La battaglia per l'eredità

Faac, perché chiude una fabbrica che stava andando bene

Faac, perché chiude una fabbrica che stava andando bene
17 Marzo 2015 ore 08:30

Lo stabilimento della FAAC di Grassobbio chiude. L’annuncio è stato dato dai dirigenti della multinazionale dei cancelli automatici in un incontro in Confindustria coi sindacati, il 10 marzo. La decisione ha serie ricadute sui 50 dipendenti attualmente occupati che, secondo quanto riferito dall’azienda, saranno messi in mobilità. La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere: mercoledì 11 marzo, a seguito di un’assemblea di due ore, è stato indetto uno sciopero di altre sei, fino al termine della giornata lavorativa. Ma nonostante tutto ad oggi, secondo quanto si apprende dai sindacati coinvolti, «non è stata posta alcuna alternativa alla chiusura della produzione nello stabilimento bergamasco». Vediamo perché.

La chiusura. «L’azienda ha motivato le sue scelte con ragioni di mercato, di perdita di fatturato e di marginalità», secondo quanto affermato da Fulvio Bolis, della FIOM-CGIL, all’indomani dell’incontro. «Evidentemente si guadagna di più producendo in Bulgaria, dove il gruppo FAAC ha uno stabilimento simile a quello di Grassobbio. Per noi si tratta di motivazioni inaccettabili». Dello stesso tenore le dichiarazioni del suo omologo della FIM-CISL, Marco Tebaldi: «riteniamo che sia un’operazione pianificata sulla testa delle persone che hanno contribuito per anni ai buoni risultati produttivi ed economici prima di Genius e poi di FAAC, con la priorità di aumentare la marginalità del profitto. Non è accettabile chiudere i reparti produttivi a Grassobbio e delocalizzarli, quando i dati produttivi e finanziari del gruppo sono buoni». E Bolis spiega: «la FAAC sta macinando utili e anche il sito di Grassobbio, secondo quanto riferito dagli stessi rappresentanti dell’azienda, avrebbe l’attività in positivo». La posizione dei sindacati è chiara: «non siamo in presenza di difficoltà economiche ma di fronte alla ricerca di maggior profitto».

 

faac grassobbio 2

 

I risultati del gruppo. In effetti, se si vanno a spulciare i dati relativi al bilancio del 2013 (l’ultimo disponibile, approvato dagli azionisti il 27 giugno scorso), ci si imbatte in risultati positivi, seppure in calo rispetto agli anni precedenti. Gli utili netti sono di 13,2 milioni di euro, diminuiti di 1,3 milioni rispetto al 2012. Il fatturato cresce invece di quasi 3 milioni di euro, passando dai 283,5 del 2012 ai 286,5 del 2013. Nonostante ciò l’azienda, che ha sede a Zola Predosa, in provincia di Bologna, parla di «una battuta d’arresto per la prima volta, dopo anni di tassi di crescita decisamente elevati». Il motivo? Secondo quanto dichiarato nel giugno scorso da Andrea Moschetti, presidente del gruppo, e riportato da La Repubblica di Bologna, si sarebbe trattato delle vicissitudini legate alla “guerra legale” per l’eredità di Michelangelo Manini, ex patron dell’azienda. In effetti la questione è tutt’altro che semplice.

L’eredità di Manini. Michelangelo Manini, deceduto il 17 marzo del 2012 dopo una lunga malattia, ha lasciato in eredità alla Chiesa di Bologna un patrimonio valutato complessivamente in quasi 2 miliardi di euro. All’interno di questo lascito era compresa la maggioranza delle azioni del gruppo FAAC. La Curia bolognese ha ottenuto così il controllo della società, che all’epoca contava 12 stabilimenti produttivi nel mondo, e ha nominato alla presidenza un suo rappresentante: Andrea Moschetti, collaboratore dell’economo dell’arcidiocesi. Tra le società del gruppo FAAC diventate di proprietà della Curia anche la Genius Spa, che gestiva lo stabilimento di Grassobbio. Ma il passaggio di testimone non è stato semplice: il 17 aprile del 2012 Mariangela Manini, cugina di Michelangelo, ha impugnato il testamento con un atto di citazione, sostenendo che testo e firma fossero falsi. Ecco allora scatenarsi la “guerra legale” tra i parenti del presidente deceduto e la Curia: il Tribunale di Bologna dispone il sequestro cautelare del 66% delle azioni in attesa del pronunciamento dei periti (che erano stati chiamati a stabilire l’autenticità dei testamenti), e intanto la Chiesa denuncia pressioni subite da parte dei familiari di Manini. Il 27 maggio 2013 e il 30 luglio 2013 Moschetti e l’economo della Curia monsignor Gian Luigi Nuvoli sporgono denuncia per delle effrazioni subite nello studio legale in cui Moschetti lavora come avvocato e nella villa in cui viveva Manini. Ne nasce un’inchiesta in cui quattro avvocati dei parenti dell’ex presidente vengono indagati per tentata estorsione. Nel 2014, però, l’inchiesta viene archiviata dal GIP e la situazione si rovescia: sono infatti Moschetti e il monsignor Nuvoli ad essere indagati, nel novembre 2014, per simulazione di reato. Vengono rinviati a giudizio il 28 febbraio 2015 (la simulazione di reato è una fattispecie per la quale non è previsto il vaglio del giudice per l’udienza preliminare). Nel frattempo, nel giugno 2014, la causa civile intentata dai parenti di Manini per l’impugnazione dei testamenti si è interrotta.

