Oggi la commemorazione

Foibe, perché ricordiamo

Foibe, perché ricordiamo
10 Febbraio 2015 ore 19:00

Il 10 febbraio è il Giorno del ricordo. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, la solennità civile commemora le vittime dei massacri delle foibe, delle deportazioni occorse in Istria, Dalmazia e Friuli-Venezia Giulia, dell’esodo giuliano-dalmata negli ultimi mesi della II Guerra Mondiale e in quelli immediatamente successivi al termine della medesima in Italia (25 aprile 1945). Cosa si ricorda, precisamente? Fondamentalmente due cose: le sofferenze e i massacri di cui sopra; il fatto che dal 1945 alla fine del secolo – ossia per oltre 50 anni – l’Italia ha fatto di tutto per dimenticarsi di quel che era successo.

Cosa sono le foibe. Prima di procedere: cosa sono le foibe. Sono cavità naturali in forma di pozzi variamente profondi e irregolari, che si aprono nel territorio notoriamente poroso del Carso. In gran parte non segnalate, chiunque rischia di caderci dentro durante una passeggiata, se non fa attenzione a dove mette i piedi.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale le formazioni comuniste partigiane e il personale civile agli ordini del maresciallo Tito utilizzavano le foibe per far scomparire i corpi degli avversari politici e, in particolare, degli italiani residenti in Istria da quando il territorio era stato annesso al Regno d’Italia al termine della Grande Guerra, trent’anni prima. I prigionieri venivano gettati nelle foibe sia morti – per cancellare le tracce di esecuzioni o massacri illegali perpetrati dai titini – sia vivi, con le mani legate dietro la schiena, come si è visto quando è iniziata l’opera di riesumazione. Ma come si sapeva da anni, se solo ci fosse stata la volontà politica di ascoltare la voce dei superstiti.

Le ragioni delle atrocità. L’atrocità non ha mai altra ragione che la perversione del cuore. Se qualcuno decide di eliminare i nemici in guerra può sempre passarli per le armi. La volontà di far precedere la morte da una qualsiasi sofferenza gratuita non dipende dalla guerra: dipende dal piacere che qualcuno – singolo o formazione sociale – prova nell’infliggerla. I titini – i partigiani iugoslavi e il loro capo – erano pieni di collera nei confronti delle truppe tedesche e italiane che, sbarcate in Grecia all’inizio delle ostilità, avevano risalito l’Albania, la Serbia e il Montenegro per riportare quei territori sotto il dominio dell’Asse.

Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi in ritirata avevano preso l’Istria, mentre i militari italiani non sapevano che fare perché Casa Savoia aveva tirato giù la saracinesca disinteressandosi totalmente della loro sorte. Il re se n’era coraggiosamente andato in Egitto e da noi non si sapeva più chi comandasse. I territori attorno a Trieste (Friuli-Venezia Giulia; Slovenia; Croazia) vivevano una situazione di totale caos, nella quale le forze partigiane jugoslave, le sole a dipendere da una centrale operativa efficiente, riuscirono finalmente a cacciare la Wehrmacht e a imporre il loro potere da Belgrado al mare Adriatico.

Perdurando la guerra, a questi vincitori locali poco importava che italiani e tedeschi non combattessero più insieme: i primi occupavano i “loro” territori da trent’anni, i secondi li avevano protetti. Fascisti i primi e nazisti i secondi dovevano essere semplicemente buttati fuori dalla Jugoslavia. La guerra consente certe semplificazioni: non tutti gli italiani residenti in Istria e in Dalmazia erano fascisti (anzi: quasi nessuno lo era), ma come giustificazione della loro cacciata da quelle terre l’identità dell’Italia col regime di Mussolini funzionava a pennello, anche se dal 25 luglio del 43 non era più operativa, a rigor di termini.

E così si procedette nei loro confronti in maniera un po’ grossolana, stando attenti anche a non sprecare troppe munizioni. Oltre che nelle foibe la gente veniva gettata in mare con una pietra al collo o ai piedi. Al termine della guerra, in attesa che gli Alleati prendessero in mano la situazione per far rispettare il trattato di pace, il Maresciallo Tito si dedicò ad occupare più terreno possibile per mettere i nuovi signori di fronte a uno stato di fatto. Per il Friuli-Venezia Giulia, che non aveva ancora dimenticato il passaggio delle truppe del Reich, furono giorni di terrore. Dopo di che la regione diventò lo spazio di transito per convogli di gente – vecchi, donne, bambini – che aveva perduto tutto (perché furono cacciati come gli Yazidi dall’Iraq, con solo quello che avevano addosso) e che cercavano un posto dove ricominciare.

La verità storica e l’importanza della memoria. Ma in Italia il Partito Comunista di allora non era del tutto convinto che il Maresciallo Tito, obbediente com’era a Mosca, avesse potuto commettere simili nefandezze. E così quei poveretti furono ovunque accolti al grido di “Fascisti” e collocati in un angolo della storia dal quale non sarebbero mai usciti se la Jugoslavia, a un certo punto, non avesse deciso di separarsi dalla gran madre Russia, ovvero dalla tutela del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. E se Roma non fosse stata interessata a stabilire relazioni diplomatiche più aggiornate con la situazione che si veniva creando, anche in prospettiva della morte del Maresciallo.

La storia delle sofferenze patite in Italia dai profughi istriano-dalmati bisogna sentirle dalla viva voce di quelli che ci sono passati. Difficilmente, infatti, si crede che da noi siano stati istituiti dei campi di raccolta simili a quelli per i giapponesi negli USA, nei quali intere famiglie hanno vissuto per anni spaesate non solo per quel che era stato fatto loro al di là dell’Adriatico, ma anche – e forse più – per l’irreale condizione in cui erano finiti, visto che nessuno sembrava nemmeno conoscerli. Come se si trattasse di una vergogna nazionale. Una profuga di quell’esodo, l’attuale Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, ha raccontato più volte come a scuola dovesse dire di essere veneta, perché se si presentava come istriana le maestre le chiedevano di precisare da dove venisse, perché non conoscevano quella storia.

Poi, piano piano, si scoprirono i crimini dello stalinismo, la responsabilità delle fosse di Katyn (in Polonia) passò dai nazisti ai sovietici, il Muro di Berlino fu preso a picconate, l’ultimo segretario del partito comunista italiano – Achille Occhetto – fu visto aggirarsi sperduto e solingo al termine di un congresso con un aperitivo in mano, e fu finalmente possibile cominciare a parlare delle foibe.

Che lo stato ci invita solennemente a ricordare. Magari ci ricordassimo anche delle sofferenze di chi, italiano a tutti gli effetti, si vide abbandonato e respinto dai suoi compatrioti. Quando si cammina sul Carso bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi – e anche alla vipera cornuta. Quando si ricorda è bene stare attenti a non imbatterci nei buchi neri che qualcuno ha sempre voglia di provocare nella nostra attenzione.

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