamo

È il primo passo, significa rivedere i valori cui ci si ispira. Il principio del “lavorare tanto, lavorare sempre”, che ha fondato l’etica bergamasca, è stato travolto da chiusure, licenziamenti, casse integrazioni. In città c’è sempre più gente a spasso. Occorre chiedersi come utilizzare diversamente la manodopera in eccesso, travasandola da un settore in contrazione a uno in espansione.  Dall’industria al turismo, ad esempio. Oppure dall’edilizia ai servizi alla persona. Non basta però uno schiocco di dita, serve una formazione professionale seria. Tasto dolente su cui ha pestato anche l’Ocse, di recente. Ci si riempie la bocca con la parola “riqualificazione”, ma i risultati sono deludenti. Il capitale umano bergamasco va aggiornato e riconvertito prima di essere “re-investito”.

 

2) Ristrutturare

Bergamo

Per decenni si è pensato solo a cementificare. Si è fatto scempio del verde e adesso ci ritroviamo con migliaia di appartamenti invenduti. Storiche imprese edili sono fallite, la gente non compra più case e costruirne di nuove è diventato inutile. Ristrutturare l’esistente è l’unica via. Lo ha capito tra i primi Italcementi, che alcuni mesi fa ha organizzato un convegno su Rammendo e rigenerazione urbana. Le archistar, da Renzo Piano in giù, hanno detto che per progettare il futuro bisogna ridisegnare le periferie. Quindi stop a nuovi ecomostri, piuttosto rivitalizziamo le aree dismesse. L’Università ha avviato la mappatura dei siti, il Comune di Bergamo ha lanciato incentivi per chi ristrutturerà vecchi immobili industriali, insediandovi start up innovative.

 

3) Rilocalizzare

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È la teoria del chilometro zero. Inutile acquistare prodotti da chissà dove, quando possiamo trovarli nell’orto sotto casa. In città sono diverse le cooperative sociali che coltivano ortaggi freschi, una è stabilita da anni sotto le Mura. E aumentano i ristoranti che valorizzano prodotti tipici, dal Tagliere a Mimì. L’agroalimentare è una risorsa da sfruttare anche in chiave turistica. Ma l’orto urbano può migliorare anche la vita e l’economia dei quartieri, favorendo un minimo di autosufficienza: la giunta Gori è orientata in questa direzione, vedremo se e come arriverà al traguardo.

 

4) Ricontestualizzare

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Significa in buona sostanza modificare il punto di vista. Quello che prima era inutile può diventare prezioso, e viceversa. Come la cultura, a lungo considerata un passatempo snob o, peggio, da lasarù. Non è vero che con la cultura non si mangia. Musei e mostre possono far guadagnare il pane a un bel po’ di gente, come si è visto con i Venerdì della Carrara. La cultura è un asset importantissimo in chiave turistica, forse l’unico insieme al paesaggio in grado di rilanciare l’economia orobica. Peccato averlo capito un po’ tardi.

 

5) Riutilizzare

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Le cose vecchie spesso sono meglio di quelle nuove. Vale per lo smartphone, ma anche per i monumenti dimenticati. Togliamoli dal dimenticatoio e restituiamogli nuova vita. Prendete Astino: abbandonato per decenni, è risorto. E tutto attorno sta rinascendo una valle intera. È un pezzo di Bergamo recuperato e aggiustato: bisogna vederli, i visitatori che entrano nella chiesetta restaurata del Santo Sepolcro. Tutti a naso in su, ammirati. Altro che progetti avveniristici e megalomani tipo Porta Sud. Recuperiamo il passato per costruire il futuro.

 

6 e 7) Riciclare e redistribuire

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La galassia della Caritas orobica è maestra nella specialità. Il Triciclo recupera abiti e oggetti usati e li rivende: il ricavato serve a sostenere i poveri. Si ricicla e al tempo stesso si redistribuiscono un po’ di risorse. Un circolo virtuoso che dà lavoro anche a persone svantaggiate e permette a chi compra di risparmiare. Un po’ ovunque spuntano negozi di seconda mano: vanno forte quelli dei corredi per l’infanzia. Gli oggetti possono avere una seconda e una terza vita, basta non essere fashion victim. Rinnovare il guardaroba è sacrosanto, gettarsi nello shopping compulsivo svuota non solo il portafoglio ma anche lo spirito.

 

8) Ridurre

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Tagliare gli sprechi è il ritornello di questi anni. Ma non si tratta solo di spending review. Occorre ridurre gli sprechi di cibo e gli eccessi in generale: ce lo impone non solo il senso di solidarietà verso chi fa la coda alle mense dei frati, ma anche la consapevolezza che un po’ di sobrietà aiuta a vivere meglio. Basta abbuffate, basta ostentazioni. Ognuno ha il dovere di guardarsi attorno e allungare la mano al vicino: chi ha troppo dovrebbe dare qualcosa a chi non ha nulla. Ridurre i bisogni di tutti, riducendo gli sprechi di pochi: questa è la sfida da vincere per costruire una città più giusta e sostenibile.

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