La strategia degli avvocati

Bossetti, il Dna discutibile e le altre tesi dei difensori

Bossetti, il Dna discutibile e le altre tesi dei difensori
23 Settembre 2014 ore 16:00

Il 15 settembre, il gip Ezia Maccora ha respinto l’istanza di scarcerazione di Massimo Giuseppe Bossetti, presentata dai suoi due legali, Claudio Salvagni e Silvia Gazzetti. Nelle sei pagine dell’ordinanza, il giudice spiega che non sono emersi, nei tre mesi che hanno seguito il fermo (da lei stessa convalidato il 19 giugno), elementi tali da far cambiare la posizione dell’artigiano di Mapello. Secondo la Maccora, dunque, a carico di Bossetti restano indizi gravi e concordanti e non può sottovalutarsi il pericolo di reiterazione del reato. La gravità indiziaria resta immutata, secondo il gip, e fa principalmente perno sulla prova principe presentata dal pm Letizia Ruggeri e dal suo team di investigatori: il Dna di “ignoto 1” ritrovato sui leggins e sugli slip della tredicenne, compatibile con la traccia genetica di Bossetti. I legali dell’indagato però non si arrendono e sono pronti a presentare ricorso al Tribunale del Riesame di Brescia, riproponendo gli argomenti esposti nelle 40 pagine di istanza con la quale avevano chiesto la scarcerazione del loro assistito. Proprio dall’analisi di queste pagine stanno venendo a galla nuovi elementi in favore della difesa, che lasciano dubbi sulla tenuta della ricostruzione effettuata dall’accusa.

Dna: i Ris smentiscono la procura? Secondo quanto pubblica il quotidiano La Stampa, l’istanza presentata dagli avvocati al gip il 12 settembre, contiene una rivelazione che, se appurata, potrebbe cambiare decisamente le carte in tavola per il futuro processo. Nelle 40 pagine si legge che il Ris (Reparto investigazioni scientifiche), nella relazione in cui analizzava la traccia ematica da cui è stato estratto il Dna di “ignoto 1”, spiega: «Una logica prettamente scientifica, non consente di diagnosticare in maniera inequivoca le tracce lasciate da “ignoto 1” sui vestiti di Yara». Il che, tradotto in termini semplici, significa che il Ris non se la sente di affermare con assoluta certezza che dalla traccia ematica rilevata sui leggins di Yara fosse possibile ricavare un campione di Dna abbastanza valido da offrire un risultato certo. La relazione del Ris, infatti, continua: «Pare quantomeno discutibile come ad una eventuale degradazione proteica della traccia non sia corrisposta una analoga degradazione del Dna». Eppure, prima il pm e poi il gip, hanno sempre definito «ottima» la traccia genetica su cui si sono compiuti i test. Come è possibile che ci sia questa differenza? Ha sbagliato la polizia scientifica o, invece, come sostengono oramai da tempo i legali di Bossetti, il Dna non può veramente essere considerato un elemento scevro da ogni possibile dubbio? È chiaro che, essendo proprio la traccia genetica di Bossetti la prova su cui la procura ha costruito l’intero castello dell’accusa, su questo punto si gioca l’intera partita processuale.

Nel primo pomeriggio di martedì 23 settembre è arrivata, attraverso le reti Sky, la risposta del Ris sulla vicenda: il Dna trovato sul corpo di Yara non è mai stato in discussione. Il Reparto Investigazioni Scientifiche spiega che, la parte non diagnosticabile al cento per cento, riguarda solamente l’origine di queste tracce: se sangue o altro liquido corporeo. Sul fatto che siano di Bossetti, però, non vi sarebbero dubbi.

Altri punti deboli nell’accusa. Claudio Salvagni e Silvia Gazzetti non si sono però limitati a mettere in dubbio la prova principe, ma hanno anche attaccato frontalmente gli altri elementi indiziari fino ad oggi portati avanti dal pm. Primo: le celle telefoniche. Il pm Letizia Ruggeri ha più volte definito un «indizio di rilievo» (non prova, la differenza semantica è di fondamentale importanza, perché indica la consapevolezza del fatto che anche lo stesso pm sa di non poter contare ciecamente su questo tipo di elementi, per l’appunto indiziari) il fatto che la sera del 26 novembre 2010, giorno in cui Yara Gambirasio sparì, i cellulari della vittima e dell’indagato abbiano agganciato la cella di Mapello, dove il muratore vive, e che quella cella è stata identificata come l’ultima agganciata dall’utenza di Yara. La cosa non sarebbe però confermata dalla Vodafone s.p.a., che in un documento presentato il 25 gennaio 2011, allegato dai legali alla richiesta di scarcerazione, spiega che l’ultimo aggancio dell’utenza della vittima è avvenuto alla cella di Brembate e non a quella di Mapello. I due avvocati non mettono apertamente in dubbio la ricostruzione dell’accusa, ma insinuano il dubbio: «Attraverso l’analisi delle celle telefoniche, come sappiamo, è possibile conoscere (con sensibile approssimazione) la posizione di un cellulare con precisione massima pari al raggio della cella stessa». Ovvero, se a qualcuno risulta come ultima cella d’aggancio quella di Mapello e a qualcun altro quella di Brembate, significa che non è possibile stabilire se i cellulari fossero all’interno di una o dell’altra zona di copertura.

Da ultimo, viene messo in dubbio anche un altro indizio, cioè le tracce di polvere di calce rinvenute nei polmoni della tredicenne. La procura ritiene che, essendo Bossetti un muratore, quelle tracce dimostrerebbero il fatto che Yara è stata, molto probabilmente, sul camioncino da lavoro dell’indagato. La stessa pm, su questo elemento, non calca eccessivamente la mano, consapevole che anche il padre della tredicenne lavora nell’ambito edilizio e che una polvere con calce viene usata nella ginnastica artistica, attività sportiva che proprio Yara praticava. Ma la difesa punta a sminuire ogni possibile ricostruzione dell’accusa, compresa questa. Nell’istanza, i legali scrivono: «Non può non notarsi che l’indicata parte dell’apparato respiratorio, analizzata nella perizia Cattaneo, non evidenzi alcuna presenza di “polveri riconducibili a calce”. Ciò – concludono – in evidente insanabile contrasto con quanto indicato nell’ordinanza di custodia cautelare ove si assume l’elemento in questione (calce nell’alveo bronchiale) quale importante indizio di colpevolezza». La difesa, dunque, spiega che la polvere di calce c’era, forse, nei polmoni, ma non nell’alveo bronchiale analizzato dall’anatomopatologa Cattaneo, mettendo in dubbio così, ancora una volta, la ricostruzione dell’accusa.

Difficile capire ora come si esprimerà il Tribunale del Riesame, ma la sensazione è che, quando inizierà il processo, sarà una sfida a colpi di fioretto in cui la difesa non darà nulla per scontato. E l’accusa dovrà essere pronta a portare elementi incontrovertibili, altrimenti il solo Dna potrebbe non bastare a reggere l’accusa.

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