L’accordo. I familiari dell’ex presidente, infatti, hanno stipulato un accordo con la Curia: 60 milioni di euro pagati dalla Chiesa a sette di loro in cambio della rinuncia alla causa e di qualunque pretesa sull’eredità. Accordo messo nero su bianco nella notte tra il 19 e il 20 giugno 2014 con una firma presso lo studio di un notaio. Il patto permette così il dissequestro delle azioni della multinazionale bolognese, che erano state affidate a un custode nominato dal Tribunale. Pochi giorni dopo l’accordo l’assemblea degli azionisti approva il bilancio di cui abbiamo parlato, e il presidente Moschetti coglie l’occasione per dichiarare: «abbiamo fatto tutto il possibile per proteggere l’azienda di Michelangelo Manini. Il bilancio approvato è positivo, ma porta i segni della custodia, come anche la comunità aziendale e il management, esposti a pressioni fortissime totalmente estranee al contesto di mercato. Ora guardiamo avanti, la FAAC deve ricominciare da dove è stata costretta a fermarsi».

 

faac grassobbio

 

Il destino di Grassobbio. I 60 milioni pagati ai parenti di Manini sono sicuramente una fetta importante di quel fatturato annuo che nel 2013 raggiungeva i 286 milioni. C’è da dire che, negli anni scorsi, la società si era distinta per l’elevatissima redditività, per l’alto livello di utili di liquidità prodotti e per essere praticamente senza debiti. Una preda ambita per molti competitor, come la francese Somfy, che detiene già il 34% delle azioni. Si temeva che società straniere o fondi di investimento potessero mettere le mani sul gruppo, attratti dalla liquidità prodotta, col rischio di mettere in pericolo il futuro degli stabilimenti produttivi. La Curia di Bologna, fino a questo momento, ha rispettato le volontà espresse nel testamento – Michelangelo Manini aveva chiesto che l’azienda rimanesse di proprietà della Chiesa – e non ha ceduto le quote di maggioranza nonostante le proposte di acquisto arrivate in gran numero a partire dal 2012. Ma la situazione dello stabilimento della bergamasca segna un’inversione di rotta per quanto riguarda il futuro degli impianti produttivi.

Dalla Genius alla Faac. Lo stabilimento di Grassobbio è attivo dal 2002. Sorge su un’area industriale di 12 mila metri quadrati, con una superficie coperta di 7500 metri quadrati. L’impianto nasce sotto il marchio “Genius Spa”, che viene lanciato proprio in concomitanza con l’apertura della sede di Grassobbio. L’azienda, però, è attiva già dal 1967: originariamente chiamata “Automatica Casali”, produce componenti meccanici di precisione. Nei primi anni ’90, dall’ingresso nel gruppo FAAC, comincia a dedicarsi alla produzione di automatismi per cancelli; nel 2002, come abbiamo visto, il lancio del marchio Genius e l’apertura della sede di Grassobbio; nel 2011 l’incorporazione completa e definitiva in FAAC. Già in quell’occasione i lavoratori e i sindacati si erano mobilitati: in una lettera della RSU e dell’assemblea dei lavoratori dell’ottobre 2011 si leggeva del «trasferimento a Bologna di 20 persone tra impiegati e quadri […], che implicherà la perdita di importanti risorse che hanno costituito il know-how e l’immagine di Genius Spa» e di una «decisione incomprensibile, in quanto Genius Spa è un’azienda sana finanziariamente e ha sempre realizzato utili […], contribuendo con i propri fatturati e quote di mercato ai buoni risultati economici del gruppo FAAC».

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