Sanità labirinto

Il dilemma delle visite «d’urgenza» contro il muro del numero verde

Il dilemma delle visite «d’urgenza» contro il muro del numero verde
12 Marzo 2018 ore 05:00

Quand’ero piccolo mi colpiva sentir parlare di «medico della mutua» in senso dispregiativo. È in uso ancora oggi da noi, quel modo di dire, applicato a varie categorie dello scibile. Non si fa in tempo a pensare di nutrire poca stima per una certa qual cosa ed ecco che subito, anche inconsciamente, quella cosa finisce attribuita al sistema sanitario pubblico. Ce lo siamo meritati Alberto Sordi, perché la figura del medico di base più controversa l’ha caricaturata come nessun altro. Eppure la sanità pubblica, solidale e universale, è il più bel dono che abbiamo ricevuto dai nostri Padri costituenti. Però, se già veniva sbeffeggiata quarant’anni fa, figuriamoci oggi, con i bilanci delle Regioni da far quadrare in modo spesso brutale, che i buoi sono già scappati da tempo, se parliamo di risorse pubbliche.

 

 

La lista d’attesa è una serie fantasy. Se in Lombardia, e a Bergamo in particolare, le eccellenze non mancano, il vero imbruttimento è nei dettagli. Lodare tutto ciò che funziona è facile: lo fanno benissimo, e a ragione, le Aziende Socio Sanitarie Territoriali (Asst), con successi ribaditi da ogni media. Ma a un livello più basso, il sistema sta spingendo ogni giorno di più verso una privatizzazione del concetto stesso di visita specialistica. Sappiamo tutti come funziona, sulla nostra pelle: ai Cup capita di sentirsi dire che «c’è un posto tra 8 mesi, oppure intramoenia (cioè quello stesso medico che visita da libero professionista all’interno della stessa struttura) tra quattro giorni». Se paghi cento e più euro, non c’è problema. Non tutti se lo possono permettere, però. Ed è ugualmente vero che neppure i conti pubblici si possono permettere di mettere più medici al servizio delle «ricette rosse». C’è però un avamposto di sanità pubblica che ancora funziona piuttosto bene, e che tampona le falle del sistema alla deriva: il pronto soccorso. Anche lì ti fanno aspettare, ma in giornata c’è la risposta. In molti casi basterebbe la «U» sulla ricetta rossa, cioè il vecchio bollino verde: l’urgenza. Ma la visita entro 72 ore, per esperienza personale, è una faticosa chimera. Ecco perché.

 

 

La storia. Mio figlio ha una strana macchia sull’addome. La crema antibiotica prescritta dalla pediatra non funziona. La macchia peggiora e si allarga. Allora la stessa pediatra, puntigliosa ed efficiente, affida a una visita dermatologica d’urgenza – entro 72 ore, appunto – l’auspicato responso su come muoversi. Qui entra in gioco il cittadino, anche un po’ sgamato, che però di visite fortunatamente ne prenota poche. «Lo faccio dal computer, il sistema funziona bene, ci scarico anche gli esami del sangue», mi dico. Macché. La rotella del sito della Regione gira a lungo, mi propone solo la sponda ovest della provincia (senza il capoluogo) e soprattutto mi rimbalza con delle scritte rosse, che ai miei occhi diventano una sorta di «scordatelo, ingenuotto». Si parla anche di numero verde. All’800.638.638, verso le dieci del mattino, una voce amichevole mi fa sapere che disponibilità non ce n’è. «Riprovi nel pomeriggio». Quattro ore dopo, illudendomi che a cavallo della pausa pranzo il Pirellone possa aver deliberato l’assunzione di un manipolo di nuovi dermatologi, richiamo. «Tutti gli operatori sono occupati», è il massimo che riesco a ottenere. E così per tutto il pomeriggio. Riesco a prender la linea la sera, ma di posti liberi nemmeno l’ombra. Me lo sentivo a pelle. La mattina dopo la pediatra mi fa una carta per andare al pronto soccorso: «Perderete la mattinata, ma avrete la risposta».

 

 

Un monumento al pronto soccorso. Il pronto soccorso pediatrico del Papa Giovanni XXIII non è affollato: i malanni di stagione sono alle spalle. Perdo effettivamente tutta la mattina, ma per un bambino che salta l’asilo e può ammirare da vicino ambulanze, missili (i bussolotti della posta pneumatica), persino un elicottero giallo in fase di decollo, è una festa. E un po’ anche per un papà. Apostrofi rosa a parte, la risposta l’abbiamo avuta. Come noi, alla ricerca di una visita d’urgenza mai materializzatasi, c’erano tanti altri cittadini. Resta la domanda: perché tuonare contro le lunghe attese al pronto soccorso quando evidentemente quello stesso pronto soccorso funge da parafulmine per una serie sempre più lunga di tradimenti alla preziosa eredità dei nostri Padri costituenti? Viva il codice verde: batte il bollino verde a occhi chiusi.

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