Una carcassa di cinghiale è stata ritrovata venerdì 16 gennaio lungo la riva del torrente Guerna ad Adrara San Martino, in località Ca’ del Drera. L’animale è stato (presumibilmente) abbattuto con un’arma da fuoco e successivamente eviscerato; l’abbandono di carcasse o resti di animali è vietato, specialmente alla luce della recente diffusione della peste suina africana.
Abbandonare carcasse e resto è vietato
A recuperare la carcassa i carabinieri forestali di Grumello del Monte che venerdì 16 gennaio hanno recuperato i resti dell’animale, la testa e parti residuali della carcassa, nascosti in un intrico di rovi lungo la riva del torrente Guerna.
Completamente invisibili alla vista, sono stati individuati grazie al fiuto dei cani della persona che ha effettuato, poi, la segnalazione ai carabinieri forestali. Per prevenire rischi igienico-sanitari e ambientali, l’abbandono di carcasse o resti di animali è specificatamente vietato: secondo la normativa vigente, devono essere smaltiti in appositi impianti autorizzati o sotterrati.
Questa procedura è divenuta ancora più importante e necessaria con la diffusione della Psa , la peste suina africana, malattia trasmissibile tramite sangue, tessuti e resti di animali infetti e il cui virus può diffondersi facilmente tramite contaminazione ambientale. Da quando la Psa è comparsa nel nostro Paese, sono state applicate numerose norme per limitarne la diffusione, tra cui l’abbattimento di centinaia di migliaia di suini, anche non infetti.
«Ci si aspetterebbe quindi, da chi si autoproclama difensore e tutore della natura e della biodiversità (leggi cacciatori), una puntuale e responsabile gestione delle carcasse. Ma a quanto pare, e non è una novità, per questa categoria il rispetto delle regole sembra essere un optional: più facile imbracciare un fucile e sparare, che preoccuparsi delle conseguenze; più semplice uccidere, che proteggere» è il commento di Lav Bergamo.
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«Si potrebbe obiettare che chi ha abbandonato i resti del cinghiale non fosse un cacciatore, bensì un bracconiere. Ma siamo davvero così ingenui da non sapere che l’eviscerazione sul posto non è certo una pratica sconosciuta ai cacciatori? E in ogni caso, che differenza c’è tra cacciatore e bracconiere in termini di vite spezzate, danno all’ecosistema, e rischi sanitari? Uno uccide legalmente, l’altro no. L’impatto sulla natura rimane altrettanto devastante, e altrettanto inaccettabile che, nelle politiche di contenimento delle malattie infettive che colpiscono la fauna, Psa come Aviaria, siano sempre gli animali a pagare il prezzo più alto, mentre gli esseri umani possono tranquillamente ed egoisticamente continuare a ignorare le regole, spesso senza conseguenze legali. Il ringraziamento di Lav va ai carabinieri forestali per il tempestivo intervento, e alla persona che con encomiabile senso civico ha effettuato la segnalazione».