Un articolo del Nyt

Cosa ci rivelano di noi stessi quegli onnipresenti selfie stick

Cosa ci rivelano di noi stessi quegli onnipresenti selfie stick
11 Agosto 2015 ore 10:47

 

Riportiamo la traduzione di un articolo molto interessante apparso sul New York Times, scritto dalla giornalista Kate Murphy. Per un approfondimento dei temi e delle ricerche citati, invitiamo alla lettura dell’articolo in lingua originale sul sito del magazine – lì troverete link che vi condurranno agli articoli di ricerca veri e propri.

 

Ceneri crematorie, xilofoni e sedie a sdraio non sono ammessi nel Magico Regno, e adesso nemmeno i bastoni per il selfie – i così detti selfie stick. Quest’estate, Disneyland ha vietato i narcistick (gioco di parole tra narcisismo e stick, parola che in inglese significa bastone, ndr), seguendo un trend di proibizioni già in atto nel Colosseo di Roma, nella reggia di Versailles e all’Opera House di Sydney. Le ragioni ufficiali: sicurezza pubblica e decoro. Quest’anno i selfie stick sono stati vietati anche al festival musicale di Coachella (uno dei più importanti festival musicali del mondo, che si tiene ogni anno in California, ndr) e al Comic-Con (gigantesca e celebre fiera americana per gli appassionati dei fumetti, ndr) – non proprio due eventi in cui generalmente il decoro regna sovrano. In Russia, se li usi, possono anche arrestarti: il governo russo ha recentemente iniziato una campagna di sensibilizzazione a proposito del rischio di farsi i selfie (con o senza bastone), dopo che alcuni tentativi di farsi dei selfie in situazioni pericolose – come davanti ad un treno in arrivo – sono sfociati in vere e proprie tragedie.

 

 

Dall’avvento delle fotocamere anteriori sui cellulari, i selfie sono stati oggetto di occhi alzati verso il cielo e vago imbarazzo anche fra loro che se li fanno (spesso mostrando, se si è donne, la così detta duckface, un espressione con labbra imbronciate, o, se si è uomini, un’espressione con le sopracciglia asimmetriche). Adesso la tendenza dominante è quella di mettere il cellulare sulla cima di un bastone che funge un po’ da proseguo naturale del sé – come se si tentasse di “limitare”l’intrusione sociale dei selfie alla massima ipotetica lunghezza del proprio braccio. Psicologi, persone che lavorano nel tech, economisti comportamentali, storici d’arte e futuristi (intesi come persone che cercano di predire il futuro) danno tutti un’interpretazione diversa del fenomeno selfie e dei rischi fisici e sociali delle persone che se li fanno. Ma tutti sono più o meno d’accordo sul sostenere che i selfie sono una forma d’espressione che rivela più di quello che chi se lo scatta vorrebbe rivelare, indipendentemente dai lusinghieri filtri che utilizza.

Molta della ricerca sui selfie rivela che (sorpresa!) le persone che se ne scattano molti tendono ad avere tratti di personalità narcisistici, psicopatici e machiavellici – il che spiega perché quando ti urtano con il loro selfie stick spesso non ne accorgono nemmeno. Questo non è per dire che chiunque si scatti un selfie sia uno psicopatico, ma il fatto di scattarsene uno implica un alto bisogno di gratificazione del sé, in particolare se sono postati online su vari social. «Le persone si dimenticano che il narcisismo non si esibisce soltanto tramite comportamenti egomaniacali – è anche guidato da un’insicurezza sottostante», ha detto Jesse Fox, assistente professore della Scuola di Comunicazione dell’Università Statale dell’Ohio, che studia le personalità di coloro che si scattano i selfie. «Hanno bisogno di like per ottenere una conferma».

 

 

Altre ricerche suggeriscono che le persone tendono a farsi i selfie e postarli sui social quando sono attivate emotivamente, come per esempio quando sono sessualmente eccitate, arrabbiate o ansiose. È interessante notare come le emozioni che non prevedono un’attivazione (come l’appagamento) sono associate negativamente con il fatto di condividere dei selfie o altri contenuti personali.

Inoltre, alcuni studi dimostrano che coloro che utilizzano regolarmente i social media, quando viene loro preclusa la possibilità di condividere dei contenuti e pertanto di prendere dei like (la versione digitale del pollice in alto), hanno punteggi più bassi (rispetto a chi non li usa, ndr) nelle misure psicologiche legate al senso di appartenenza e al fatto di percepire la propria esistenza come un’esistenza piena di significato.

Rameet Chawla, uno sviluppatore di app, ha riportato risultati simili quando, un paio d’anni fa, ha creato un’app per mettere automaticamente un like ad ogni post di coloro che seguiva su Instagram. Creò quest’applicazione dopo che i suoi amici gli dissero che non metteva mai un like alle loro foto, molte delle quali erano selfie. Dopo un paio di mesi che aveva segretamente messo in moto la sua applicazione, Mr. Chawla notò che i suoi follower su Instagram erano saliti del 50 percento, e che era più probabile che ricevesse inviti a feste e incontri lavorativi. Poco dopo, Instagram ha bloccato la sua app. «Il fatto di premere un like non richiede molto, ma penso che le persone – me compreso – ne siano ossessionate», ha detto Mr. Chawla, che vive a New York City e il cui profilo Instagram si compone solo di selfie. «È una droga che dà dipendenza. Ne hai un assaggio, e poi ne vuoi di più, sempre di più. Le persone possono facilmente parlarti dei momenti in cui rompono il muro dei 100 like».

