Cronaca
"Yes, we canna"

A chi giova legalizzare la Cannabis

A chi giova legalizzare la Cannabis
Cronaca 18 Marzo 2015 ore 09:27

“Yes we canna”: a sette anni di distanza, il motto che ha ispirato la campagna elettorale obamiana e l’America intera verso un (quantomeno paventato) vigoroso cambiamento, potrebbe essere oggi leggermente modificato. Il motivo è dettato dalla decisa svolta pro legalizzazione della marijuana che gli Stati Uniti sembra abbiano irreversibilmente imboccato. Già in novembre, in coda alle elezioni di midterm, alcuni Stati, come Oregon e Washington DC avevano dichiarato lecito l’utilizzo privato di cannabis, pur entro determinati limiti. Al fianco di questi, un’altra dozzina, fra cui New York e California, già prevede l’utilizzo della droga leggera più diffusa al mondo per fini terapeutici; e il passo verso la legalizzazione dell’uso ricreativo della marijuana anche in questi Stati è sul punto di essere compiuto. E poi c'è il Colorado, dove da inizio 2014 la cannabis è venduta liberamente.

L'opinione pubblica è favorevole. D’altra parte, numeri alla mano, il popolo americano sembra pronto: ragionando per fasce d’età, il 70 per cento dei cittadini statunitensi under 35 si dichiara favorevole. Persino fra gli anziani, coloro nati fra il 1928 e il 1945, il 33 percento spinge per l’introduzione legale della cannabis. Più di 19 milioni di americani con un’età superiore a 12 anni hanno dichiarato, nel 2012, di essersi fatti una canna, e 8 milioni ne fuma una quotidianamente. E al Congresso è già arrivato un progetto di legge che vorrebbe impedire qualsiasi tipo di interferenza da parte delle autorità federali circa le decisioni di singoli Stati sul tema. L’argomento è tipicamente libertario, democratico quindi, ma l’appoggio repubblicano non si è comunque fatto attendere, nella persona di Rand Poul, senatore del Gop e papabile candidato alle presidenziali del 2016. La domanda ora è: chi ci guadagnerebbe da un’eventuale diffusa legalizzazione della marijuana? Senza dubbio, le grandi compagnie del tabacco.

Un settore trainante e in crescita. In questi mesi, molte piccole e coraggiose imprese si stanno attrezzando per far fronte alla probabile svolta pro legalizzazione, al fine di farsi trovare pronte sul mercato al momento opportuno. Ma negli Stati Uniti sono sicuri che il giro di affari che si verrà a creare sarà quasi esclusivamente appannaggio delle grandi società della sigaretta, per svariati motivi. In primo luogo, queste ultime dispongono di una struttura già pronta e ampiamente collaudata: dal momento che, come pare, la cannabis verrà venduta nelle tabaccherie come fosse un pacchetto di Marlboro qualunque, le big del tabacco hanno già, ovviamente, contatti e legami con rivenditori e fabbriche, dispongono dei supporti di inalazione, come vaporizzatori e simili, gestiscono macchinette 24 ore, i laboratori di ricerca; e, naturalmente, hanno immense risorse finanziarie.

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Nessun calo d'affari. Nonostante le politiche antifumo che nell’ultimo ventennio hanno spopolato negli Usa, le grandi compagnie del tabacco non hanno minimamente avvertito cali di affari e di guadagni: tuttora, Philip Morris (Marlboro) fattura oltre 135 miliardi di dollari l'anno, Reynolds (Camel, Winston) 73 miliardi, Lorillard (Kent, Newport) 40 miliardi. Dal 2004, la popolazione fumatrice è diminuita di appena il 2 percento, e nell’ultimo decennio le azioni delle società della sigaretta hanno visto aumentare il proprio valore addirittura del 200 per cento, doppiando anche quelle di settori in continua espansione, come quello della tecnologia. Facendo un paio di calcoli, il giro di affari che si verrebbe a creare in seguito alla legalizzazione della marijuana sarebbe di 36 miliardi di dollari, solo per cominciare. E, negli Usa ci scommettono, sarebbe certamente destinato a crescere esponenzialmente.

L’esempio del Colorado. Come accennato, il Colorado è uno degli Stati in cui il consumo di cannabis è già legale da poco più di un anno. Numeri alla mano, l’esperimento sembra essere riuscito alla perfezione, se non altro dal punto di vista economico: i reati legati allo spaccio di stupefacenti ovviamente sono calati dell’8 per cento e le casse statali hanno tratto un corposo giovamento. La legalizzazione della marijuana, infatti, viste le conseguenti misure fiscali introdotte al riguardo, ha portato nell’erario del Colorado ben 60 milioni di dollari tra tasse e licenze. Inoltre, una legge dello Stato che obbliga la restituzione ai cittadini della quota d’imposte risultata eccedente rispetto all’introito annuale pianificato ha permesso quindi ai cittadini di riguadagnare ben 30 milioni inizialmente versati al fisco. Le uniche note negative, dicono, sarebbero invece correlate all’ingerimento di cibi alla cannabis: sono aumentati, infatti, i casi di bambini che in ambito domestico ingeriscono alimenti preparati con marijuana (come ad esempio caramelle o biscotti). Ancora da verificare l’incidenza sull’uso di cannabis da parte dei minori, su cui le autorità del Colorado mantengono un occhio particolarmente vigile.

La situazione in Italia. Nel Belpaese l’utilizzo ricreativo della cannabis è ancora illegale, ma il dibattito sul tema è sempre più acceso, e ormai non più nei soli ambienti radicali. Proprio in queste settimana, un gruppo composto da una sessantina di parlamentari, guidati dal senatore Pd Benedetto Della Vedova, sta preparando un disegno di legge da presentare al Governo con a tema la legalizzazione delle droghe leggere. L’auspicio dei promotori è quello di arrivare ad una legge che sottragga il monopolio, e quindi i guadagni, derivanti dalla produzione e dallo spaccio di cannabis alla criminalità organizzata. L’impulso definitiva è arrivato dall’ultimo rapporto della Dna, Divisione nazionale antimafia, la quale ha espressamente sottolineato come le politiche repressive e proibizionistiche di questi anni in tema di droghe leggere non hanno nemmeno lontanamente prodotto i risultati sperati.

 

 

Cosa diceva Borsellino. Detto questo, l’idea che legalizzare le droghe leggere possa effettivamente contenere il traffico criminale di stupefacenti è una tesi che venne apertamente rigettata, già nel 1989, da Paolo Borsellino. L’allora magistrato siciliano, a precisa domanda al riguardo, ebbe modo di sottolineare come un’eventuale legalizzazione delle droghe leggere avrebbe rappresentato un serio pericolo per le classi sociali più deboli, per due ordini di motivi: in primo luogo, tutti coloro che, per indigenza, non avessero possibilità di comprare la droga legalmente, si rivolgerebbero, per necessità, al traffico illecito, divenendo dunque l’obiettivo principale, con tutti i rischi che ne conseguono, delle organizzazioni criminali che gestiscono il giro; in secondo luogo, le droghe circolanti nel traffico illecito, quindi quelle indirizzate alle classi sociali più basse, sarebbero per forza di cose quelle più pesanti e pericolose, poiché la maggior parte di coloro che desiderassero della semplice cannabis la potrebbero reperire facilmente per vie legali. Fra una decina di giorni arriverà la proposta ufficiale al Governo e al Parlamento, e l’impressione è che potrebbero riscontrarsi diversi consensi, specie negli ambiti democratici, della sinistra vendoliana, e del M5S.

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