Bob Rugurika, in carcere dal 20 gennaio

Cosa dice il giornalista che indaga sulle tre suore uccise in Burundi

Cosa dice il giornalista che indaga sulle tre suore uccise in Burundi
07 Febbraio 2015 ore 10:56

Dopo Human Rights watch e Amnesty international anche il Parlamento Europeo si sta interessando al caso del giornalista burundese Bob Rugurika, che è in carcere dal 20 gennaio con l’accusa di complicità in omicidio, tradimento della solidarietà nazionale e violazione del segreto istruttorio. Rischia 20 anni di carcere per aver indagato sulla vicenda dalle tre suore saveriane uccise lo scorso 7 settembre. La versione ufficiale dei fatti, che da subito faceva acqua da tutte le parti, non ha mai convinto Rugurika, che per questo ha deciso di andare avanti da solo nelle indagini, giungendo a scomode verità.

La vicenda delle tre saveriane uccise. Bob Rugurika è il direttore di Radio Publique Africaine (Rpa), un’emittente da molti considerata strumento dell’opposizione in Burundi. Qualche settimana fa ha mandato in onda un’inchiesta sull’omicidio delle tre religiose, sostenendo la tesi che dietro l’omicidio, tra i mandanti, ci fosse l’ex capo dei servizi segreti del Paese, Adolphe Nshimirimana. Secondo quanto emerge dall’inchiesta giornalistica Nshimirimana avrebbe importato farmaci illegalmente e per evitare le tasse doganali li avrebbe spacciati come destinati alla parrocchia delle tre saveriane, trasportandoli con i mezzi della missione. Oltre ai farmaci importava dal Congo anche dei minerali e li faceva passare come aiuti umanitari. Pare che le tre suore si fossero accorte della cosa, avessero scoperto i loschi traffici e volessero denunciare gli illeciti del generale, proprietario di un ospedale nel quartiere dove sorge la loro missione. Ragion per cui sono state uccise.

Il 7 settembre 2014 qualcuno entrò nell’abitazione delle religiose, uccidendo nel primo pomeriggio Lucia Pulici e Olga Raschietti. I padri e la superiora avevano scoperto subito il duplice omicidio e chiamato la polizia. Le due consorelle rimaste avevano deciso di dormire in casa perché garantite dalla massiccia presenza di agenti fuori dall’edificio. E proprio durante la notte gli assassini uccidono la terza saveriana, Bernardetta Boggian, risparmiando l’altra religiosa e andandosene con uniformi della polizia.

 

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L’arresto poche ore dopo l’eccidio e le falle nelle indagini. Poche ore dopo la scoperta dell’omicidio era stato arrestato Christian Claude Butoyi, 33 anni, identificato per aver cercato di vendere il telefonino di una delle tre religiose a un residente del quartiere che ha avvertito le autorità, insospettitosi dopo aver notato degli sms in italiano salvati in memoria. La polizia ha fatto sapere di aver ritrovato nella casa del giovane la chiave del convento e il sasso con cui l’assassino ha infierito su almeno 2 delle vittime. Il giovane confessa subito l’omicidio, attribuendosi anche lo stupro, adducendo il movente della rivalsa personale nei confronti delle suore perché la missione dei saveriani sarebbe stata edificata su un terreno appartenuto alla sua famiglia. Ma si trattava di un’invenzione. Nessuno ha mai creduto davvero che l’omicida sia stato lui. Soprattutto la gente del villaggio, che lo conosce e lo identifica come un bonaccione un po’ tonto e picchiatello, con qualche problema mentale, ma totalmente incapace di fare del male a qualcuno. Da subito, anche tra la provincia delle religiose, si è pensato che il giovane fosse un capro espiatorio. Lo hanno pensato anche gli ambienti saveriani e la diocesi di Parma, da cui le tre suore sono originarie. Troppe le incongruenze, a partire dalla storia della violenza sessuale confessata dal giovane, ma mai evidenziata dalle perizie sui corpi. Difficile poi che un tale massacro possa essere stato opera di una sola persona, che per ben due volte nell’arco di 12 ore si è introdotta nel convento nonostante tutti sapessero del primo massacro.

Che le conclusioni della polizia fossero indirizzate alla ricerca del capro espiatorio deve averlo pensato anche Rugurika, che ha avviato così una sua personale indagine.

L’inchiesta di Bob Rugurika. Il 20 gennaio scorso, dopo la trasmissione dell’inchiesta via radio, per il giornalista sono cominciate le minacce anonime. Viene poi convocato dalla polizia per un interrogatorio che si tramuta in arresto. Rugurika finisce in isolamento. Durante l’intervista a un membro del commando che avrebbe materialmente ucciso le tre religiose in cambio di una cifra pari a 14 mila euro emerge il nome dell’ex capo dei servizi segreti. Rugurika non intende rivelare il nome della sua fonte, nel pieno rispetto dei suoi diritti da giornalista, e per questo gli inquirenti hanno aggiunto l’accusa di occultamento di un reo alle già pesanti accuse a suo carico.

Nelle ultime settimane il caso di Rugurika ha alimentato manifestazioni di protesta in Burundi e acquisito visibilità anche all’estero. Secondo l’ong statunitense Human Rights Watch, l’arresto del giornalista è «un tentativo di impedire a Radio Publique Africaine di riferire di questioni sulle quali il governo non vuole alcun confronto» nonché «di mettere la museruola ai mezzi di informazione». Anche alcuni deputati europei del Gruppo Socialisti e Democratici si sono riuniti per lavorare a una risoluzione sul caso Rugurika da presentare a Strasburgo, per chiederne l’immediata scarcerazione.

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