Molte fedi sotto lo stesso cielo

Cosa ha detto Massimo Recalcati martedì sera in Sant’Agostino

Cosa ha detto Massimo Recalcati martedì sera in Sant’Agostino
Cronaca 21 Settembre 2017 ore 06:00
Foto di Clara Mammana e Luca Baggi

 

MASSIMO RECALCATI diretta facebook

"Il Mistero delle Cose", la diretta Facebook dell'appuntamento con Massimo Recalcati

Pubblicato da Molte fedi sotto lo stesso cielo su Martedì 19 settembre 2017

 

«Ringrazio tutti voi sostenitori che con la vostra generosità rendete possibile Molte Fedi, perché trasmettete un’immagine della nostra città ben diversa da quella della domenica trascorsa a Pontida». Daniele Rocchetti, presidente delle ACLI di Bergamo, introduce così l’intervento del professore Massimo Recalcati, martedì 19 settembre nell’ex Chiesa di Sant’Agostino. Ogni intervento di Rocchetti è singolare e se non polemico sicuramente è politico: questo è lo spirito di Molte Fedi, che ricorda ai partecipanti che gli interventi non sono fini a se stessi ma legati alla vita di tutti i giorni. «Vogliamo seminare pensiero, come disse il sociologo Bauman quando venne in visita a Bergamo. Vogliamo far capire che sbagliano in egual modo quelli che dicono che ci sono solo problemi e quelli che non ce ne sono» soprattutto quando si parla di immigrazione.

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Rappresentare la bellezza. Ma martedì sera si è parlato di arte e di umanità, con il professor Recalcati, in una lezione più vicina ai temi del cristianesimo, «nel tentativo di rendere visibile l’invisibile». A ringraziare il professore del suo intervento è anche il Magnifico Rettore dell’Università, il professor Remo Morzenti Pellegrini, riconoscente per la capacità del professore di «costruire relazioni costruttive con studenti e insegnanti, perseguendo quella ricerca di senso cui non dobbiamo mai smettere di aspirare». Recalcati si chiede che cosa significhi rappresentare la bellezza e il Rettore sostiene che non ci sia un luogo più adatto per parlarne dell’Aula Magna ricavata dalla ex chiesa. «In questa chiesa c’è una struggente bellezza che suscita meraviglia» e gli affreschi restaurati rimandano proprio a quel senso di mistero di cui parla il professore.

La sala è gremita e silenziosa, mentre il professore guida gli spettatori alla comprensione di alcune opere dell’arte contemporanea. Ricordando le parole di Papa Wojtyla, Recalcati spiega che l’arte è «un ponte tra visibile e invisibile, un grido che risveglia. Il mio primo incontro con la pittura e la scrittura è nella mia infanzia, quando la mia casa era sopra al negozio di fiori dove mio padre lavorava. Capitava che alcune notti provenisse una luce dal negozio che non mi lasciava dormire. Allora scendevo le scale e trovavo mio padre intento a tenere tra le mani nere e grosse un fragile pennello d’osso e decorare a caratteri d’oro le corone di fiori per i funerali». Un’opera d’arte degna di questo nome è sempre in rapporto alla morte, diceva Rothko, ed è per questo che l’arte è un ponte: collega i vivi alla morte.

 

 

L'arte contemporanea. La lezione di Recalcati rivela il senso dietro l’arte contemporanea. «Nell’arco di meno di dieci anni si sono susseguiti tre sismi» che hanno stravolto il modo di fare arte: le tele di iuta di Burri, il dripping di Pollock e gli squarci di Fontana. «Burri ribalta completamente il concetto della pittura, incollando alla tela la iuta, il materiale che solitamente viene utilizzato per creare le tele». Solo che questa volta la iuta non viene colorata, ma diventa il protagonista stesso dell’opera. «Il primo sisma è l’incarnazione dell’opera e in questo è familiare al cristianesimo»: dopo Burri e i suoi sacchi di iuta, così come il suo legno o la plastica bruciate, viene eliminata ogni componente spirituale dell’arte: «L’opera è presente nella sua materialità ed è ferita, cucita, rattoppata, attaccata insieme alla tela. Burri racconta l’umano sovvertendo la gerarchia che si era imposta per centinaia di anni».

Jackson Pollock, invece, camminando attorno alle tele e lasciando colare la pittura dal pennello rinuncia ad essere protagonista dell’opera: non è più autore, ma è la pittura che nasce da «movimenti anarchici e caotici». L’opera è priva di un qualsiasi punto di riferimento, di qualsiasi centralità: è relatività assoluta, disorientamento. In questo solco si colloca Fontana, che taglia la tela e rende la prospettiva vera: «non si tratta più di un’illusione di un gioco di chiaroscuri: Fontana ribadisce che il quadro stesso ha delle dimensioni, un volume». Ma la ferita ci ricorda ancora Burri e i suoi rattoppi: «Fontana sconvolge il concetto di spazio neutro, rappresentandolo come corpo ferito. Le tele di fontana indicano la condizione ferita dell’essere umano e la elevano a poesia».

 

 

La sofferenza al centro. Qui risiede la criticità del passaggio dall’arte moderna a quella contemporanea: lo stravolgimento del concetto di bellezza. «I due modelli di bellezza sono contrapposti»: alla compostezza e all’ordine spirituale degli affreschi di Sant’Agostino in Città Alta si contrappongono le tele ferite di Burri e Fontana che incarnano la sofferenza e il dolore fisico. «Abbiamo sempre creduto che l’arte fosse equilibrio e armonia, ma in realtà questa bellezza serve solo ad occultare la ferita». Il senso dell’arte contemporanea è proprio il riportare al centro della scena la sofferenza: nel dolore c’è bellezza perché c’è umanità, e questo dolore è inevitabile e imprescindibile. Per questo motivo l’arte è un ponte, tra vita e ferita e tra luce e ombra: «Come dice l’artista e mio dolcissimo amico Claudio Parmigiani, l’ombra è il sangue della luce». Si tratta della metafora della luce nella notte, che altro non è che l’emissione di corpi morti: «La luce è ciò che resta delle stelle».