Dal 2011 nuove piattaforme in mare

Dove si estrae petrolio in Italia (poco, ma potrebbe essere di più)

Dove si estrae petrolio in Italia (poco, ma potrebbe essere di più)
08 Aprile 2015 ore 11:28

«Se l’Italia sfruttasse tutte le riserve petrolifere presenti nel proprio sottosuolo, diverrebbe in una decina d’anni una potenza energetica mondiale». A pronunciare queste parole è stato Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, solo pochi mesi fa. Questa tesi muove dall’assunto che nel nostro Paese venga sfruttato circa il 15 percento delle risorse petrolifere di cui dispone il territorio, alimentando il fabbisogno energetico interno per il solo 7,5 percento. Un pieno utilizzo dei giacimenti italiani, invece, potrebbe portare l’autosostentamento petrolifero nostrano addirittura al 47 percento, con ovvi risparmi in termini di importazioni. Quella relativa all’estrazione del greggio è una questione datata in Italia, in perenne equilibrio fra vantaggi economici e tutele ambientalistiche.

 

 

La svolta del 2011. Fino al 2011, i limiti all’estrazione del greggio in Italia erano particolarmente stringenti, con una produzione che non superava i 117mila barili di petrolio al giorno. Il grosso delle attività estrattive (circa il 50 percento) era concentrato soprattutto in Basilicata, dotata di 22 pozzi, nemmeno la metà dei 47 previsti dal progetto di sviluppo approvato allora dal Governo. Questo per quanto riguarda la produzione “onshore”, ovvero derivante da estrazione da terre emerse. Per quanto riguarda invece l’“offshore”, l’estrazione da fondali marini, le principali piattaforme erano situate nell’Adriatico e nel canale di Sicilia, con una produzione pari a circa il 30 percento del totale. Da un punto di vista delle possibilità non sfruttate, ulteriori giacimenti presenti nell’Adriatico e alcuni mai aperti nello Jonio rappresentavano il principale rammarico per tutti coloro che, chiudendo un occhio in tema di ambiente, avrebbero voluto approfittare al massimo delle risorse energetiche che l’Italia offre.

Distanza minima solo per le richieste dopo il 2010. Ma proprio 4 anni fa arrivò la svolta: nel 2011, infatti, in seguito al recepimento di una direttive europea in tema di reati ambientali, venne suggerito e approvato un emendamento al testo che rendeva un po’ più labili i limiti all’estrazione in Italia. In sostanza, la distanza minima dalla costa affinché si potesse installare una piattaforma petrolifera, 12 miglia marine, venne dichiarata valida solo per le richieste delle società estrattive pervenute dopo il 2010. Ovvero praticamente nessuna, poiché un robusto pressing nei confronti delle autorità al fine di ottenere la concessione per attività di estrazione offshore in Italia scandivano la burocrazia amministrativa già da diverso tempo.

 

 

La produzione offshore… Questa nuova normativa ha permesso dunque uno sfruttamento certamente non pieno, ma perlomeno più significativo delle riserve offshore: nell’Adriatico sono state aperte, dal 2011 ad oggi, cinque nuove piattaforme petrolifere, che nel solo 2013 hanno permesso l’estrazione di 221.312 tonnellate di petrolio. L’estrazione ha cominciato a prendere piede anche nello Jonio, con due installazione situate a largo di Brindisi e che presto dovrebbero dare risultati interessanti. Dell’emendamento alla direttiva europea ne ha giovato anche l’attività estrattiva nel canale di Sicilia e nello zone marine limitrofe, dove è presente il 39 percento delle intere risorse petrolifere offshore italiane. Qui, fra il 2011 e il 2013, sono state estratte 301.471 tonnellate di greggio, il 42 percento a livello nazionale. Complessivamente, in Italia sono attive 13 piattaforme, con ancora diverse richieste in sospeso.

… e quella onshore. Ma se la produzione da risorse marine è in netto sviluppo, analogo discorso non può essere fatto per quanto riguarda l’onshore: stando a quanto riportato da Federpetroli, importanti margini produttivi potrebbero arrivare da zone fino ad ora impensabili, come Toscana, Veneto o Campania, ricche di giacimenti petroliferi la cui estrazione, però, comporterebbe impatti ambientali di rilievo. Certo è che sfruttare i giacimenti petroliferi presenti nelle terre emerse comporterebbe notevoli risparmi sia per lo Stato che per i singoli cittadini in sede di pagamento di bollette, considerando che il nostro Paese è l’undicesimo importatore mondiale di greggio, acquistando annualmente il 2,4 percento del volume totale di petrolio importato da tutte le nazioni del mondo.

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