La faccenda riguarda tutta l'Europa

Che cos’è la deflazione

Che cos’è la deflazione
30 Agosto 2014 ore 07:50

È ufficiale, per la prima volta dal 1959 l’Italia è in deflazione. Dopo i timori dei mesi scorsi, ora sono i numeri a parlare. Stando ai dati provvisori dell’istituto di statistica, infatti, il tasso di variazione annuale dei prezzi è in discesa da quattro mesi consecutivi. Nel mese di agosto, l’indice dei prezzi al consumo misurato nelle prime stime dell’Istat ha segnato un calo dello 0,1% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Che cos’è la deflazione. In macroeconomia la deflazione è definita come la diminuzione nel tempo del prezzo dei beni e dei servizi. Non ci vuole molto a capire che si tratta del contrario dell’inflazione, che si verifica invece quando i prezzi salgono. In particolare, da un punto di vista tecnico, c’è deflazione quando il tasso di inflazione scende sotto la soglia dello 0 percento.

Che cosa accade in pratica. Con l’inflazione il valore reale del denaro – ovvero il suo potere di acquisto – diminuisce nel tempo. Questo vuol dire che un euro non è più sufficiente per comprare un kg di patate, a differenza dell’anno precedente. Con la deflazione, invece, tale valore aumenta. Così un euro basta per comprare il doppio delle patate rispetto all’anno prima. Spiegata così, la deflazione sembra qualcosa di fantastico. E invece no! Si tratta, infatti, di un fenomeno in grado di innescare una spirale di effetti disastrosi per l’economia di un Paese. Quali?

Conseguenza nr.1: diminuzione degli stipendi (ma non dei debiti). Durante lunghi periodi di deflazione, si riducono tanto i prezzi di quello che compriamo quanto i prezzi dei servizi, dei trasporti e quindi, con il tempo, anche gli stipendi. Lo stesso non avviene invece per gli interessi sui debiti, che solitamente rimangono un valore stabile. Quindi, mentre gli stipendi calano e in generale il reddito nazionale diminuisce, diventa in proporzione sempre più difficile pagare gli interessi, si tratti di mutui della casa o di debiti dello Stato.

Conseguenza nr.2: non si ha voglia di comprare. La deflazione rende poco conveniente spendere soldi. La tendenza dei consumatori nei periodi di deflazione è, infatti, quella di rimandare gli acquisti nell’attesa che il prezzo dei beni cali ulteriormente. Stesso discorso per le aziende, che sono invogliate a rimandare nel tempo gli investimenti produttivi, anche quelli già programmati. Il rischio è allora che gran parte delle merci rimanga invenduta in magazzino e che l’economia subisca una paralisi.

Conseguenza nr.3: meno assunzioni. La riduzione dei capitali provenienti dall’attività commerciale a sua volta si ripercuote a cascata sulla produzione e blocca la possibilità di nuove assunzioni. Chi produce si vede costretto a collocare merci e servizi a prezzi ancora più bassi e la riduzione dei prezzi si ripercuote sui ricavi. Ne deriva la necessità delle imprese di ridurre i costi. Il rischio è, quindi, che molte imprese effettuino tagli sulla forza lavoro o falliscano con la conseguenza che la già altissima disoccupazione (ad agosto di quest’anno ha toccato il 12,6%) aumenti sempre di più.

Conseguenza nr.4: il rapporto debito-PIL aumenta. La deflazione produce un altro effetto dannoso per i paesi come il nostro, cioè con un altissimo debito pubblico. Un importante indice della solidità finanziaria ed economica di uno Stato, infatti, è il rapporto tra il debito pubblico ed il Prodotto Interno Lordo. Il PIL, infatti, rappresenta in questo caso un parametro di quanto lo Stato sia in grado di risanare il proprio debito pubblico e aumenta ogni anno in valore assoluto grazie ai beni ed ai servizi venduti.

Dunque, nei periodi di deflazione, in cui il PIL nominale può diminuire anche a fronte di una minima ripresa del PIL reale (depurato cioè dell’andamento dei prezzi), il rapporto debito/PIL diventa sempre più elevato e potenzialmente ingestibile, con forte rischio di insolvenza del Paese nel medio-lungo termine.

Cosa si può fare. Ad oggi, secondo alcuni economisti, lo scenario più probabile dei prossimi mesi è quello di un’inflazione molto bassa per lungo tempo e non di una vera e propria deflazione. Tuttavia, è bene non abbassare la guardia.

Le banche centrali hanno diversi strumenti per incidere sull’inflazione, tuttavia nessuno di essi garantisce effetti sicuri ed immediati. Uno degli strumenti principali consiste nel manipolare il tasso di interesse con cui le banche centrali prestano denaro alle altre banche. Più questo è basso, più le banche saranno incoraggiate a ricorrere a prestiti, facendo – in teoria – aumentare il denaro in circolazione.

Rientrano, invece, fra le misure definite non convenzionali la cosiddetta “forward guidance” e il cosiddetto “quantitative easing”. La prima consiste nella promessa della banca centrale di mantenere basso il tasso di interesse per un periodo prolungato, con l’obiettivo di generare nel mercato un’aspettativa di inflazione futura. La seconda prevede, invece, la stampa di denaro per l’acquisto di particolari tipi di titoli pubblici e privati. E’ quest’ultimo lo strumento che ha utilizzato dalla Banca del Giappone per far uscire il paese da 15 anni di deflazione e portandolo a un certo punto a un tasso di inflazione dello 0 per cento.

Una faccenda non solo italiana. Mal comune mezzo gaudio, ma non è questo il caso. Non solo l’Italia, anche la Spagna è in deflazione e l’indice dei prezzi in Eurozona continua a scendere (a luglio era 0,3% contro lo 0,4% di un mese prima). Tuttavia, pare che in Europa non sarà facile elaborare una risposta comune. Infatti, se da un lato Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea è pronto a usare armi non convenzionali, dall’altro il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble continua a sostenere che «la Bce non ha più strumenti per combattere la deflazione».

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