Intervista

Centri antiviolenza, allarmi a picco: «Le donne picchiate chiamano nascoste in bagno»

Sirio: «Con il lockdown raddoppiato il tempo in cui le donne denunciano i maltrattamenti subiti»

Centri antiviolenza, allarmi a picco: «Le donne picchiate chiamano nascoste in bagno»
25 Aprile 2020 ore 09:00

Calano le richieste d’aiuto delle donne maltrattate costrette in casa: e ora si prevede un boom di denunce a fine emergenza. Nei centri antiviolenza i telefoni non squillano più come prima. Lo dicono i numeri, scesi drasticamente, riferiti alle chiamate dell’ultimo mese nei Cav di Treviglio, Romano e Rivolta. Anche in queste ultime settimane di emergenza, i centri antiviolenza sono pienamente attivi e funzionanti, ma chiaramente a distanza. Con le occasioni per chiedere aiuto ridotte all’osso, il numero delle richieste è calato drasticamente. «Sono diminuiti i nuovi contatti, ovvero le donne che si rivolgono a noi per la prima volta – ha spiegato Cecilia Gipponi di Sirio – Prima avevamo un nuovo contatto ogni 1,5 giorni, adesso ne contiamo uno ogni tre giorni. Significa che è raddoppiato il tempo in cui le donne denunciano i maltrattamenti subiti».

Nascoste dagli aguzzini. Le donne che chiamano sono poche e fanno chiamate fugaci. Magari si chiudono in bagno e fanno scorrere l’acqua per coprire la voce. L’isolamento obbligato a causa dell’emergenza Coronavirus non soltanto non frena la violenza sulle donne, ma ne alimenta lo stress e le paure. Un’emergenza nell’emergenza, perché le donne che subiscono violenza nutrono doppiamente il timore delle ripercussioni che incontrerebbero se il partner maltrattante scoprisse che cercano aiuto. «Le donne già gestite dal centro stanno proseguendo i percorsi perché non vivono più con chi le maltrattava – ha proseguito Gipponi – Quelle che vivono con il maltrattante, hanno invece sospeso. Da inizio marzo a oggi non registriamo alcun nuovo contatto a Rivolta d’Adda, mentre a Treviglio 16. Nessuna di queste donne ha voluto iniziare un percorso. Ci fanno telefonate senza continuità, ma non c’è un raccordo, diciamo che chiamano al bisogno».

Intervista completa sul Giornale di Treviglio in edicola oppure QUI sullo sfogliabile online.

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