I sì per la prima volta sotto quota 200mila

In Italia non ci si sposa quasi più

In Italia non ci si sposa quasi più
25 Agosto 2014 ore 11:42

Nel 2013 si sono celebrati meno di 200mila matrimoni: è la prima volta, nella storia d’Italia, che si registra un dato così basso. La notizia arriva a coronamento di una progressiva diminuzione dei matrimoni in atto dal 1972. In particolare, negli ultimi 20 anni il calo annuo è stato in media dell’1,2 percento. A questo si aggiunge il fatto che le celebrazioni con rito religioso perdono ulteriormente terreno nei confronti del rito civile: tra il 2008 e il 2013, la quota di sposi che ha scelto il primo è passata dal 63 percento al 57 percento.

L’amore è eterno finché dura. L’Istat, il 23 giugno di quest’anno, ha pubblicato i dati relativi ai divorzi e alle separazioni avvenute nel 2012 sul territorio nazionale: le separazioni sono state 88.288 (più 69 percento rispetto al 1995) e i divorzi 51.319 (raddoppiati rispetto a vent’anni fa). Questo trend di crescita ha registrato una lieve battuta d’arresto nel 2012, quando le separazioni sono state un punto percentuale in meno e i divorzi -5,8 percento.
Aumenta, intanto, la scelta, da parte dei cittadini italiani, di sciogliere la propria unione coniugale al di fuori dell’Italia, in altri Paesi dell’Unione europea, dove si riducono tempi e costi per l’ottenimento del divorzio; ad esempio in Spagna, dove i divorzi di italiani sono stati 500 nel 2012 e 2mila negli ultimi cinque anni.
Nel Belpaese, per i divorzi concessi nel 2012, l’intervallo di tempo intercorso tra la separazione legale e la successiva domanda di divorzio è stato superiore a cinque anni quasi nel 40 percento dei casi. Negli altri Paesi europei, invece, la procedura è molto più rapida: includendo l’intero iter amministrativo e burocratico, la sentenza di divorzio si ottiene in circa sei o sette mesi.

Ci si separa di più al Nord, ma aumenti anche al Sud. Il fenomeno dell’instabilità coniugale presenta ancora oggi una distribuzione non omogenea sul territorio: si va da un minimo di circa 250 separazioni per mille matrimoni al Sud, ad un massimo di 370 nel Nord-ovest.
Gli incrementi più consistenti, però, si sono osservati nel Mezzogiorno, dove i valori sono più che raddoppiati. Ad esempio, si è passati da 70 a 270 separazioni per mille matrimoni in Campania e da 95 a 320 in Sardegna.
Le regioni del Nord e del Centro – che partivano da livelli sensibilmente più elevati – hanno fatto registrare, tra nello stesso periodo, un incremento più contenuto. L’unica eccezione è rappresentata dall’Umbria, dove il valore del tasso è cresciuto di quasi tre volte.

In media ci si separa dopo 16 anni di matrimonio. Nel 2012, la durata media del matrimonio è stata pari a 16 anni per i procedimenti di separazione, a 19 per i provvedimenti di divorzio. L’interruzione dell’unione coniugale riguarda sempre più anche matrimoni di lunga durata: rispetto al 1995 le separazioni sopraggiunte dal venticinquesimo anno di matrimonio in poi sono triplicate in valore assoluto, mentre quelle al di sotto dei cinque anni sono pressoché invariate (poco più di 12 mila). Aumenta dunque la quota delle separazioni riferite ai matrimoni di lunga durata (dall’11% del 1995 al 21% del 2012) e scende la quota di quelle interrotte entro i primi cinque anni di matrimonio (dal 24% del 1995 al 14% del 2012).

I matrimoni religiosi sono un po’ più stabili. Dopo il fatidico settimo anno di matrimonio, su mille sono sopravvissute 955 coppie sposate nel 1985, 926 nel 1995 e 917 nel 2005; in altri termini, le unioni interrotte da una separazione sono quasi raddoppiate.
Questi valori, osservati sul totale dei matrimoni celebrati nei singoli anni, variano molto a seconda della “tipologia” di matrimonio. Mettendo a confronto i matrimoni del 1995 con quelli del 2005, si osserva come la propensione a separarsi nei matrimoni celebrati con rito religioso sia molto inferiore rispetto a quella nelle nozze civili. Non muta, ad esempio, la percentuale di matrimoni religiosi interrotti dopo il settimo anno.

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