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Treviglio

Febbre e Covid, ma il medico nega malattia e tampone al telefono: «Deve venire in studio»

Il racconto di tre docenti: «Forse pensavano fossimo “i soliti insegnanti terroni” desiderosi di passare la Pasqua al Sud. Ma stavamo male davvero, e i nostri medici di base a Treviglio non ci hanno aiutati»

Febbre e Covid, ma il medico nega malattia e tampone al telefono: «Deve venire in studio»
Cronaca 05 Aprile 2021 ore 23:16

«Forse pensavano fossimo “i soliti insegnanti terroni”, desiderosi di passare la Pasqua al Sud. Ma stavamo male davvero, e i nostri medici di base a Treviglio non ci hanno aiutati».

A parlare sono tre docenti di Treviglio: A.B, un insegnante dell’Agraria “Cantoni” che insegna italiano, D.A, un collega della stessa scuola e la compagna di quest’ultimo, M.C, insegnante di una scuola primaria, come riportato dal Giornale di Treviglio. Tre insegnanti di origine meridionale, ma da tempo nella Bassa, che in questi giorni hanno fatto i conti l’uno con gli effetti collaterali del vaccino, e gli altri due con il virus vero e proprio.  Raccontano due storie complementari ma molto simili, entrambe  emblematiche della situazione di esasperazione e stanchezza che dopo un anno di pandemia contraddistingue – non sempre, non ovunque, ma purtroppo spesso – la rete della medicina territoriale della Bassa. Il tema, in particolare,  è quello delle visite a domicilio “negate” e della difficoltà con cui i tre hanno riscontrato per ottenere telefonicamente un certificato di malattia, ma anche una prescrizione medica per l’accesso ad un tampone diagnostico.

A casa per la febbre post-vaccino

Per il primo insegnante,  tutto comincia con il vaccino e con i suoi noti effetti collaterali, che per lui sono stati particolarmente pesanti. «Lunedì della scorsa settimana mi sono sottoposto alla vaccinazione con Astrazeneca contro il Covid-19 – spiega A.B – La sera ho accusato forte mal di testa, vertigini che non mi consentivano la stazione eretta, febbre altra (sopra i 38,5°C) e dispnea. Ho preso la Tachipirina per alleviare i sintomi e l’indomani ho contattato la scuola in cui lavoro per comunicare la mia assenza per malattia, dato che i sintomi non si erano attenuati».

L’insegnante ha dunque contattato il proprio medico di base, sperando di poter ottenere un certificato medico di malattia senza dover uscire di casa. «Ma il dottore si è rifiutato di rilasciarmelo – spiega – Nonostante un’ordinanza ministeriale espliciti, tra le misure per contenere la diffusione del Sars-Covid2, la possibilità di produrre certificato medico dai soli dati desunti dall’anamnesi».

Intanto, le sue condizioni sono andate peggiorando.

«Dopo circa un’oretta il mio stato di salute andava peggiorando e a causa delle forti vertigini e febbre altra ero impossibilitato ad alzarmi dal letto. Quando sono riuscito a mettermi in contatto il medico si è rifiutato di venirmi a visitare a casa entro la giornata, imponendomi di recarmi in ambulatorio, dietro assunzione di Tachipirina, per ricevere il certificato medico. Arrivato in ambulatorio il medico si è limitato a misurarmi con saturimetro il livello di ossigenazione del sangue e ha prodotto un certificato medico sulla base della sola anamnesi. Mi chiedo se un comportamento del genere da parte di chi svolge il ruolo di medico di base sia tollerabile – continua – Vi sembra normale che un medico di base imponga ad un paziente che manifesta sintomi riconducibili al Covid-19 di recarsi in ambulatorio, in barba al regolamento contro la diffusione del Sars-Covid2?».

Positiva costretta ad andare in ambulatorio

Ancora più inquietante la storia dei due colleghi, avvenuta più o meno nelle stesse ore ma riferite all’attività di un altro medico trevigliese.

Siamo a venerdì della scorsa settimana. M.C, dopo una mattinata di Didattica a distanza alle elementari, comincia a sentirsi male. Febbre alta, tosse, e il sospetto netto di essere stata contagiata dal Coronavirus. Sabato mattina le cose non vanno meglio, e la ragazza decide di contattare il proprio medico per chiedere di sottoporsi al tampone. Il telefono del medico di base, però,  risulta irraggiungibile.  Contattano la Guardia medica, dunque. Che però a sua volta, «ci ha lasciato intendere che avremmo potuto accedere ai tamponi drive through della “linea scuola” solo con prescrizione del nostro dottore». Insomma, avrebbero dovuto attendere almeno fino a lunedì.

Il tampone “clandestino”

«Abbiamo quindi deciso di presentarci ugualmente al drive-through di Treviglio, dato che io stesso ero a rischio contagio e volevamo sapere come comportarci», spiega il compagno, che in quel momento era ancora senza sintomi. Al punto tamponi dell’Asst Bergamo Ovest, nonostante l’assenza di un’impegnativa, la ragazza viene dunque sottoposta al test, dal momento che i sintomi facevano pensare esattamente al Covid-19.

Di nuovo dal medico, tre giorni dopo

Lunedì, ancora in attesa del risultato del test, la giovane insegnante chiama di nuovo il medico e spiega di nuovo la situazione. Il tampone eseguito senza la sua prescrizione, la febbre alta, la preoccupazione per il compagno convivente e, oltretutto, la necessità di avere un certificato medico per giustificare l’assenza dalla scuola – e dalla DAD, chiaramente – per malattia. Ma non c’è verso.

Piuttosto “scocciato”, il medico impone però all’insegnante «di mettersi la mascherina e di presentarsi in ambulatorio per ricevere il certificato».  Nonostante i sintomi e nonostante, chiaramente, il rischio di contagio nell’uscire di casa con la febbre. «Nello studio, oltre all’assistente, c’erano anche altre tre persone», precisa il docente, che ha accompagnato la ragazza febbricitante allo studio medico. Solo allora, «dopo una visita sommaria, e dopo la misurazione della temperatura con termoscanner», il medico si convince a rilasciare un certificato di malattia.

Entrambi positivi

Al rientro a casa, continua l’insegnante, la giovane maestra elementare ha più di 38 di febbre. La tosse peggiora. E di lì a poche ore sarebbe arrivato il risultato del test eseguito sabato: positivo.  Al che  è scattata la quarantena e il rintraccio dei contatti, con quattro giorni di ritardo rispetto alla comparsa dei sintomi. Quattro giorni in cui, peraltro, la donna e il suo compagno sono stati costretti ad uscire almeno due volte.

«Solo dopo aver ricevuto il risultato del tampone il nostro medico ha cominciato a farsi sentire e a cambiare atteggiamento – continuano i due – Ci ha chiamato a casa per sapere come stavamo». Nel frattempo, infatti, anche il compagno ha cominciato manifestare alcuni lievi sintomi. Nella giornata di giovedì santo,  ricetta alla mano, ha fatto il tampone e venerdì è arrivato, a strettissimo giro, il risultato. Anche lui positivo.

Resta l’amarezza. «Abbiamo prontamente segnalato l’accaduto all’Ats di Bergamo – concludono  – Ma non sembra ci abbiano ascoltati. Forse il dottore pensava che fossimo i soliti insegnanti “terroni”, desiderosi di passare la Pasqua al Sud. Ma non è così, ovviamente, stavamo male davvero. E i nostri medici non ci hanno aiutati».

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