Edizioni Il Saggiatore

Città sola di Olivia Laing, un libro per scoprire e capire la solitudine

Città sola di Olivia Laing, un libro per scoprire e capire la solitudine
Cronaca 20 Agosto 2018 ore 09:15
Foto in copertina di Celeste Degl'Innocenti

 

Per alcuni può essere una panacea temporanea per salvarsi dall’eccessiva esposizione alle relazioni sociali, per altri è un abisso dove tanto si acquista (in termini di tempo, di conoscenza di sé stessi e di libertà), ma altrettanto si lascia, imparando a distaccarsi dal mondo. Per anni considerata condizione necessaria per la vita di qualunque artista, negli ultimi decenni è stata invece vista dalla società contemporanea come una sorta di punizione, una condizione temporanea dalla quale fuggire.

Spesso lontana dall’essere una libera scelta, la solitudine continua ad essere strettamente connessa con la mancanza di connessione emotiva e di intimità fisica, vissuta in una costante attesa affinché questa mancanza fisica finisca. Quasi sempre legata alla solitudine è la vergogna, sentimento invece necessario per capire a fondo i meccanismi che portano a distaccarsi dalla società, specialmente quando – ovvero nella maggior parte dei casi – non si tratta di una decisione ma di un imposizione della società.

 

 

Di tutto questo si parla in un libro che proprio alla solitudine è dedicato: Città sola, della scrittrice britannica Olivia Laing, già autrice del Guardian e del periodico Frieze, prima sua opera tradotta in italiano, edita da Il Saggiatore. Al centro della storia c’è New York, vista non solo come una città ma come un crocevia immaginario per persone solitarie, spesso tanto timide e insicure da essere incapaci perfino di connettersi tra loro. «Avventure nell’arte dell’essere soli», questo il sottotitolo dell’opera, che parte da un breve racconto dell’esperienza personale dell’autrice a New York, dove si trovava da sola, senza amici né familiari, dopo esservici trasferita per seguire un amore rapidamente finito.

Città sola, però, è solo in minima parte il racconto dell’esperienza della Laing; tutto il resto è una collezione di storie e di esperienze di tanti artisti che nella grande mela vissero in una condizione di semi emarginazione. Tra loro Andy Warhol e Valerie Solanas, il pittore della pop art e la femminista americana che, oltre ad avere provato a uccidere l’artista newyorkese, giudicava la vita in questa società come una noia sconfinata. Se David Wojnarowicz, grande scrittore isolato perché gay e malato di Aids, dalla solitudine non è mai riuscito a fuggire, c’è chi, come l’artista Henry Darger aveva scelto di passare tutta la vita in un isolamento volontario. Edward Hopper, invece, apparentemente conduceva una vita di società, legata al suo essere un pittore di successo e un uomo di famiglia, ma la profondità con la quale nei suoi quadri rappresenta la solitudine è tale da non poter che derivare da una complessa esperienza personale. Come dimenticare, ad esempio, il quadro Automat (1927) con una donna persa nel suo mondo, alienata al punto da non avere più un’immagine riflessa nel vetro del bar?

 

 

La solitudine può essere vissuta in tanti modi diversi, e per questo è paragonabile a un’arte, o a un’avventura, che obbliga a fare i conti con una serie di domande fondamentali per definire il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri. L’arte della solitudine implica anche una riflessione sul desiderio sessuale, sulla malattia, sul denaro, sui cambiamenti di consapevolezza provocati da internet. Come suggerito dall’autrice inglese Olivia Laing, quello che forse dovrebbe cambiare è il modo in cui alla solitudine ci si rapporta, smettendo di considerarla come fonte di imbarazzo e imparando a usarla come strumento di conoscenza per sé e per gli altri, come le storie dei tanti artisti citati nel libro dimostrano.