 

 

Niente di minimamente comparabile a Kim Kardashian (showgirl e modella americana, ndr), che prende regolarmente più di 800mila like per i suoi selfie. E le foto di sua figlia tendono a spezzare il muro del milione di like. Questi numeri sembrano supportare l’evidenza riportata da un gruppo di scienziati comportamentali inglesi, che hanno scoperto che le persone tendono a provare una maggiore affinità con coloro che postano fotografie di amici e famiglia, piuttosto che di se stessi.

Detto questo, è anche possibile che i selfie rappresentino semplicemente un’altra forma di comunicazione. Dopo tutto, un messaggio è fatto solo da 160 caratteri, mentre un’immagine vale mille parole. E molti personaggi nel campo tecnologico affermano che i selfie sono una fonte di potenziamento che garantisce agli individui un alto livello di controllo sul modo in cui si presentano al mondo. «Siamo bombardati da media che ci dicono come dovremmo apparire e come dovremmo essere», dice Jacquelyn Morie, un’imprenditrice nel mondo delle tecnologie d’immersione (come Oculus Rift, ndr) e ricercatrice nel mondo delle realtà virtuali all’Università di Southern California. «Con i selfie hai l’autorità e l’autonomia che non hai in altre parti della tua vita». Con filtri e applicazioni che dimagriscono, ammorbidiscono la pelle e ringiovaniscono, le persone possono mostrarsi migliori di come sono realmente. L’Accademia Americana di Plastica Facciale e Chirurgia Ricostruttiva ha riportato un incremento nelle domande di chirurgia plastica derivante dal fatto che le persone rimanevano deluse dopo aver confrontato i loro selfie con la loro immagine allo specchio.

Certamente, i selfie possono anche comporre la documentazione storica della vita di un individuo, magari migliorando anche un po’ la realtà dei fatti. Fanno vedere al mondo cosa stai facendo e con chi lo stai facendo e come il tutto sia incredibilmente divertente. Si sente spesso il ritornello «Fotografalo o non è successo». Che implica il corollario «Fatti un selfie o non esisti», il che aiuta magari a spiegare la compulsione di alcune persone a documentare le loro azioni anche se il fatto stesso di documentarle diminuisce l’intensità della loro esperienza e del loro coinvolgimento nel mondo reale. Ms. Morie ha detto che i selfie sono essenzialmente i nostri avatar, e ha previsto che un giorno sarà possibile adattarli ancor più ai propri gusti (fisici da supereroi, trecce fiabesche). Più la nostra vita si svolgerà online, sospetta lei, e più il nostro avatar sarà il modo dominante in cui vedremo noi stessi, a discapito del nostro noi stessi reale.

 

 

Il bisogno di base di essere riconosciuti o addirittura adorati è probabilmente il motivo per cui in così tanti sono diventati i registi hollywoodiani di se stessi, attaccando la fotocamera ad un bastone (o alle volte ad un drone) e incrementando il valore di produzione delle proprie vite. I recenti divieti del selfie stick sono stati interpretati da alcuni studiosi come un movimento culturale a favore dell’autenticità e della padronanza di sé, piuttosto che come eliminazione di un fastidio o di una minaccia per la sicurezza.

Alcuni sostengono anche che, invece che conferire potere a colui che se li scatta, i selfie danno il controllo a coloro che li osservano – cioè coloro che alla fine decidono se commentare la foto in modo incoraggiante o derogatorio, premendo like o ignorando la tua esistenza. Come per ogni selfie, indipendentemente dal suo livello di raffinatezza, artigianalità e abilità artistica, «coloro che lo guardano sono coloro che sono liberi di interpretarlo senza essere guidati dalle intenzioni della persona che se l’è scattato», ha detto Asma Naeem, una storica dell’arte e assistente curatrice alla National Portrait Gallery di Washington. «Si può certamente affermare che è l’osservatore ad avere il potere e gestisce la conoscenza nello scambio». In aggiunta all’interpretazione degli osservatori, non puoi controllare neanche cosa succede all’immagine stessa. Diversi artisti hanno preso dei selfie postati da persone a caso sui social media, li hanno incorporati nelle proprie opere e alcune di queste le hanno vendute a prezzi che s’aggirano intorno ai 100mila dollari.

Man mano che i software per il riconoscimento facciale migliorano, coloro che si fanno tanti selfie potrebbero star (sempre più, ndr) decidendo di dar via la propria identità. Più posti immagini online di te stesso e meglio le aziende, le agenzie governative e quelle criminali sono in grado di identificarti, non solo online ma anche mentre sei seduto al ristorante o cammini per strada. «Puoi cambiare il tuo nome o il tuo Social Security Number, ma non ti puoi cambiare la faccia», dice Jennifer Lynch, un avvocato dello staff dirigenziale per la Electronic Frontier Foundation che, insieme ad altri gruppi di difesa della privacy, ha lasciato anzitempo un meeting sulla tecnologia del riconoscimento facciale, svoltosi in giugno e sponsorizzato dal governo. «Non siamo nemmeno riusciti a trovare un accordo di base sulla necessità di proteggere le persone anche nelle situazioni ipotetiche maggiormente abusive». Brutte notizie per i devoti della duckface.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia