Cronaca
Il braccio di ferro tra Tsipras e Bruxelles

Capire cosa succede in Grecia tra banche chiuse e referendum

Capire cosa succede in Grecia tra banche chiuse e referendum
Cronaca 29 Giugno 2015 ore 11:24

Venerdì 25 giugno, con un messaggio alla nazione, il Primo Ministro greco Alexis Tsipras ha indetto un referendum con il quale il popolo ellenico sarà chiamato a decidere circa le misure che la troika di Bruxelles (Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) ha proposto ad Atene per tentare di salvare i propri disastrati conti pubblici. La data scelta è domenica 5 luglio. Una decisione, quella di Tsipras, giunta al termine di mesi di trattative estenuanti fra la Grecia e l’Europa, che hanno avuto nell’ultima settimana il momento più caldo: o Atene accettava le proposte europee, oppure sarebbe stata condannata al default di Stato e alla bancarotta. Il tanto agognato accordo non è arrivato, e Tsipras ha dunque deciso di lasciare l’ultima parola proprio al popolo greco. La notizia, nella mattina di lunedì, ha spaventato i mercati finanziari, compresi quelli italiani: lo spread tra Btp e Bund è salito a 197 punti, parallelamente a quello spagnolo. Milano affonda a -4,93%, Fraoncoforte cede il -3,74%, Parigi -4,5%, Zurigo -3%, Londra -2%.

I debiti greci e le proposte. Come accennato, il fulcro del problema greco risiede in un passivo di bilancio pubblico a dir poco colossale (una cifra intorno ai 300 miliardi di euro), e di una montagna di debiti accumulati negli ultimi 15 anni con Paesi esteri e banche. Giunti ad una situazione ormai intollerabile, si sono aperte, a partire da gennaio ovvero dalla vittoria del partito Syriza di Tsipras alle elezioni politiche greche, le trattative fra Atene e l’Europa per pianificare la restituzione dei prestiti, possibilmente utilizzando misure che possano consentire alla Grecia di tentare un concomitante rilancio economico (come noto, è il Paese che probabilmente ha risentito maggiormente della crisi degli ultimi anni). Ma la differenza fra l’offerta di Atene e quella di Bruxelles è finora risultata incolmabile.

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Cosa propone Tsipras. Per quanto riguarda la proposta fatta da Atene all’Europa, è stata avanzata la possibilità di un aumento dell’aliquota sui redditi dal 26 al 29 percento, nonché elevare al 3,9 percento il contributo che le imprese devono versare per le pensioni dei loro dipendenti. Il Governo greco ha inoltre proposto di elevare l’età pensionabile a 67 anni entro il 2022, e di eliminare entro il 2018 l’Ekas, un assegno integrativo per pensionati indigenti che porta la pensione minima a 700 euro, sostituendolo con un altro strumento per il momento non ancora delineato. Per quanto riguarda l’Iva, Tsipras ha proposto di portare tutti quanti i prodotti alimentari alla fascia del 13 percento di aliquota, rispetto all’attuale 23, uno spostamento degli hotel anch’essi al 13 percento, così da rilanciare il turismo, nonché la creazione di una nuova fascia del 6 percento. Sempre rispetto all’imposta indiretta, Atene vorrebbe mantenere l’esenzione del 30 percento per i residenti delle isole, in quanto lì la vita avrebbe un costo molto più elevato che sulla terra ferma. Infine, Atene si è rifiutata di tagliare la spesa militare di 400 milioni di euro, limitandosi a 200.

 

 

La risposta europea. Complessivamente, a Bruxelles la proposta di Tsipras non è per nulla piaciuta. L’Europa infatti non è accordo con l’aumento dei contributi sulle pensioni da parte delle imprese, e nemmeno con la creazione di un nuovo strumento sostitutivo dell’Ekas: per la troika, si tratterebbe di un istituto che andrebbe eliminato e basta. Qualche punto di incontro rispetto all’Iva c’è stato (come la creazione della fascia del 6 percento), ma l’Europa vuole il cibo tassato al 23 e non al 13 percento. Infine, i creditori non intendono mantenere l’esenzione per le isole: è vero che la vita costa di più, ma, secondo Bruxelles, vi sono anche redditi maggiori.

Dunque, il referendum. Un’incompatibilità pressoché totale, dunque, rispetto alla quale Tsipras ha deciso di utilizzare il referendum, così che sia il popolo greco a decidere se accettare o meno l’offerta europea: qualora dovesse vincere il “sì”, la Grecia dovrà attenersi alle richieste europee, incondizionatamente; qualora invece dovesse vincere il “no”, il futuro sarebbe impronosticabile: la Grecia molto probabilmente si troverebbe costretta a dichiarare la bancarotta, e come si comporterebbe l’Europa in questo caso? Germania, Francia e Italia sono i tre Paesi che godono (si fa per dire, in questo caso) del maggior credito nei confronti delle casse greche, ed è difficile ritenere che possano privarsene senza batter ciglio. Inoltre, negli ultimi giorni, è stata ventilata l’ipotesi di un intervento della Russia di Putin in aiuto della Grecia: sarebbe uno smacco incredibile nei confronti di Europa e anche Usa, nonché, con ogni probabilità, la trasformazione di Atene in un satellite di Mosca.

 

 

Nel frattempo, banche chiuse. Fino a lunedì 6 luglio, intanto, il Governo ha deciso di chiudere tutte le banche, siano esse greche o filiali di istituti stranieri, e i prelievi da bancomat, per questa settimana, saranno limitati a soli 60 euro al giorno. Sarà inoltre vietato spostare denaro all’estero senza il permesso del Governo, e oggi il mercato borsistico greco rimarrà chiuso. Queste misure sono state indette onde evitare che, temendo il crac finanziario, i cittadini greci portino via tutti i loro risparmi dalla banche, generando un collasso del sistema bancario nazionale.

L’origine della crisi greca: mala politica, soprattutto. Innanzitutto, la Grecia ha sofferto particolarmente la crisi perché la sua economia si basa soprattutto sul turismo e sulla distribuzione, settori particolarmente esposti ai cambiamenti economici nel breve termine. Solo nel 2009, i due settori hanno subìto una contrazione degli utili di oltre il 15 percento, e da allora il debito pubblico è cresciuto a dismisura. Ma questa è solo una piccola parte della storia. La Grecia si trova in questa situazione perché negli anni scorsi ha truccato, e di molto, i suoi conti per rientrare nei parametri previsti dal Trattato di Maastricht e di conseguenza per entrare nell’euro. Una prima ammissione c’era stata già nel 2004, quando il Governo greco ammise di aver barato: il suo rapporto deficit-Pil non era mai stato sotto il 3 percento sin dal 1999, il tetto massimo richiesto dalle regole comuni europee a salvaguardia della stabilità della moneta unica. Anzi, intorno al 2009, il suddetto rapporto si aggirava già intorno a cifre astronomiche (12-13 percento). All’inizio del 2010, poi, è venuto fuori che dal 2001 la Grecia avrebbe pagato milioni di dollari a Goldman Sachs e ad altre banche di investimento perché queste mascherassero la quantità di denaro che richiedeva in prestito dai mercati. Lo scopo era semplice: ricevere sempre più denaro in prestito per sopperire alle spese, alzando però in questo modo il deficit e il debito e barando con l’Europa, mettendo così a rischio tutta la sua struttura politica ed economica dell’eurozona.

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