In una lettera aperta, dettata dall’ospedale di Bergamo, Chiara Mocchi ha descritto i momenti concitati seguiti al suo accoltellamento, avvenuto a Trescore Balneario lo scorso mercoledì 25 marzo. In seguito all’aggressione, la professoressa in servizio da vent’anni alle medie del paese della Val Cavallina ha subito una terribile emorragia, che ha causato la perdita di circa un litro e mezzo di sangue nel giro di poco tempo.
«Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio» ha raccontato la donna, 57 anni e delegata della Cisl Scuola di Bergamo, oltre che poetessa con pubblicazioni alle sue spalle.
La trasfusione sull’elicottero
Nella missiva, affidata dal Papa Giovanni al suo avvocato Angelo Lino Murtas, l’insegnante ha voluto sottolineare l’importanza della trasfusione salvavita, effettuata in elisoccorso mentre la trasportavano al nosocomio cittadino, ringraziando anche chi ha donato e l’importante azione dell’Avis bergamasca. Il padre, al quale pure è andato il suo pensiero, era stato tra l’altro il fondatore del ramo della Media Val Cavallina.
Adesso, Mocchi è fuori pericolo ma il ricordo, anche in quelle righe, non può che tornare a quanto successo immediatamente dopo quel fatto, che ha sconvolto la Bergamasca: «Dal cielo è arrivata l’eliambulanza del servizio “Blood on board”. Mi hanno caricata in un istante – ha proseguito -. Nel momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».
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Chiara Mocchi, insegnante 57enne accoltellata a Trescore
il piano su Telegram prima dell'aggressione
il "manifesto" dello studente 13enne
Nella lettera, si coglie come la donna avesse avuto a un certo punto la percezione che la vista le stesse sfuggendo via, per poi ritornare a mano a mano che i sanitari proseguivano nell’operazione di trasfusione.
«Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
Difesa anche da uno studente
In seguito, i ringraziamenti ai soccorritori, ai medici e ai donatori dell’Avis, ma anche uno studente della scuola, E. , tredicenne come l’accoltellatore, dal quale l’avrebbe difesa rischiando la vita. Al tempo stesso, ha definito il suo aggressore come un ragazzino «confuso, trascinato e “indottrinato” dai social». Già, i social, gli stessi dai quali avrebbe attinto idee fanatiche anche il 17enne pescarese, residente a Perugia, arrestato nelle scorse ore.
Seguiva un gruppo Telegram (come il ragazzino bergamasco) neonazista, aveva acquisito documenti e informazioni sull’assemblaggio di armi e la creazione di esplosivi e, secondo gli inquirenti, progettava di compiere una strage a scuola. Un caso che, dagli elementi a disposizione, non ha alcun collegamento diretto con quello della nostra provincia, dove pure ci sono stati casi, meno gravi, da altre parti. Ma entrambi sono indice di un fenomeno, nel sottobosco degli adolescenti in Italia, che non può essere più bollato semplicemente come risultato di un “disagio”.