Cronaca
Che cosa cambia per le indagini

Caso Yara, le ultime novità sul Dna Spiegate in modo semplice e chiaro

Caso Yara, le ultime novità sul Dna Spiegate in modo semplice e chiaro
Cronaca 29 Gennaio 2015 ore 08:00

Da sette mesi Massimo Bossetti è ritenuto responsabile della morte di Yara Gambirasio: l’avrebbe assassinata e poi abbandonata in un campo a Chignolo d’Isola la sera del 26 novembre 2010. Sul muratore di Mapello – 44 anni e padre di tre figli – pesano «gravi indizi di colpevolezza»: il suo profilo genetico corrisponde al 99,99999987% con quello di Ignoto 1, l’autore del delitto della tredicenne di Brembate di Sopra. La prova su cui è ruotata l’inchiesta è, infatti, l’analisi del Dna proveniente dalle tracce biologiche rilevate sugli slip della ragazza, su cui la procura di Bergamo ha di recente disposto gli accertamenti che stanno sollevando qualche domanda sui risultati fin qui ottenuti.

Dna nucleare, Dna mitocondriale, cioè? Lo studio del Dna ai fini delle indagini si basa sulla presenza, nel materiale genetico analizzato, di regioni di Dna che differiscono molto da individuo a individuo per struttura e sequenza dei geni: il confronto di più campioni permette, quindi, di stabilirne il grado di sovrapponibilità. Il Dna prevalentemente usato per costruire il profilo genetico di un soggetto è quello che origina dal nucleo: il Dna nucleare, appunto, che costituisce il 99,9995% del nostro patrimonio genetico e che è ereditato al 50 percento dal padre e al 50 percento dalla madre.

Esiste, poi, un Dna dei mitocondri (organuli sparsi nel citoplasma delle cellule, cioè al di fuori del nucleo), che costituisce lo 0,0005% dell’intero genoma umano e contiene 37 geni (a fronte dei 20mila-25mila del Dna nucleare). Il Dna mitocondriale, a differenza di quello nucleare, è ereditato per intero dalla madre e nelle indagini viene analizzato in circostanze particolari, quando – per esempio – si sia degradato il Dna nucleare. È proprio questo il caso dell’indagine sul delitto di Yara Gambirasio: il dottor Carlo Previderè, ricercatore responsabile del laboratorio di genetica forense dell'Università di Pavia e consulente del pm Letizia Ruggeri, nell’analizzare delle tracce pilifere trovate sul corpo di Yara ha dovuto far ricorso all’analisi del Dna mitocondriale. Ed è proprio da qui che sono emerse le controversie.

Infatti, se i campioni di Dna nucleare trovati sugli slip della ragazzina avevano permesso di tracciare due diversi profili genetici – perché frammisti erano i Dna della vittima e di Ignoto 1 – e di attribuire a quest’ultimo con ragionevole certezza il nome di Massimo Bossetti, il Dna mitocondriale, invece, sulla base delle più recenti analisi, non appartiene a Massimo Bossetti.

Come sia possibile che Dna nucleare e Dna mitocondriale all’interno di uno stesso frammento di Dna analizzato non corrispondano alla stessa persona è una questione complessa – Previderè stesso la definisce un’«anomalia» - a cui cercheranno di trovare soluzione genetisti esperti in sede di processo. Forse tale irregolarità è stata generata dal fatto che la traccia trovata sugli slip di Yara era, comunque, mista, ovvero costituita da sangue della vittima e da sangue del presunto killer. Potrebbe essere, di conseguenza, che la componente mitocondriale di uno dei due Dna abbia prevalso su quella dell’altro, o l’abbia in qualche modo compromessa.

Cosa cambia a livello di indagini. L’avvocato di Massimo Bossetti, Claudio Salvagni, parla di svolta a favore del suo assistito; naturalmente, a questo punto, la tesi difensiva si sente legittimata a sollevare qualche dubbio, dacché comunque si sono presentate anomalie e piccole contraddizioni nelle analisi del Dna, che è, fin dall’inizio, il perno su cui verte l’intera inchiesta.

La procura, invece, attende di discuterne «nella sede opportuna». Sta di fatto che il Dna nucleare di Bossetti coincide – come si è detto – al 99,99999987% con quello di Ignoto 1 e questo dato è inconfutabile. Ed è anche stato sufficiente a far finire in carcere Bossetti.

Come si arrivò a Bossetti dal Dna. Il procuratore Francesco Dettori, a giugno 2014, pochi giorni dopo l’identificazione di Bossetti con Ignoto 1, aveva dichiarato: «Abbiamo ottenuto risultati insperati e insperabili: si era partiti totalmente dal nulla». Dettori aveva definito  «aride e stupide» le polemiche sui costi dell’operazione: «Per trovare la verità sul caso di una ragazza di 13 anni non si bada a spese». Contraddizioni nel percorso investigativo scientifico? «Nessuna».

E il pm Letizia Ruggeri aveva parlato di «indagine faticosissima. Nessun testimone e pochissime telecamere. Dopo tre mesi da incubo il ritrovamento del corpo della ragazza è stato di grande aiuto». Sapere che sugli slip era stato localizzato un preciso Dna è stato come avere «il faro alla luce del quale proseguire le indagini». Una volta individuata l’origine e riesumato il cadavere di Guerinoni «è partita un’indagine pazzesca per ritrovare la madre», anche «pedinando e intercettando i Guerinoni. Ruggeri ha spiegato che «attraverso un’indagine anagrafica negli anni siamo arrivati alla madre Ester Arzuffi, che condivide nel Dna un allele molto raro e particolare». Da qui il percorso è stato in discesa.

Mario Parente, comandante del Ros aveva spiegato che «c’è stato un apporto della scienza nelle indagini come forse mai in precedenza: è stato un lavoro enorme, una prova enorme di professionalità» perché «è stato difficilissimo isolare il Dna» con «un’operazione di assoluta avanguardia nel settore». Il caso è destinato a fare scuola.

Anche il questore di Bergamo, Fortunato Finolli, aveva sintetizzato la complessità delle indagini in una formula: «Abbiamo dato il nome a un marziano, perché sembrava fosse stato un marziano a scendere e a prendere la piccola Yara».