Cronaca
Lo spettro della Guerra Civile

Che cosa succede in Venezuela (e chi si muove dietro le quinte)

Che cosa succede in Venezuela (e chi si muove dietro le quinte)
Cronaca 03 Maggio 2019 ore 04:30

È lui l’uomo chiave, simbolo di questo momento delicatissimo della vita del Venezuela: Leopoldo López, il vero leder dell’opposizione a Maduro, condannato dall'attuale potere a 14 anni di carcere. Martedì, quando alla 5,46 del mattino, sul suo profilo twitter Juan Guaidó ha acceso la diretta per annunciare l’inizio della rivolta, aveva al suo fianco proprio López. Un segnale importante, perché significava che una parte delle forze armate aveva deciso di cambiare e di abbandonare il presidente Nicolas Maduro: la liberazione di López indicava proprio questo. Per di più, la diretta twitter aveva come sfondo la base militare dell’aviazione “La Carlota”.

 

 

López, premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2017 con l'opposizione democratica venezuelana, dal 2014 è agli arresti domiciliari, con l’accusa di aver fomentato le rivolte che causarono a Caracas 43 morti. Nel 2009 aveva fondato il Movimiento Voluntad Popular, che oggi, per la sua assenza dalla scena politica, è guidato proprio da Guaidó. Ed è il Movimento che nel 2015, alle elezioni per il rinnovo delle rappresentanze parlamentari, aveva ottenuto la maggioranza dei seggi. È l’uomo simbolo, pur dalla condizione di prigioniero politico (così lo considera Amnesty International). «Sono stato liberato da militari agli ordini della Costituzione e del presidente Guaidó», ha pubblicato martedì su twitter il leader di Voluntad Popular. «Mi trovo nella Base La Carlota. Mobilitiamoci tutti. È ora di conquistare la libertà. Forza e Fede».

Ovviamente è molto diverso il punto di vista di Maduro e dei suoi sostenitori: per loro la libertà di López è in realtà un’evasione, resa possibile da una frangia minoritaria delle forze armate, che avrebbero tradito l’attuale presidente. Ed è proprio questo il punto chiave che deciderà del futuro prossimo del Venezuela: le Forze armate sono state il vero punto forte del governo chavista al potere. Maduro in questi anni lo ha trasformato in una vera e propria milizia schierata, nominando ben duemila nuovi generali. È quindi difficile pensare a un cambiamento di fronte. Dall’altra parte, la chiamata alla mobilitazione di Guaidó sembra aver sortito gli effetti sperati: per la popolazione è stato un segnale alla mobilitazione. I social sono invasi da immagini di folla scesa in piazza e di soldati con la fascia blu al braccio, come segno che sono passati all’opposizione.

 

 

Poi c’è anche il fattore del Grande Fratello esterno che vuole stringere i tempi. Sia Guaidó che López sono vicini agli Stati Uniti (López ha studiato in America). Gli Usa sostengono la mossa di Juan Guaidó: «La Fanb (l’esercito, ndr) deve proteggere la Costituzione e il popolo venezuelano», ha twittato il Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton. L'amministrazione Trump aveva lanciato un segnale ancora più concreto a metà marzo. Per la prima volta da decenni, gli Usa non hanno importato petrolio greggio dal Venezuela e hanno aumentato le importazioni da tutti gli altri Paesi latinoamericani produttori di petrolio. C’è poi da mettere in conto la pressione dei milioni di venezuelani emigrati a causa della crisi e del regime: in meno di quattro anni, le richieste d’asilo negli Usa provenienti dal Venezuela sono aumentate del 2.300 per cento.

Anche a Washington sanno però che Maduro comunque resta forte, ha l’appoggio di Russia e Cina: il 23 marzo due aerei militari russi sono arrivati a Caracas con soldati ed equipaggiamento militare. Come ha spiegato il direttore del centro studi Ispi, Paolo Magri, a questo punto la vera cosa da temere e scongiurare è lo scoppio di una guerra civile.