La prima alla Scala

Un “Fidelio” attuale e toccante e già gridano: «Barenboim torna!»

Un “Fidelio” attuale e toccante e già gridano: «Barenboim torna!»
08 Dicembre 2014 ore 11:48

 

È stato lui il vero protagonista del 7 dicembre milanese: Daniel Barenboim, il grande direttore d’orchestra che per l’ultima volta ha inaugurato la stagione della Scala. Aveva cominciato nel 2007 con un memorabile Tristano e Isotta di Wagner, e ora chiude la parabola con un’altra grande opera del repertorio tedesco, il Fidelio di Beethoven.

Barenboim è argentino, ha 72 anni, e ha uno stile di direzione straordinariamente passionale che coinvolge il pubblico. Così ieri sera quando all’inizio del secondo atto, che ha scelto di suonare a sipario chiuso e luci in sala accese, dal loggioni qualcuno ha gridato: «Torni a Milano», lui si è girato e ha risposto: «Speriamo». Il Fidelio di ieri ha avuto in Barenboim il vero maestro ispiratore, nelle scelte più importanti e più scenografiche.

È stato lui a voler non l’ouverture consueta ma quella che Beethoven aveva messo da parte dopo l’insuccesso della versione del 1806. Si chiama Leonore 2, questa versione in omaggio al dramma a cui Beethoven si era ispirato: una storia vera accaduta in Francia, dove una giovane donna della Turenna, sotto il Terrore, si era finta maschio per farsi assumere come carceriere nella prigione dove era richiuso suo marito. La sua vicenda divenne una pièce teatrale, dove la protagonista si chiamava appunto Lèonore. Ed è quella di cui Beethoven venne a conoscenza e che ispirò il suo Fidelio. Barenboim ha scelto questa ouverture, perché, ha spiegato, «nell’ultima, quella definitiva, c’è già tutto, e non essendoci nulla da aggiungere è inutile che si alzi il sipario, invece in questa c’è l’espressione di certi dubbi, anche armonici, che lasciano la questione aperta».

Ma Barenboim ieri ha voluto un altro colpo di teatro che ha emozionato chiunque, anche chi ha visto l’opera dai grandi o piccoli schermi. Quando nel concitato finale arriva il Ministro don Fernando ad annunciare che tutti i prigionieri sono liberati, compreso quindi, Florestan, l’amato marito di Leonore-Fidelio, Beethoven ha previsto uno squillo di tromba. Ebbene lo squillo, a sorpresa,  è arrivato giù dal loggione, dove Barenboim aveva piazzato il suo musicista.

Barenboim ha segnato questi suoi anni milanesi proprio con le interpretazioni di Beethoven, e  quindi la scelta di Fidelio è stata coerente con questo percorso. Perché Beethoven? Perché il grande direttore argentino ha sempre vissuto la musica come esperienza di pace e di libertà. Sino a concepire quella straordinaria esperienza che è l’orchestra mista di musicisti israeliani e palestinesi, l’orchestra Divan, con la quale nel 2007 diresse una indimenticabile Nona sinfonia a Ramallah: «Sentii un silenzio che non avevo mai sentito da nessun’altra parte».

Per il suo atto finale alla Scala (l’anno prossimo ci sarà Riccardo Chailly sul podio) Barenboim ha scelto perciò l’opera “della libertà”. Ambientata in un carcere (e giustamente trasmessa in diretta a San Vittore e al Carcere dei Due Palazzi di Padova), si conclude con la sconfitta degli aguzzini. Ma è anche l’opera dell’amore coniugale, con la storia di una donna coraggiosa che diventa Fidelio per salvare il marito segregato nel buio delle prigioni. Libertà che nella prospettiva di Beethoven è quindi alleata alla fedeltà, e non ne è affatto impedita, come oggi è credenza diffusa.

Alla fine, i 12 minuti di applausi erano soprattutto per lui, per un direttore che quando sale sul palco pensa alla partitura ma la mette sempre in relazione con i drammi e le passioni che il mondo in quel momento sta vivendo.

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