Del resto, non sarebbe lui

E Bob Dylan non risponde al Nobel Chissà se lo vuole o no, ‘sto premio

E Bob Dylan non risponde al Nobel Chissà se lo vuole o no, ‘sto premio
19 Ottobre 2016 ore 10:15

L’Accademia di Svezia non ha dubbi, il Premio Nobel per la Letteratura quest’anno è di Bob Dylan. È però lui, Bob, a non essere tanto sicuro di volerlo. Oppure lo vuole ma non se la sente di ritirarlo. Oppure ancora è felicissimo di averlo vinto e non vede l’ora di partecipare alla cerimonia ufficiale, semplicemente non ha ancora avuto il tempo di rispondere al telefono. Non lo sappiamo, non lo sa l’Accademia, speriamo che almeno Dylan lo sappia. Perché, nonostante siano passati ormai sei giorni dall’assegnazione del prestigioso premio al Menestrello di Duluth, la segretaria permanente dell’Accademia Sara Danius e tutti quanti i suoi tenaci collaboratori non sono ancora riusciti ad entrare in contatto con Bob, per congratularsi, per adempiere alla pura formalità della richiesta di accettazione. Chiamate ed e-mail alle persone più vicine al cantautore, risposte sempre cordiali ma formali, il contenuto della faccenda resta oscuro: lo vuole questo premio o no? Di arrivare direttamente a scambiare due parole con Dylan nemmeno a pensarci: è pressoché impossibile. Un bel grattacapo, che tutto sommato, rientra precisamente nei cardini della personalità di Bob.

 

 

«Penso che si presenterà…». All’Accademia di Svezia (l’istituzione assegnataria del Nobel per la Letteratura), d’altra parte, vista la straordinaria portata del premio che sono incaricati di assegnare, non sono particolarmente avvezzi al rifiuto e alle difficoltà di reperimento. Riguardo al primo, è dal 1964, dal filosofo Jean Paul Sartre, che il premio non viene respinto, e prima di lui l’unico antecedente riguardava il povero Boris Pasternak, nel 1958, fondamentalmente costretto dal regime sovietico a declinare l’onorificenza. Rispetto alle seconde, diciamo che viene facile immaginarci i vari Philip Roth, Cormac McCarthy o Thomas Pynchon vivere in totale simbiosi con il proprio telefono durante i giorni dell’annuncio. Ecco perché la signora Danius e l’intero suo staff non sanno bene come comportarsi di fronte ad una situazione del genere. «Ora come ora – ha raccontato la Danius – non stiamo facendo niente. Ho chiamato e mandato e-mail ai suoi collaboratori più stretti, e ho ricevuto risposte molto gentili. Se non vuole venire, non verrà. Sarà comunque una grande festa». E infine la previsione, che suona a dire il vero più come un auspicio: «Non sono preoccupata, penso che si presenterà…». Il quando di riferimento è la cerimonia del 10 dicembre a Stoccolma, durante la quale il re di Svezia Carlo XVI Gustavo premierà i vincitori del Nobel, che dovrebbero anche tenere un discorso, con una medaglia.

 

 

Calma, Dylan è vivo. Prima che la tipica vena complottistica, quella che vorrebbe svariati divi teoricamente in salute già morti da un pezzo e mantenuti mediaticamente in vita per chissà quali interessi, cominci a pulsare incontrollabilmente, sia chiaro che il buon Bob è in gran forma, tanto da aver tenuto, dall’annuncio della vittoria di giovedì 13 ottobre, ben tre concerti del suo Never Ending Tour, fra Las Vegas, Phoenix e la California. Tre esibizioni in cui ci si poteva aspettare che Dylan dicesse qualcosa, ringraziasse qualcuno, almeno ammiccasse a una qualche telecamera. E invece nulla, non ha detto una sola parola che non rientrasse fra quelle che compongono gli straordinari testi che lo hanno portato fra gli immortali della letteratura oltre che della musica. D’altra parte, l’unico attestato che certifichi che il cantautore abbia quantomeno recepito il messaggio di essere il nuovo Nobel per la Letteratura è un asettico post sulla sua pagina ufficiale di Facebook in cui si annuncia che Bob Dylan ha vinto il premio per i motivi, virgolettati, espressi dall’Accademia. E stop. Nessuna intervista, nessuna dichiarazione, nessun sorriso malizioso che possa lasciar intuire.

 

 

Signori, questo è Bob Dylan. Tutto ciò può sembrare una follia, una mancanza di rispetto, un’incomprensibile indifferenza. Ma a dipanare un attimo il groviglio può essere un’intervista che nel 2010 nientemeno che Barack Obama rilasciò alla rivista Rolling Stone. In quell’occasione, il presidente Usa ricordò un episodio avvenuto qualche tempo prima: Bob Dylan era stato invitato alla Casa Bianca per suonare a una cerimonia, e dopo l’esibizione tutti si aspettavano che il cantautore raggiungere Barack e signora per la consueta foto di rito; e invece Dylan, sceso dal palco, diede una rapida stretta di mano al presidente, un mezzo sorriso alla First Lady e se ne andò, di punto in bianco. «È così che vuoi Bob Dylan, no? Non vuoi che sia tutto sorridente con te, vuoi che sia un po’ scettico su tutta la faccenda», avrebbe poi commentato Obama.

 

 

Un aneddoto che inquadra perfettamente la riservatezza e l’essere schivo di Bob, il quale, giusto per giustificare il suo silenzio ai recenti concerti, non ha quasi mai detto nulla di estraneo alle sue canzoni durante le esibizione live. L’ultima, e forse unica, volta fu al Live Aid Concert del 1985, un evento organizzato per sensibilizzare il mondo sulle condizioni dei popoli africani e a cui parteciparono alcuni dei più grandi cantanti di tutti i tempi: quando toccò a Bob salire sul palco, prese il microfono e si lanciò in un accalorato discorso in difesa dei contadini americani in difficoltà, cantando poi la canzone Ballad of Hollis Brown, una ballata che racconta proprio della drammatica vicenda di un contadino del Sud Dakota. Ecco, al netto del fatto che l’esibizione, realizzata insieme a Keith Richards e Ron Wood, fu un disastro per problemi all’impianto audio, non si ricorda altre occasioni in cui Dylan abbia parlato di qualcosa ai concerti, tanto meno di se stesso. Così come sono pepite rarissime qualsiasi tipo di intervista o dichiarazione.

Bob è fatto così, e Why try to change me now, perché decidere di cambiarlo proprio ora, come titola la canzone con cui ha deciso di chiudere il concerto californiano di pochi giorni fa (e in molti hanno letto in questa scelta un chiaro messaggio). Probabilmente Dylan sarà presente il 10 dicembre a Stoccolma, riceverà la medaglia e non farà alcun tipo di discorso. Ma non chiedetegli di fare spanne di post su Facebook, di ringraziare il mondo dal palco di un concerto o di essere in Svezia già un mese prima delle celebrazioni: It ain’t me, babe.

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