Istituti e cifre

Come le banche hanno aiutato Bergamo ai tempi del coronavirus

La più "generosa" è stata Intesa con 30 milioni di euro a disposizione tra donazioni e prestiti. Seguono Ubi e Banca d'Italia. "Solo" ventimila euro da Banco Bpm

Come le banche hanno aiutato Bergamo ai tempi del coronavirus
Bergamo, 17 Luglio 2020 ore 17:05

di Ennio Mauri

Gli Istituti di credito hanno fatto parlare di sé in questi ultimi mesi di emergenza coronavirus nella nostra città anche per la propria adesione al Fondo di Mutuo Soccorso che il Comune di Bergamo ha istituito intorno alla metà di aprile. Generosità e sensibilità diverse, vien da dire, nel senso che ogni banca ha dato risposte e fondi in base alle proprie disponibilità e alle proprie ragioni.

Da quel che ci è dato sapere, il sindaco Giorgio Gori, in periodo ancora di lockdown, si è messo a scrivere e a contattare personalmente i dirigenti delle banche di cui è a conoscenza e ha presentato lo strumento del Fondo per Bergamo, nel tentativo di portare a casa qualche soldo che potesse aiutare la città e i bergamaschi nel momento del bisogno. Anche perché di crowdfunding ne avevamo già visti parecchi, con gli italiani (e non solo) che hanno aperto i propri portafogli soprattutto verso gli ospedali bergamaschi, rendendo possibile, ad esempio, gran parte del finanziamento dell’ospedale da campo alla Fiera. Sensato, quindi, non puntare ancora su quello strumento, ma alzare il tiro coinvolgendo le banche.

La prima a rispondere è stata la Banca d’Italia, che ha di fatto aperto il Fondo del Comune, con una donazione di un milione e 250 mila euro: una cifra non da poco, che è finita – almeno in parte – nelle disponibilità dei servizi sociali anche per prorogare e rinforzare lo strumento dei “buoni spesa” che il Governo aveva varato nel mese di marzo per aiutare le persone in condizioni di fragilità economica a comprare cibo e generi di prima necessità.

La seconda a rispondere a Gori è stata Intesa Sanpaolo. Che non si è limitata però a donare nel Fondo, ma ha immaginato uno strumento diverso: quello che poi è stato chiamato “Programma Rinascimento”, un articolato progetto di sostegno alle piccole e piccolissime imprese della città, non solo per pagare le spese sostenute comunque durante la quarantena (l’affitto dei locali, le bollette, per esempio), ma anche per riaprire e rilanciare le proprie attività, con una combinazione di contributi a fondo perduto e prestiti che si ripagano in dieci anni e con tassi vicini allo zero. E sul piatto Intesa ha messo dieci milioni in regalo e venti milioni in prestito, un’operazione enorme che somiglia anche a una grande mossa di marketing in parallelo al tentativo di scalata a Ubi. Un’impressione corroborata dal fatto che Intesa immagina questo strumento per Bergamo e anche Brescia, le province più colpite – certo – ma anche la casa natìa di Ubi.

Gori, mentre l’operazione “Rinascimento” era ancora in fieri, ha comunque continuato la sua interlocuzione con Ubi, banca di casa, a un passo dal Comune, con la quale si parla e si lavora da tempo immemore. E Ubi, messa anche al corrente dell’operazione di Intesa, si è presa un suo pezzo, anche – se vogliamo – per non essere da meno e rispondere sul campo all’altro tentativo di Sanpaolo di planare sulla città di Sant’Alessandro. Ubi Banca ha quindi sposato la causa della Capitale Italiana della Cultura 2023, una causa comune tra Gori e Del Bono, tra Bergamo e Brescia. Un’operazione che si è rivelata già vincente, nel senso che, ad ancora tre anni dal 2023, la Città dei Mille e la Leonessa sono già praticamente certe del titolo, con tutti i Comuni italiani a sponsorizzare l’iniziativa e addirittura il Parlamento pronto a sancirla attraverso l’iniziativa in Aula del pentastellato Devis Dori. Ubi non ha mai rivelato l’ammontare della cifra messa a disposizione, ma i ben informati nei corridoi di viale Roma fanno intendere che la cifra stia intorno ai 5-6 milioni di euro: basterebbe per tappare i buchi della cultura 2020 e immaginare un robusto programma di rilancio in vista del 2023.

Prima di imbastire questo pezzo, abbiamo provato a capire se anche il fu Credito Bergamasco, ora noto con il nome di Banco Bpm, abbia messo sul piatto del suo nel Fondo del Comune di Bergamo, ben sapendo che donazioni per 3,5 milioni il Credito aveva erogato agli ospedali, un bel gruzzolo anche a quello di Bergamo. Per il fondo di Palazzo Frizzoni sono rimasti quindi circa 20 mila euro: a caval donato non si guarda in bocca, si ringrazia, sapendo che anche quelli torneranno utili. Ma anche ormai consapevoli che gli altri stanno in un campionato diverso.

Tornando a Banca Intesa, va detto che l’aiuto al nostro territorio è andato anche al di là del “Programma Rinascimento”. Ca’ de Sass ha infatti sostenuto con 400 mila euro la realizzazione dell’ospedale da campo degli Alpini e la raccolta fondi “Abitare la cura” per garantire l’accoglienza gratuita dei malati costretti a completare il periodo di isolamento lontano da casa e nei Covid Hotel. Inoltre, Eurizon, società di gestione del risparmio del Gruppo Intesa, ha donato 100 mila euro al Papa Giovanni. Infine, Intesa ha sostenuto l’iniziativa “Una bandiera per Bergamo” e ha contribuito fino a 5 milioni di euro per il progetto “Ricominciamo insieme” della Diocesi destinato alle famiglie in difficoltà.

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