il racconto del dolore

Bombardamento del 6 luglio: «Mio padre Giuseppe lavorava alla Dalmine da 4 giorni…»

Il figlio Ignazio, 90 anni, ricorda quei giorni: «Mia madre gli aveva detto di riposare una settimana, ma lui temeva di perdere il posto. Nonno Abele si recò in chiesa e con uno straccio si mise a pulire i volti ancora sporchi di alcuni operai morti, finché trovò suo figlio»

Bombardamento del 6 luglio: «Mio padre Giuseppe lavorava alla Dalmine da 4 giorni…»
Dalmine, 07 Luglio 2020 ore 15:45

di Laura Ceresoli

«Mi ricordo che mia madre, come se avvertisse il presagio, aveva tentato di dissuadere mio padre dal recarsi subito il lunedì 3 luglio alla Dalmine, ma di riposare almeno una settimana prima di iniziare il nuovo lavoro. Mio padre non l’ascoltò perché temeva che qualcun altro operaio gli rubasse il posto, quindi quel lunedì si presentò puntuale allo stabilimento. Qualche giorno più tardi lo portarono a casa su un carretto». Così Ignazio Bellini, 90 anni di Sabbio, ricorda la tragica scomparsa del padre Giuseppe, rimasto vittima insieme ad altre 278 persone, del bombardamento anglo-americano di Dalmine, avvenuto alle 11.02 del 6 luglio 1944. All’epoca Ignazio aveva 13 anni e lavorava come garzone per la famiglia di Giuseppe Ongis, contadino mezzadro che aveva una stalla e diversi animali.

«Quella mattina ero proprio nella stalla ad accudire le mucche e stavo pulendo le mangiatoie quando, verso le 11, sentii un forte boato, come un terremoto, e le mucche spaventate si misero tutte a muggire forte – racconta il signor Ignazio in una recente testimonianza raccolta da Enzo Suardi dell’Associazione storica dalminese -. Anch’io mi spaventai e scappai a casa. Abitavamo nell’ultima cascina verso Levate nella casa di mia zia Betina Roncelli, io, quattro sorelle e i miei genitori, mamma Anna Vitali e papà Giuseppe. Intanto la gente si era riversata in piazza, mia madre era preoccupata per mio padre, assunto in Dalmine il lunedì stesso nel reparto pompe per aria compressa. Sulla strada per Levate nel frattempo si vedevano operai che tornavano a casa con la paura e lo spavento dipinti sul volto, alcuni anche sporchi di sangue. Mia mamma, disperata, non vedendolo arrivare chiedeva a tutte le persone che incontrava se avessero visto il suo Giosèp».

L’articolo completo nell’edizione di PrimaBergamo in edicola venerdì 10 luglio

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