100mila affiliati tra crimini e riti di iniziazione

Cosa si sa della Mara Salvatrucha Ovvero la gang del machete

Cosa si sa della Mara Salvatrucha Ovvero la gang del machete
16 Giugno 2015 ore 07:00

Da una parte i politici forti come Maroni e Berlusconi che invocano l’esercito al grido di «se è necessario sparare, si spari», mentre dall’altra la “serenità” di un inno cantato che è quasi un modo di vivere: «Siamo le bestie che ammazziamo tutti quegli animali, machete in mano». Se non fosse accaduto tutto in un venerdì sera alla stazione ferroviaria di Villapizzone, verrebbe da pensare che i fatti legati all’aggressione subita da Carlo Di Napoli siano propri di un quartiere come il Bronx (come ha sottolineato la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini).

I fermati. Nel frattempo continuano le indagini e i fermi tra i ragazzi componenti la gang latina responsabile dell’azione. Al momento sono stati fermati in tre: Josè Ernesto Rosa Martinez, Jackson Jahir Trivino Lopez, detto “Peligro”, e Alexis Ernesto Garcia Rojas, detto “Smoking”. Martinez è colui che ha impugnato il machete colpendo il controllore e, durante gli interrogatori, si è detto dispiaciuto per l’accaduto, sottolineando come al momento dell’azione fosse in stato confusionale a causa dell’alcool. In seguito ha fornito elementi utili per catturare Rojas che, per il momento, è coinvolto in quanto presente (addirittura era in possesso dell’abbonamento che gli era stato chiesto dal controllore. Per questo il gip non ha confermato il fermo). Per Martinez e Trivino, già arrestato nel 2013 quando aveva 17 anni, sono stati convalidati gli arresti in attesa del processo. Ma da dove arrivano questi due salvadoregni che girano liberamente per Milano in gruppetti (si parla di altre 6 persone, compresa una donna) armati di machete?

 

 

Mara Salvatrucha. Si chiamano “pandillas” e sono le bande/gang di strada composte da ragazzi della stessa nazionalità, solitamente latinoamericana, che, per via di problemi di inserimento in Italia (causati dalla lingua), fanno del legame etnico uno dei valori più alti. Gianni Cantucci, sul Corriere della Sera scrive che: «Le pandillas, strutturate come associazioni mafiose nei Paesi d’origine, nelle costole da esportazione in Italia diventano fluide; non hanno controllo del territorio; si nutrono della mitologia dello scontro di strada che domina, fin da quando sono piccoli, l’immaginario di molti ragazzi». Quelli che hanno ferito gravemente il controllore venerdì sera sono membri della Mara Salvatrucha (“Mara” sta per gruppo, “Salva” per El Salvador e “trucca” significa furbo), in sigla Ms-13, un’organizzazione criminale di natura transnazionale (è nata a Los Angeles e negli USA è considerata seconda solo a Cosa Nostra, tanto da far costituire all’FBI una task-force specifica) che ha come scopo quello di imporsi sulle bande latinoamericane del territorio di riferimento.

 

 

Le origini. La Mara nacque negli anni Ottanta a Los Angeles quando decine di giovanissimi orfani salvadoregni, in fuga dalla guerriglia che imperversava nel loro Paese, venivano arruolati e addestrati da veri e propri signori della criminalità californiana, in cambio di ospitalità e di qualche spicciolo per vivere. Con la fine della guerra, e con El Salvador in piena crisi economica, il governo americano cercò di ricacciare gli emigranti nella loro terra d’origine, causando una dispersione in tutto il mondo degli affiliati alla Ms-13 che mantennero però i contatti con la cellula madre.

 

 

Cosa si sa di loro. Una prima indagine, condotta nel 2013, aveva reso pubblico l’operato dell’organizzazione latinoamericana (stimando in quasi 100mila affiliati i numeri dell’organizzazione a livello internazionale). Arrivata in Italia nel 2006, l’organizzazione criminale, padrona della zona nord di Milano, è composta sia da uomini che da donne, fuggiti dalla miseria di El Salvador, che diversificano la loro attività con furti, spaccio, rapine, spedizioni punitive, omicidi e rapimenti. Al contrario delle altre cellule della Ms-13, quella milanese arruola al suo interno anche giovani di altre nazionalità, come l’ecuadoregno Trivino. Per poter accedere alla Mara occorre superare un rito di iniziazione: gli uomini, per diventare “rey”, o vengono picchiati da decine di membri (13 secondi di pugni, calci, schiaffi, sputi) o devono uccidere uno sconosciuto qualunque. Le donne invece vengono stuprate, per poter essere delle nuove “reine” della banda. Il simbolo di riconoscimento della Mara Salvatrucha è un tatuaggio, composto dalla sigla della gang, inciso all’interno del labbro inferiore (gli altri segni distintivi sono le carte da gioco tatuate sul corpo che corrispondono ad un segno di sfida con il destino, oltre alle lacrime che enumerano gli omicidi effettuati).

 

 

Come agiscono. Le strategie di azione vengono decise dal ranflero, il capo, nell’incontro settimanale, il mirin, non dopo essersi confrontati via Skype con il centro decisionale sito a El Salvador. Il regolamento, nonostante un decalogo che ogni affiliato porta con sé, è basato fondamentalmente su due principi: l’obbedienza al capo e la proibizione della diserzione («L’unica alternativa al carcere è il cimitero», recita uno dei “comandamenti” della Mara). Un’appartenenza radicata e verticistica che ha portato Martinez ad usare il machete per difendere il “rey” Trivino, in memoria del loro slogan più esplicito: «Vivi per Dio, per tua madre, muori per la gang!».

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