Costo dei lavori: 8 miliardi e mezzo di dollari

C’è un po’ di Italia nel nuovo Suez Aria fresca per il fragile Egitto

C’è un po’ di Italia nel nuovo Suez Aria fresca per il fragile Egitto
13 Marzo 2015 ore 10:49

Tre giorni di incontri e conferenze tra Italia ed Egitto. La location è Sharm el Sheikh, lo sfondo è il canale di Suez, il cui raddoppiamento ha visto coinvolte 62 aziende italiane. Si tratta di un progetto “faraonico”, che prevede un canale parallelo che raddoppierà il numero di navi in grado di entrare nel Mediterraneo dal Mar Rosso. Grazie al raddoppio di Suez i tempi di attesa verranno drasticamente ridotti e grazie al maggior numero di navi che vi transiteranno anche la fragile economia egiziana, che fatica a risollevarsi dopo la Rivoluzione, potrà vedere un notevole incremento di utili. Dal 2011, infatti, il Paese ha visto una brusca frenata di investimenti stranieri e un drastico calo di presenza turistiche. Con questo progetto l’Egitto intende aumentare le entrate generate dal canale, che ora ammontano a 5 miliardi di dollari all’anno, e rappresentano un’importantissima fonte di liquidità per il governo.

I numeri del progetto. Il nuovo canale di Suez, presentato ufficialmente la scorsa estate a Ismailia, sarà lungo 72 chilometri. Di questi, 35 avranno uno scavo ex novo e 37 saranno l’espansione dello scavo originario. Oggi il 7,5 per cento delle merci che viaggiano via mare nel mondo passa da Suez. Il tempo di attesa delle navi è attorno alle 11 ore. Con l’ampliamento e la costruzione del canale parallelo, questo tempo si ridurrebbe a sole 3 ore, portando con sé la diminuzione degli enormi costi causati agli armatori dai ritardi e aumentando gli introiti per l’Egitto di oltre il 2 per cento. Oggi in un giorno possono passare 49 navi, dopo l’ampliamento si stima che entro il 2023 ne potranno passare 97, quasi il doppio. Con i lavori di ampliamento sarà possibile navigare nei due sensi per quasi metà del percorso.

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Un Paese che riparte? Costo previsto dei lavori: 8 miliardi e mezzo di dollari. Accanto al raddoppio del canale sono previsti una serie di altri interventi mirati: tunnel, cantieri navali, vere e proprie stazioni di servizio per i cargo e mini resort per passeggeri. Al centro degli obiettivi della nuova amministrazione egiziana c’è Suez come punto di ripartenza per il Paese dopo la Rivoluzione. Nei dintorni del canale verrà costruita una nuova area metropolitana che comprenderà abitazioni, centri servizi, zone industriali, collegamenti stradali e ferroviari che, passando in tunnel sotterranei, collegheranno le due rive. Verrà inoltre potenziato il settore idrico.

Interesse anche italiano. Le aziende italiane hanno già espresso un primo interesse a supportare l’Egitto investendo nel progetto. Nel corso di una missione che si è svolta a febbraio e a cui hanno partecipato tra gli altri i rappresentanti di Telecom Italia, Italcementi, Maire Tecnimont, Unicredit, Banca Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo, Olivetti, Trevi, Pizzarotti, Bonatti, Fincantieri, gli imprenditori guidati dal viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, hanno monitorato le opportunità di investimento nel settore delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e del Canale di Suez. Il forum di Sharm el-Sheikh rappresenta una vetrina per il programma di riforme a medio termine del governo egiziano, che ha bisogno di raccogliere tra i 10 e i 12 miliardi di dollari in investimenti stranieri per risollevare le sorti dell’economia del Paese. L’Italia è in pole position per fare la sua parte da protagonista.

La storia del Canale e la presentazione del nuovo progetto. Progettato dall’ingegnere trentino Luigi Negrelli, il canale venne inaugurato il 17 novembre 1869. L’obiettivo era quello di creare un collegamento diretto tra il Mar Rosso e il Mediterraneo senza dover circumnavigare l’Africa. Le merci provenienti dall’Asia, quindi, avrebbero potuto raggiungere l’Europa in minore tempo, con un risparmio notevole di denaro. L’Egitto, con l’allora presidente Gamal Abdel Nasser, nazionalizzò il canale nel 1956, dopo che per anni era rimasto sotto controllo coloniale. Scavato e costruito sull’omonimo istmo a ovest della penisola del Sinai, il Canale di Suez è lungo circa 193 chilometri, largo 313 metri e profondo 24, per permettere il passaggio alle navi con un pescaggio di dimensioni di oltre 20 metri. Consente la navigazione in un solo senso: le navi che procedono in direzioni opposte possono incrociarsi solo in alcuni punti.

«A ogni egiziano una quota del progetto». Quando è stata presentata l’estate scorsa, l’opera venne annunciata come «il più grande progetto» realizzato «sotto gli auspici» del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi. Lo stesso Presidente assicurò il completamento dei lavori in un anno contro i tre previsti. Qualche giorno fa il capo dell’Autorità del Canale di Suez (Sca), Mohab Mamish, in visita a Milano, ha annunciato che la prima nave attraverserà il nuovo canale il prossimo mese di agosto. Al Sisi annunciò inoltre che il progetto non avrebbe pesato sulle già deboli casse dello Stato perchè interamente coperto da capitali egiziani. «Vogliamo che ogni egiziano abbia una quota in questo progetto», disse invitando gli egiziani a partecipare al finanziamento dell’opera attraverso l’acquisto di azioni. I lavori, che procedono a buon ritmo, sono eseguiti da 17 aziende civili egiziane sotto la supervisione dell’esercito. L’idea del parziale raddoppio del canale, in realtà, risale ai tempi di Mubarak. Il suo successore, Mohamed Morsi, rilanciò l’idea ma fu aspramente criticato quando emerse l’ipotesi che l’appalto poteva essere dato ad aziende legate al Qatar.

L’allarme degli scienziati. Ma non sono mancate le polemiche. Quella più consistente riguarda l’ambiente e l’ecosistema. Un gruppo 450 scienziati (tra i quali un centinaio sono italiani) di 39 Paesi del mondo ha sottoscritto una lettera-appello per chiedere una valutazione d’impatto ambientale relativa all’allargamento del Canale di Suez, dal momento che non ne è mai stata redatta una, nonostante i lavori siano ormai in procinto di essere ultimati. La comunità scientifica è preoccupata che si verifichi una vera e propria invasione di specie aliene verso il Mediterraneo, con animali e vegetali non appartenenti all’escosistema del Mare Nostrum, che potrebbero minacciarne la biodiversità. Secondo gli esperti dell’Agenzia europea dell’ambiente e dell’Hellenic Centre for Marine Research (HCMR), proprio il canale di Suez è stato la principale fonte di specie non indigene dagli anni Novanta del XX secolo a oggi, che a oggi ammonterebbero a 1416.

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