Cronaca
Le impressioni di un bergamasco nella Grande Mela

È passato il Papa a Central Park e New York ha trattenuto il respiro

È passato il Papa a Central Park e New York ha trattenuto il respiro
Cronaca 28 Settembre 2015 ore 06:00

«Venite intorno gente, dovunque voi vagate, ad ammettere che le acque attorno a voi stanno crescendo, ad accettare che presto sarete inzuppati fino all’osso. E se il tempo per voi rappresenta qualcosa fareste meglio ad incominciare a nuotare o affonderete come pietre, perché i tempi stanno cambiando» cantava Bob Dylan negli studi della Columbia Records di New York all’inizio degli anni Sessanta, in uno dei pezzi più belli e significativi della sua carriera (intitolato, appunto, The Times They Are a-Changin). «E il perdente di adesso», aggiungeva Bob Dylan, «sarà più avanti il vincitore, for the times they are a-changin».

Oggi, venerdì 25 settembre, il titolo della canzone è ovunque, nell’aria come sulle magliette che si vendono fuori da Central Park, sotto la faccia di Papa Francesco che sorride. E proprio sul lato ovest del parco, a pochi isolati da dove spararono a John Lennon l’8 dicembre del 1980, c’è radunato il mondo. Se ci si alza in punta di piedi si vedono teste a perdita d’occhio e si sente il respiro immobile di una città che non è immobile mai, ma che oggi sembra quasi incredula e un po’ tramortita, che nonostante la fretta incessante che la caratterizza si ferma, e invece che dire «guardami», se ne sta a guardare.

 

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In cielo, tra gli alberi, le torri gemelle del Time Warner Center e la Trump Tower, si nota la scia di qualcosa di insolito: si chiama "arcobaleno di fuoco", il fenomeno scientifico, e in questo contesto sembra davvero fatto apposta, quasi fosse il saluto di Dio. Persino gli alberi maestosi e quei grattacieli (in particolar modo la Trump Tower, che sembra costruita assecondando l’ego del personaggio che le dà il nome, Donal Trump, candidato di punta del partito Repubblicano per le Presidenziali 2016) non sembrano più tanto imponenti.

E a contribuire a questa sensazione di sospensione è l’assenza del rumore di fondo, non fosse per un elicottero che va e viene e quando torna resta fermo nel cielo come fanno le libellule. La cosa, a tratti, ha dei caratteri surreali. New York è una città in cui dal rumore di fondo non ti stacchi mai: sirene, macchine che scorrono via sulle Avenue, lingue parlate da persone diversissime tanto che a volte non riesci proprio a capire da dove provengono, i freni non oliati della metropolitana, la musica forte che esce dai locali: tutto, sempre, contribuisce all’assenza di silenzio. Oggi no: il rumore di fondo è la voce delle persone.

 

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Se ne stanno tutti in coda, in attesa di Papa Francesco. E’ piuttosto insolito vedere tante persone così diverse riunite insieme per un evento. New York, come il Papa l’ha descritta nella predica della messa al Madison Square Garden, è una di quelle «grandi città che ci ricordano la ricchezza nascosta nel nostro mondo: la varietà di culture, tradizioni e storie». Il fatto è che il loro incrociarsi è sempre frammentato: ognuno segue il proprio percorso, vive nel proprio universo, e il resto (gli ultimi) rimane sempre sullo sfondo; Papa Francesco l’ha definito l’«anonimato assordante». Oggi no: i criteri abituali che regolano le relazioni sociali sembrano essere spariti di botto.

Sudamericani con famiglie numerose e le bandierine del Papa, broker dell’alta finanza con gli occhiali da sole, suore con lo smartphone, donne dall’aspetto curato che per una volta sembrano non curarsi dell’aspetto e chi ha i capelli lunghi, il cappellino da baseball, le sneakers e una t-shirt un po’ larga, la camicia bianca, chi parla al telefono delle azioni Volkswagen che stanno precipitando e poliziotti che sembrano tesi e li vedi che vorrebbero togliersi la divisa e sorridere con te.

C’è uno spirito diverso oggi a New York. A dominare non è la sensazione del “voglio essere parte di questo evento per la storia della città e del Paese”, dove al centro c’è sempre l’io. Oggi il centro è un altro. È questo a essere totalmente rivoluzionario in una città dove dall’io non ti ci stacchi mai. Si ha quasi la percezione di un cambiamento in atto. Ed è qualcosa, una presenza, che in un baleno ti passa davanti, devi solo esserci e avere il coraggio di dire che l’hai visto.

 

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Al Central Park il Papa passa tra la gente, anticipato e seguito da mille macchine della polizia, e passa veloce (forse per motivi di sicurezza), saluta, prima di salire sulla Fiat 500 che lo aspetta alla fine del percorso stabilito.

Nella predica al Madison Square Garden – dove si è recato successivamente -, Francesco è partito dal profeta Isaia, dal popolo che camminava «carico dei suoi successi ed errori, delle sue paure e opportunità», «con le sue gioie e speranze, con le sue delusioni e amarezze», dal popolo che «ha visto una grande luce». E «con il profeta oggi possiamo dire: il popolo che cammina, respira e vive dentro lo “smog” ha visto una grande luce, ha sperimentato un’aria di vita».

Parlando della luce, ovviamente, il Papa non si riferiva a sé stesso. Ma oggi quella luce si è vista, nell’attesa ancor più che nel momento in cui Francesco è arrivato. La Papamobile passa e ci mette letteralmente un minuto, un minuto ed è già finita. La gente si disperde in modo ordinato. Si vede Times Square in lontananza che sembra vuota, con i suoi schermi di luce artificiale sui quali non scende mai la notte. E anche Times Square è in silenzio. Oggi un uomo è passato di qui a dirci che i tempi stanno cambiando.

 

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