Secondo grado al via il 30 giugno

Il docufilm della BBC su Yara e la testimonianza del pm Ruggeri

Il docufilm della BBC su Yara e la testimonianza del pm Ruggeri
21 Giugno 2017 ore 05:00

Il prodotto finale, questa volta, è stato discreto. IGNOTO 1 – Yara, Dna di un’indagine, andato in onda su su Sky Atlantic e Sky Tg24 tra marzo e aprile, è un docufilm in quattro episodi che ha raccontato, attraverso le voci dei protagonisti, le lunghe e complesse indagini sulla morte della piccola Yara Gambirasio, dalla scomparsa della ragazzina il 26 novembre 2010 fino alla condanna all’ergastolo in primo grado per Massimo Bossetti. Realizzato dall’inglese BBC e prodotta da Amber TV e Run to Me in collaborazione con Sky, questo documentario si inseriva nella serie di reportage e inchieste andate in onda sui canali della televisione satellitare di Murdoch tra novembre 2016 e aprile 2017 intitolare Il racconto del reale. Un format d’informazione e approfondimento molto “british”, dove l’emozione ha lasciato spazio al mero racconto dei fatti. Lineare, pulito, ben fatto. Tutta un’altra cosa rispetto a Yara, l’instant-doc andato in onda nel luglio 2016 su Crime+Investigation nel quale, in appena 50 minuti (pubblicità comprese), la giornalista del Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini ripercorreva l’intero caso.

 

 

Il prodotto televisivo offerto dalla BBC e da Sky, sebbene lontanissimo dagli standard del giornalismo d’inchiesta americano, è risultato comunque apprezzabile. Zero emotività (se non quella che traspariva dai racconti dei diretti interessati), zero storytelling, semplicemente un filo rosso seguito puntata dopo puntata, attraverso il quale è lo spettatore a trarre le proprie conclusioni. In quattro ore complessive, viene dato spazio a tutte le voci, sebbene sia una di queste a spiccare sopra tutte: quella del pubblico ministero Letizia Ruggeri, colei che ha seguito fin dall’inizio il caso di Yara e che ha portato alla condanna all’ergastolo Massimo Bossetti. Il silenzio del pm, che non aveva mai rilasciato interviste alla stampa o alle tv, è stato rotto per questo docufilm, nel quale invece ha ripercorso passo dopo passo l’intera vicenda, lasciandosi andare anche a qualche lacrima.

Ecco, nella linearità del prodotto televisivo (poi possiamo discutere sul fatto che ci fosse veramente la necessità dell’ennesimo racconto dello straziante caso Gambirasio, ma è un altro discorso), la nota stonata è stata proprio quella del racconto della Ruggeri. Che più che un soggetto super partes nell’intera vicenda, è parsa come la protagonista. Sia televisiva che reale. Il pm, quando ha parlato di Bossetti, non ha mai mostrato il minimo dubbio sulla sua colpevolezza (e fin qui nulla di strano, dato che lei rappresenta l’accusa) ma, soprattutto, nel trasporto della testimonianza s’è lasciata andare a dichiarazioni francamente discutibili. Nel finale del programma, ad esempio, ha dichiarato che «la difesa non ha portato prove tali da convincermi dell’innocenza dell’imputato». Peccato che, nel sistema giuridico italiano, l’onere della prova spetti all’accusa: è l’accusa, e dunque la Procura, a dover dimostrare che una persona è colpevole, non il presunto colpevole a dover dimostrare di essere innocente.

 

[Il pm Letizia Ruggeri in un frame del docufilm]

 

Insomma, parole più da osservatrice esterna che da magistrato. E forse è anche per questo motivo che quel docufilm, e in particolare il ruolo giocato dalla Ruggeri, non sono piaciuti in piazza Dante. L’anticipazione è stata data (come riportato dal Corriere della Sera Bergamo) dalla trasmissione Quarto Grado, in cui si è parlato di un «fascicolo disciplinare» aperto nei confronti della Ruggeri. In realtà, iniziative disciplinari vere e proprie, al momento non ce ne sono. Semmai qualche richiesta di chiarimenti, come ha precisato il procuratore capo di Bergamo Walter Mapelli. Ad aver acceso i riflettori sulla vicenda sarebbero state la Procura generale di Brescia e quella della Cassazione, che hanno chiesto informazioni su come e quando è stato girato il documentario e quali siano attualmente i rapporti con la stampa della Procura di Bergamo. Come spiega il Corriere, infatti, ai pm è vietato parlare delle inchieste con i giornalisti. Solo il capo è titolato a parlare e l’istruttoria aperta servirebbe proprio a capire se il lavoro della BBC rientri o meno in questa tipologia di rapporti con la stampa, visto che il pm Ruggeri s’è giustificata spiegando che il docufilm è cosa diversa da un’intervista, visto che non ha risposto ad alcuna domanda ma ha solo ripercorso passo dopo passo l’intera indagine.

Il problema è che ora si avvicina l’apertura del processo di Appello, previsto per il 30 giugno, e ogni mossa della Procura sarà messa sotto la lente d’ingrandimento, sia dai difensori di Bossetti che dall’opinione pubblica. Dietro il banco dell’accusa non ci sarà più la Ruggeri, ma un sostituto procuratore generale. Come scrive il Corriere, potrebbe essere un processo in quattro udienze, con gli interventi del giudice relatore, del pg, degli avvocati Andrea Pezzotta ed Enrico Pelillo per i Gambirasio e dei difensori di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini. Poi la sentenza, tutto in luglio. Il punto di domanda vero è legato alla richiesta di una nuova perizia sul Dna avanzata dall’imputato. Se la Corte d’Assise d’Appello dovesse accoglierla, la sentenza slitterebbe. E la storia che tutti hanno raccontato fino ad oggi potrebbe essere riscritta.

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