Perché non ha funzionato

Bitcoin, analisi di un fallimento

Bitcoin, analisi di un fallimento
Cronaca 26 Gennaio 2016 ore 04:00

Correva l’anno 2008 e un misterioso personaggio virtuale, tale Satoshi Nakamoto, annunciava al mondo un’invenzione che avrebbe rivoluzionato il mondo. Si trattava di Bitcoin, una cosiddetta criptovaluta, o moneta virtuale, in grado di cancellare dalla faccia della terra il denaro contante. Dietro al professor Nakamoto, in realtà (probabilmente), si nascondeva un gruppo di “smanettoni”, desiderosi di cambiare il mondo. E quale miglior modo di farlo se non rivoluzionando uno dei pilastri su cui ruota oggi l’intero globo, ovvero il denaro? Eppure, a distanza di 8 anni dall’annuncio dei Bitcoin, quella rivoluzione pare essere fallita. E a dirlo non sono gli analisti o i media, ma Mike Hearn, uno di quelli che nei Bitcoin ha creduto di più, diventandone negli anni uno dei più influenti suoi sviluppatori, il quale in un lungo post pubblicato su Medium ha espressamente dichiarato che «l’esperimento è fallito». Nel suo post ha anche annunciato di aver ceduto tutti i Bitcoin di cui era in possesso, facendo letteralmente crollare il valore di mercato della criptovaluta, sceso del 10 percento a un solo giorno dall’annuncio di Hearn.

 

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Cosa sono i Bitcoin. Prima di capire la portata della questione è giusto cercare di capire di che cosa si sta parlando. Il tema non è dei più semplici e anche noi ci avevamo già provato. I Bitcoin, con la maiuscola, sono la tecnologia che permette di scambiare valore (non si dice “soldi”, solo il valore equivalente ai soldi) in rete senza passare dai canali soliti, ossia le banche e gli Stati. I bitcoin, senza maiuscola, sono invece la valuta. Sempre elettronica, s’intende. La loro nascita ha, per certi versi, segnato un’epoca. La circolazione della carta moneta infatti, per poter avvenire, necessita di un sistema di controlli e di procedure: nessuno può battere moneta da sé, né dichiarare autonomamente il suo valore. Possono farlo gli Stati, non i singoli cittadini. In tal senso, Bitcoin ha fatto un grande passo avanti: ha separato il valore monetario dai sistemi di controllo tradizionali. Lo ha reso, a suo modo, ancor più impalpabile. Esso risulta infatti definito da una serie di procedure e di algoritmi che funzionano in modo autonomo e la cui architettura matematica non permette il verificarsi degli iper-alti o iper-bassi cui va soggetta la finanza che conosciamo. Tali procedure sono inoltre “diffuse” in maniera tale che chiunque vi abbia accesso può, in linea teorica, avere sempre sotto controllo lo stato del sistema. Si dice pertanto che esso è trasparente e questa condizione contribuisce ad aumentarne il successo.

 

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Le lacune insite nei Bitcoin. Come sottolinea il Washington Post, però, «Bitcoin era nato con dei seri difetti. Era poco regolato e anonimo, ed era diventato in breve tempo uno strumento per spacciatori e cani sciolti», poiché, a differenza del denaro classico, questi “soldi” non erano tracciabili. «Le alte oscillazioni dei prezzi favorivano speculazioni spericolate – continua il Washington Post –. La maggior parte dei Bitcoin era posseduta dal piccolo gruppo che aveva iniziato a promuoverli, e la moneta digitale era stata paragonata a uno “schema Ponzi” (un modello economico piramidale ingannevole, basato sul reclutamento continuo di nuovi investitori). Le transazioni concluse su Bitcoin avevano gravi falle nella sicurezza». Uno strumento del genere non poteva passare inosservato al mondo degli speculatori e degli investitori: molti iniziarono a comprare grandi quantità di Bitcoin, «promuovendolo come un’innovazione rivoluzionaria capace di sostenere lo sviluppo di diverse innovazioni finanziarie, dal mobile banking ai trasferimenti di denaro istantanei e illimitati. Hanno anche iniziato a investire milioni di dollari in start-up legate a Bitcoin, nella speranza di raccogliere fortune ancora maggiori». Una situazione che ha portato a galla ulteriori difetti, sottolineati da Hearn nel suo post-denuncia.

