Chi è a favore e chi no

La Camera discute delle Popolari Ma per Ubi il destino è segnato

La Camera discute delle Popolari Ma per Ubi il destino è segnato
05 Marzo 2015 ore 08:00

Nel pomeriggio di lunedì 2 febbraio, alle Commissioni finanze e attività produttive della Camera, è cominciato l’esame degli emendamenti al decreto su banche e investimenti: ciò significa che si sta lavorando anche sul delicatissimo e controverso provvedimento circa le Banche Popolari che il Governo intende attuare. Sono già stati presentati più di 700 emendamenti al testo originario, la maggior parte dei quali (aspetto da non tralasciare ragionando in termini di approvazione) dalle minoranze dello stesso partito di maggioranza, il Pd. Obiettivo degli emendamenti è limitare l’intervento del decreto, sia in senso quantitativo (rispetto alle soglie di capitale) che qualitativo (voto capitario).

Gli emendamenti. Come noto, la riforma, nelle sue previsioni, mira a rendere i più importanti istituti creditizi popolari delle vere e proprie Società per azioni, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di influenza dei soci. La questione in assoluto più rilevante, e quindi dibattuta, riguarda l’abolizione del voto capitario, ovvero la previsione per cui, indipendentemente dalla quantità di soldi investiti e dalla percentuale di quote detenute, il voto di ciascun socio, in sede di assemblea decisionale, ha sempre lo stesso peso. Renzi e i suoi hanno fortemente voluto questo cambiamento, giustificato da una maggior efficienza e agilità d’azione da parte degli istituti.

Sull’ipotesi di trasformazione in Spa preme inoltre la Banca d’Italia, secondo la quale verrebbe in tal modo aumentata la contendibilità del titolo attraendo maggiori capitali. Il rischio è però che favorendo la contendibilità sui mercati azionari le Popolari possano diventare molto attrattive e facili prede di imprese straniere o della finanza internazionale. Tra gli emendamenti con una maggiore probabilità di accoglimento spicca pertanto il limite al possesso azionario che si propone non potrà superare il 3% (o al massimo il 5%).

Le nuove regole prevederebbero inoltre l’applicazione della riforma alle Popolari che dispongano di un capitale superiore agli 8 miliardi di euro. L’intenzione degli emendamenti è alzare l’asticella, così da poter coinvolgerne il minor numero possibile: si parla ad esempio, (da quello che viene definito il fronte del Sud che porterebbe ad escludere dalla riforma la Banca popolare di Bari) di almeno 30 miliardi di capitale, ovvero la soglia di vigilanza della Banca centrale europea, che porterebbe gli istituti toccati dalla riforma da 10 a 7 (contro gli oltre 700 presenti nel Paese).

Altri emendamenti prevedono invece di limitare la trasformazione alle sole popolari quotate in Borsa ed altre ancora alle sole popolari nel cui gruppo sia presente una Spa. Comunque vada queste modifiche qualora venissero apportate sarebbero ininfluenti su Ubi banca, la banca che ha sede a Bergamo, che è una società quotata, supera entrambi i limiti e ha all’interno del suo gruppo una o più società in forma di Spa (Banca popolare di Bergamo e Banco di Brescia ad esempio sono Spa), il  cui destino sembra pertanto segnato.

Uno dei principali problemi sollevati dal decreto è inoltre la facoltà, in capo alla Banca d’Italia, di negare ai soci delle Popolari il diritto di rimborso delle azioni e di altri strumenti di capitale qualora ciò sia necessario ad assicurare la computabilità delle azioni nel patrimonio di vigilanza della banca. In parole povere, a fronte di necessità dell’istituto di mantenere sufficienti certezze finanziarie in sede di controlli, i soci non potranno disporre liberamente delle proprie azioni. Anche su questo punto, è prevista battaglia. Difficile prevedere la sorte delle regole minori, riguardanti ad esempio il numero minimo di soci e i relativi limiti alle partecipazioni.

Il Credito cooperativo. Diverso e a parte è il discorso rispetto al Credito cooperativo, che si sta avviando verso un particolare modello “alla francese” che prevede l’adesione obbligatoria delle banche a un gruppo cooperativo guidato da una spa che indirizza e vigila con ampi poteri di controllo. Anche questa facoltà di autoriforma verrà discussa in questi giorni in Commissione alla Camera.

Chi è a favore e chi no. Il progetto del Governo sulle banche popolari ha scatenato un vero e proprio (nonché trasversale) polverone, con una tamburellante pioggia di critiche provenienti sia dagli schieramenti politici che da diversi affermati economisti. A livello partitico, il fronte dei “no” è robusto, e va dalle già citate minoranze Pd al M5S fino a Forza Italia e Scelta Civica. In sede di approvazione parlamentare, insomma, sarà dura. Oltre che dalla politica, sono arrivati diversi pareri contrati anche dal mondo dell’economia, come ad esempio dal professor Giulio Sapelli, il quale ha parlato di un vero e proprio atto avverso alla democrazia economica, e da Romano Prodi, che a proposito delle Popolari ha parlato di «patrimonio dell’economia italiana» che necessita di essere tutelato. Il Professore ha però ricordato che di una riforma delle Popolari si discute in Italia da 25 anni, e che se per tanto tempo non si fa nulla, poi «arriva la valanga che vuol distruggere tutto».

Di tutt’altro tenore le considerazioni del Pd renziano, che vede in questa riforma la possibilità di rendere gli istituti popolari realtà economiche decisamente più dinamiche e aperte all’internazionalità, e non più solo alle imprese territoriali, che comunque, viene assicurato, non perderanno le loro corsie preferenziali in materia di accesso al credito. Favorevoli alla riforma anche i mercati, considerati i notevoli picchi borsistici ottenuti dalle banche in questione dal giorno in cui fu annunciata la riforma. Ma questo è aspetto più che naturale, poiché il passaggio a società per azioni significa una possibilità in più per il pubblico di partecipare (finanziariamente) alle attività bancarie con maggior facilità.

Guardano con favore alle nuove norme tutti coloro che sono coinvolti nelle vicende del Montepaschi di Siena: la banca toscana è in profonda crisi, specie in seguito al mancato superamento degli stress test europei e all’imposizione, da parte della Bce, di innalzare i requisiti minimi di capitale dal 7 al 14,3 percento, operazione decisamente complicata da condurre in porto in solitaria, specie a fronte dell’aumento di capitale di 5 miliardi compiuto poco più di un anno fa. Il passaggio di importanti banche popolari in società per azioni darebbe la possibilità di manovre finanziarie più agili in modo da poter intervenire per salvare le casse di Mps nonché la sua “italianità”, evitando ingerenze di istituti esteri.

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