Cronaca
Un'economia presto - forse - in recessione

Cina, la svalutazione dello Yuan spiegata con sette chiare domande

Cina, la svalutazione dello Yuan spiegata con sette chiare domande
Cronaca 13 Agosto 2015 ore 11:50

Perché la Cina svaluta la sua moneta a ripetizione e chi ne pagherà il prezzo. Le domande che tutti si fanno sulla crisi monetaria cinese.

1. Quella cinese è davvero un'economia in crisi?

A luglio l’export cinese è caduto dell’8,3% e nell’ultimo trimestre gli acquisti di auto sono scesi del 22% in ritmo annuale. Secondo gli analisti della banca americana Citigroup la crescita del 7% prevista per quest’anno sia in realtà da ridurre di almeno due punti. Nei prossimi anni anche Pechino potrebbe fare i conti con una vera recessione.

 

 

2. Perché l'economia cinese vacilla?

Dal 2008 il debito pubblico e privato cinese è cresciuto più che in qualunque altro Paese. Come ha spiegato Federico Fubini sul Corriere della Sera, un debito finalizzato a sostenere una crescita sempre più artificiale con investimenti sempre meno produttivi: acciaierie senza mercati di sbocco, città fantasma, autostrade che nessuno percorre. Infatti la mossa della svalutazione svela la profondità della crisi manifatturiera cinese. Come scrive Giulio Sapelli, la crisi è dovuta in parte al ritorno in patria di alcune industrie occidentali che 20 anni fa avevano iniziato a delocalizzare lì le proprie produzioni e in parte al fallito tentativo di creare un mercato interno, mediante anche un grande processo di urbanizzazione, togliendo forzatamente i contadini dalle campagne per portarli nelle grandi città. Questo processo non è riuscito, perché molte di queste città sono vuote o semi-vuote. Dato che Pechino è entrata nel meccanismo capitalistico, ora si affida allo strumento della svalutazione competitiva.

 

 

3. Perché il mercato interno non è decollato?

La svolta sempre attesa verso una crescita affidata ai consumi interni non si è mai attuata; c'è una struttura di potere consolidatasi negli anni resistente all’aumento dei salari che sarebbe necessario. In questo modo l’economia rallenta sempre più e nasce la tentazione di tornare indietro, ad esempio svalutando la moneta.

 

 

4. La svalutazione dello yuan è davvero un terremoto?

In un sistema in cui a turno il dollaro, il rublo russo, il real brasiliano, la rupia indiana, lo yen, il won coreano, e alla fine anche l’euro si sono inseguiti nella corsa al deprezzamento, Pechino si era sempre tenuta fuori. Non ha mai preso parte alla guerra delle valute, permettendo alla sua moneta di diventare la più forte (e meno competitiva) fra le 32 principali del pianeta. Lo yuan in due giorni si è svalutato poco meno del 4%, dopo che si era apprezzato del 15% nei dodici mesi precedenti. Comunque lo scenario che prevede una «guerra delle monete» è improbabile: una rapida discesa dello yuan metterebbe in moto una fuga di capitali all’estero.

 

 

5. La svalutazione penalizzerà le esportazioni italiane?

La Repubblica popolare assorbe solo il 6% dell’export tedesco e il 3% circa di quello italiano. Certo che se altre valute asiatiche, come già subito quella del Vietnam, dovessero andare a loro volta al ribasso una influenza la può avere. Gli ultimi dati del Boston Consulting Group dicono che i cinesi acquistano il 29% dei prodotti mondiali della fascia lusso, 290 miliardi solo in abbigliamento, orologi, gioielli, cura della persona. Come ha scritto Daniela Monti sul Corriere della Sera, Lvmh, per fare il nome di un gigante, nel primo trimestre ha registrato un -6% in Asia. Anche i risultati preliminari del primo semestre del gruppo Prada confermano che nella Greater China e in Asia in generale (ad eccezione del Giappone) le vendite continuano a calare, compensate dal buon andamento dell’Europa, degli Stati Uniti e, appunto, del Giappone.

 

 

6. La svalutazione è anche un messaggio al Fondo monetario internazionale?

Come ha spiegato Stefano Lepri, la moneta cinese, ufficialmente chiamata Renminbi, non è convertibile (non si può comprare e vendere liberamente, al contrario di dollaro, euro, sterlina, yen giapponese) e questo rappresenta un freno al ruolo della Cina nell’economia mondiale. Logico che il governo di Pechino voglia cambiare. Ma il Fondo monetario internazionale, che all’inizio dell’anno prossimo dovrà discutere riconoscere lo yuan come valuta di riserva, ha accolto le decisioni dell’altro ieri con grande cautela.

 

7. Per chi esporta è arrivato il momento di cambiare strategie?

Gran parte dei consumatori con maggiori possibilità di spesa vive oggi nelle cosiddette città di «livello inferiore», le metropoli di seconda fascia in termini di dimensioni abitative, non le grandi megalopoli urbane come Pechino e Shanghai. I grandi marchi del made in Italy - segnala Boston Consulting - avranno bisogno di essere presenti (per essere davvero capillari) in oltre 600 città per raggiungere il cinese con il portafogli gonfio.

Resta sempre aggiornato sulle notizie del tuo territorioIscriviti alla newsletter