 

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[Mike Hearn]

 

La denuncia di Hearn. «Perché Bitcoin ha fallito? Perché la sua comunità ha fallito», scrive Hearn su Medium, sottolineando poi che «la moneta digitale è ora sull’orlo del collasso tecnico e, di conseguenza, non c’è speranza che Bitcoin possa effettivamente essere migliore dell’attuale sistema finanziario esistente». Hearn sembra dire che Bitcoin, alla fine, si è trovato vittima di quello sistema che avrebbe invece voluto rivoluzionare e, a suo modo, abbattere. E nel suo post ha elencato tutta la serie di difetti che hanno portato al fallimento e al collasso del sistema. Innanzitutto i “miner” cinesi, cioè gli utenti che si occupano di verificare le transazioni di Bitcoin, controllano il 50 percento della capacità di creazione di moneta e sono collegati al resto dell’ecosistema di Bitcoin attraverso il grande firewall della Cina. L’intero sistema ne risulta rallentato, «l’equivalente di una cattiva connessione wi-fi in un hotel» spiega Hearn, e mette la Cina in una posizione di vantaggio sulla moneta globale. Il sistema di distribuzione di Bitcoin, inoltre, è in grado di gestire solo poche transazioni al secondo, causando l’imprevedibilità dei tempi di completamento delle transazioni e una serie di altre caratteristiche decisamente poco ottimali per un sistema monetario. Nei momenti di maggior traffico, per esempio, le commissioni di Bitcoin possono superare addirittura quelle delle carte di credito.

A questo si aggiunge inoltre una sorta di guerra in corso tra gli sviluppatori stessi di Bitcoin. Il Washington Post spiega che «i membri censurano i dibattiti e attaccano i server degli altri utenti. Un comitato ristretto di sviluppatori principali – che controllano il codice alla base di Bitcoin – si è trasformato in una specie di Inquisizione che ne decide il futuro. Si tratta di un duro colpo per la reputazione – e i portafogli – degli investitori, anche se c’è chi tra loro si ostina a difendere Bitcoin». Insomma, una comunità che non è stata in grado di sfruttare e gestire un tesoro enorme e un’idea geniale.

 

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Un futuro possibile. Del resto che l’utilizzo e l’efficacia dei Bitcoin fosse ben lontana da quella inizialmente pronosticata lo si era capito da tempo (il valore era crollato dai 700 euro a Bitcoin del 2013 ai 360 di metà 2015). Eppure il fallimento di questa tecnologia non significa che sia fallito in toto anche il progetto della creazione di una criptovaluta realmente valida. La vera forza dei Bitcoin, infatti, si nascondeva e si nasconde tuttora nel suo blockchain. A novembre l’Economist dedicò un lungo articolo proprio a questo meccanismo che sta alla base dei Bitcoin, e ritenuto la vera innovazione della tecnologia, perché applicabile anche in molti altri campi. Spiegò bene la sua importanza Il Post: «Normalmente la moneta viene stampata dalle banche centrali dei singoli Paesi. Nei Paesi che adottano l’euro questo compito è affidato alla Banca Centrale Europea (BCE). Quando due persone effettuano una transazione – Mario compra un gelato da Anna – è la banca centrale a garantire ad Anna che i soldi di Mario abbiano un valore, e che quindi lei li potrà riutilizzare per pagare altre cose. Il meccanismo si basa quindi su un rapporto di fiducia tra gli agenti del mercato – tanti Mario e tante Anna – e un organismo terzo che fa da garante che i soldi abbiano il valore che dicono di avere. Nel sistema Bitcoin invece non ci sono banche centrali: il funzionamento del meccanismo è garantito da tutti gli agenti, sempre i vari Mario e Anna. Un meccanismo di questo tipo è definito “peer-to-peer”. Questi sistemi funzionano grazie agli stessi utenti che ne usufruiscono, che agiscono sia da “clienti” che da “serventi”».

È qui che entra in gioco il blockchain, una sorta di enorme libro mastro dove sono registrate tutte le transazioni di tutti gli utenti di sempre, da quando sono nati i Bitcoin. Sempre Il Post: «Quando Mario paga Anna in Bitcoin, la transazione viene inviata per la conferma a tutti gli altri utenti Bitcoin (qui per utente si intende in realtà il programma installato sul computer dell’utente). Ogni utente riceve nello stesso tempo diverse transazioni (definite blocco, tutte insieme) che attendono conferma, e comincia a verificare se siano corrette in base all’ultima versione di blockchain che ha, quella più aggiornata. In questo modo, visto che ogni utente è a conoscenza di ogni transazione, si evita per esempio che uno stesso utente possa spendere due volte gli stessi Bitcoin». È proprio l’esistenza di questa sorta di libro mastro a consentire la creazione di monete digitali e di banche virtuali. E, se usato correttamente, questo sistema ha enormi margini di crescita, anche in campi diversi rispetto a quello delle criptovalute. L’idea alla base di Bitcoin, dunque, era buona, anzi più che buona, ma a rovinarla è stato un peccato storicamente insito nell’uomo: l’avidità. Non tutto, però, è da buttare.

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