Lo scenario dopo le elezioni

Che sta succedendo in Colombia La lunga marcia verso la pace

Che sta succedendo in Colombia La lunga marcia verso la pace
Cronaca 10 Maggio 2018 ore 09:15

Marzo è stato un mese di cruciali elezioni politiche, e non solo per l’Italia. Anche la Colombia è andata al voto, in una tornata elettorale alla quale per la prima volta hanno preso parte anche gli esponenti delle FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie che nel 2016 hanno firmato, dopo oltre quattro anni di trattative, uno storico accordo con il governo di Juan Manuel Santos, mettendo fine a cinquant’anni di guerra civile e segnando la trasformazione dell’organizzazione armata in partito politico.

L’accordo a L’Avana. Il primo accordo, siglato il 26 settembre 2016 a L’Avana è stato sottoposto il successivo 2 ottobre a un referendum popolare che ne ha rifiutato le condizioni. Il nuovo testo è stato quindi approvato in Parlamento nel novembre del 2016, presentando un accordo nel quale venivano finalmente affrontare le difficili questioni dell’integrazione degli ex-guerriglieri, i procedimenti giudiziari post guerra civile, la lotta al traffico di droga, i sussidi per la riconversione delle piantagioni nonché il superamento di alcune iniquità in un paese dove non c’è mai stata una riforma agraria.

 

 

Punto cruciale dell’accordo è la creazione di 26 zone di transizione per gli ex guerriglieri delle FARC, ai quali è stata chiesta la consegna delle armi e l’inserimento in corsi di formazione per potersi progressivamente reinserirsi nella società civile. Più di diecimila sono i guerriglieri, uomini e donne, che ora vivono in queste zone, nonostante i grandi ritardi del governo nel predisporre alloggi e strutture adeguate, con l’aggravante della mancanza di acqua potabile, molto difficile da procurare in tante delle zone di transizione (dotate di impianti malandati situati in zone difficilmente accessibili).

Anche sulla consegna delle armi ci sono stati molti ritardi sia, banalmente, per la mancanza di sufficienti container dove depositarle, sia per la lentezza nell’approvazione delle leggi per le riforme agrarie e politiche, punti non più negoziabili anche considerando come alla base del movimento delle FARC ci sia l’espressione della società contadina rispetto a quella urbana.

Cosa hanno portato, allora, le elezioni? Il partito degli ex-guerriglieri, denominato “Forza alternativa rivoluzionaria comune”, ha ottenuto solo 85mila voti complessivi, meno dell’1 per cento del totale. Un risultato che esprime bene l’odio della popolazione per una guerra civile che dal 1964 ha provocato quasi 220mila vittime e sette milioni di sfollati.

 

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In un paese pieno di sfiducia rispetto alle proprie istituzioni democratiche e logorato dalla guerra civile alle elezioni ha votato poco più della metà della popolazione, consegnando lo Stato in mano ai conservatori. La percentuale maggiore (circa il 16 per cento dei voti) è andata infatti al Partito Democratico, fortemente contrario all’accordo di pace, seguito a ruota da Cambiamento Radicale e dai Conservatori, uno schieramento di destra che sarà verosimilmente in grado di imporsi nell’approvazione di tutte le leggi.

Lo scenario attuale. In un territorio di foreste e catene montuose dove le organizzazioni criminali hanno da sempre grande potere gli storici accordi del 2016 stanno subendo grossi ritardi nella loro applicazione, mentre continuano nelle aree periferiche del Paese le attività di gruppi dediti al narcotraffico e bande paramilitari. Alle radici del cinquantennio di guerriglia ci sono infatti profonde disparità economiche e politiche che solo l’implementazione completa degli accordi del 2016 e le transizioni legislative potranno – forse – sanare.

Resta il problema di come convincere, nel Paese che è il più grande produttore di cocaina al mondo, i contadini a rinunciare agli enormi guadagni derivati dalla vendita della pasta di coca e a riconvertire le coltivazioni.

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