L'intervista

«Dovevo farlo»: Francesca Nava racconta il suo libro sul coronavirus da Bergamo all’Italia

La giornalista bergamasca ha presentato a Brescia "Focolaio", opera di indagine e inchiesta sulla tragedia della Covid. Stasera (13 ottobre) farà tappa all'Auditorium di piazza della Libertà: evento già sold out

«Dovevo farlo»: Francesca Nava racconta il suo libro sul coronavirus da Bergamo all’Italia
Bergamo, 13 Ottobre 2020 ore 12:10

di Francesca Fenaroli

«Non potevo non raccontare questa storia, anche se ho versato lacrime amare e il dolore è ancora presente: dovevo farlo». Esordisce così Francesca Nava, giornalista d’inchiesta, che ieri sera (12 ottobre) a Brescia, ha partecipato alla prima tappa del tour di presentazione del suo libro Il Focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, frutto dei mesi di ricerca, cronaca e articoli pubblicati sul coronavirus e la tragica pandemia che ha colpito il nostro Paese. Questa sera, alle 20.30, il tour farà tappa a Bergamo, all’Auditorium di piazza della Libertà. L’evento è già sold out.

Nata e cresciuta a Bergamo, dove tutt’ora risiede tutta la sua famiglia, a Francesca Nava si leggono negli occhi ancora la rabbia e la determinazione che l’hanno spinta a scavare nell’incubo vissuto ad Alzano Lombardo e in tutta la Val Seriana.

La giornalista Francesca Nava col suo libro

Negli anni si è sempre occupata di inchieste sulla sanità, perché ha deciso di parlare della Covid?

«Nei miei anni di attività giornalistica ho sempre avuto un’attenzione particolare per i temi legati alla salute, è stata una scelta naturale approfondire questa piaga che ci stava colpendo. Mentre scoppiava la Covid in Cina, io lavoravo a Rai3 per il programma di Lucia Annunziata e subito, dal gennaio scorso, ho iniziato a interessarmene. La mia indagine è partita da Londra, con l’intervista all’epidemiologa Ilaria Dorigatti dell’Imperial College, che con il suo gruppo ha prodotto il primo studio che ha gettato luce sulla pandemia in Cina, dimostrando che i dati sul contagio cinesi erano sottostimati di almeno venti volte e soprattutto che non esisteva una mappatura dei soggetti asintomatici, che purtroppo invece hanno avuto e hanno un ruolo cruciale nella diffusione del coronavirus e nello stabilire il tasso di letalità».

Dalla Cina ad Alzano come ci è arrivata?

«Partendo da questi dati completamente sfalsati, mi sono chiesta come mai nel mio territorio centinaia e migliaia di persone si ammalavano e morivano ogni giorno, volevo e dovevo scoprire i motivi dietro questa tragedia. Essendo bergamasca, ho avuto il privilegio di avere fonti di prima mano tra medici di base e familiari che vivono nella zona rossa di Alzano e di Nembro: subito, dal 23 di febbraio, ho iniziato a ricevere i loro messaggi sulla chiusura e riapertura lampo dell’ospedale Pesenti Fenaroli e fin dai primi articoli sono stata sommersa di denunce e testimonianze da chi la stava vivendo in prima persona: si può dire che questa storia mi è venuta a cercare, travolgendomi con una serie di informazioni e dati».

Quest’onda di informazioni non l’ha pubblicata subito, c’è un motivo?

«È vero, ho aspettato alcuni giorni prima di renderli noti. Mi sono chiesta perché nessuno dei colleghi sui giornali ponesse l’accento e l’attenzione sulle stranezze che stavano avvenendo nella Bergamasca, occupandosi invece solamente di Codogno o del Veneto. Era giusto sollevare dei dubbi e degli interrogativi sulle responsabilità ed eventuali negligenze in un momento di dolore così acuto? Devo ringraziare Giulio Gambino, direttore di The Post Internazionale – TPI, che mi ha spronato e fatto capire che questa storia doveva essere raccontata e lo dovevo fare io: ho pubblicato il primo articolo a metà marzo e da lì non mi sono più fermata».

Nel libro, che raccoglie il suo lavoro degli ultimi mesi, sono presenti anche delle importanti esclusive. Come le ha scovate?

«Vivendo da anni a Roma, conosco molte persone anche negli ambienti istituzionali: grazie a loro sono riuscita a intercettare anche informazioni riservate e secretate all’interno del Comitato tecnico scientifico, come le famose note dell’Istituto Superiore di Sanità sulla creazione della zona rossa in Val Seriana e Orzinuovi a Brescia che, ancora oggi, non si sa se siano state lette dal Presidente del Consiglio: rimane un dato di fatto che non siano state applicate».

Zona rossa mancata per ragioni economiche: è questa la tesi che sostiene?

«Non la sostengo solo io, sono i fatti che parlano, perché nessuno, nemmeno in Regione, si è mosso prima del 5 di marzo? Forse perché la Val Seriana, la provincia di Bergamo e la Lombardia sono il polmone economico dell’Italia? Forse, anzi togliamoci il forse, perché ha vinto la ragione economica sulla salute? Questo libro l’ho scritto soprattutto per il resto degli italiani che non conoscono la nostra realtà territoriale, per fargli capire la tragedia che si è consumata nella nostra Regione, dove il Pil ha avuto la meglio a discapito della vita di migliaia di persone. Credo basti la frase di Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia che, al telefono con il presidente Fontana il 29 di febbraio, ha dichiarato: “La zona rossa non si può fare, non possiamo chiudere, io ho la Jaguar in produzione nella mia azienda”».

Non vogliamo svelare troppo del contenuto del suo scritto. Stasera però lo presenterà nella sua Bergamo. Come si sente? Emozionata?

«Sono emozionatissima, abbiamo registrato il sold out per la presentazione alle 20.30 all’Auditorium in piazza della Libertà a Bergamo. Sarà un momento per ribadire che questa pandemia non è stata una tempesta improvvisa e per rendere omaggio a tutte le vittime e a chi ha combattuto sul fronte o anche solo rispettando le regole: è il minimo tributo che mi sento di porgere alla mia terra, sperando di non ripetere gli stessi macroscopici errori se ci fosse una seconda ondata».

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