Il surplus record fa discutere

Pure la Germania non sta ai patti (ma nessuno la punisce)

Pure la Germania non sta ai patti (ma nessuno la punisce)
10 Febbraio 2015 ore 13:01

Negli ultimi anni, senza volerlo, noi italiani siamo diventati abbastanza ferrati di economia. Sappiamo benissimo di cosa si parla quando si cita l’oramai arcinoto “tetto del deficit al 3%”: stando ai patti dell’Eurozona, nessuno Stato può, nell’arco di un anno, sforare il 3% di deficit, ovvero della differenza tra entrate e uscite. Non può, insomma, spendere più del 3% di quanto incassa. Un limite rigido, imposto principalmente per volere della Germania, ma necessario per mantenere gli equilibri interni all’Unione, economicamente parlando, il più stabili possibili. Il nostro Paese è stato spesso al centro dell’attenzione comunitaria proprio per questo vincolo, pressata da Berlino affinché eviti di sforare il suddetto limite. In pochi sanno che, però, è proprio la Germania che da anni sta sforando un altro tetto imposto dai patti europei, anche se nessuno dice nulla.

Un’economia che non risente della crisi. Partiamo dai fatti: lunedì 9 febbraio Berlino ha reso noto di aver chiuso il 2014 con un surplus record. Il surplus delle partite correnti (la differenza tra quanto un Paese esporta e importa in beni e servizi) sale a 215,3 miliardi dai 189,2 miliardi del 2013, mentre il surplus commerciale (la differenza tra quanto esporta e importa in generale) sale a 217 miliardi di euro, livello mai toccato dalla creazione delle serie statistiche, dai 195 miliardi del 2013. Il surplus non è altro che l’opposto del deficit, ovvero la differenza positiva tra le entrate e le uscite. Solamente nel mese di dicembre, la Germania ha visto crescere il proprio export di 3,4 punti percentuali e l’import dello 0,8%. Nel complesso, nel 2014, le esportazioni sono cresciute del 3,4% e le importazioni del 2%. Numeri importanti, da applausi se teniamo conto di quanto, il Vecchio Continente in generale, stia ancora pagando lo scotto di una crisi finanziaria ed economica apparentemente senza fine, crisi di cui la Germania sembra già essersi dimenticata. Non a caso Berlino viene spesso definita “la locomotiva d’Europa”. Eppure, regole alla mano, non è proprio così.

Le regole valgono per tutti. Una locomotiva, per definizione, dovrebbe trainare dei vagoni, in questo caso cioè altri Paesi più in difficoltà. E invece la Germania se ne guarda bene: come spiegava già a gennaio Vito Lops su Il Sole 24 Ore, è da ben 8 anni che Berlino viola quanto previsto dai trattati europei. Il Patto di stabilità e crescita dell’Eurozona, infatti, oltre ad inserire un tetto di deficit, obbligando dunque gli Stati membri a non spendere troppo, prevede anche un tetto di surplus, obbligando cioè gli Stati membri a non guadagnare troppo ed eventualmente a reinvestire i propri attivi in eccesso sul mercato comunitario, aiutando così gli Stati più in difficoltà. Questo secondo tetto prevede che un Paese non può generare un saldo commerciale positivo di oltre il 6% nella media di tre anni. Ebbene, la Germania sfora questo limite da ben 8 anni. Per la precisione, nel 2014, il surplus tedesco è risultato del 7,1%, in linea con gli anni precedenti. È come se l’Italia, nell’anno passato, se ne fosse infischiata delle regole comunitarie e avesse deciso di sforare il tetto del deficit del 3% e toccare il 4,1%.

La Germania sorda. Cosa sarebbe successo se l’Italia avesse sforato coscientemente il tetto del 3% di deficit? Probabilmente conseguenze assai gravi e la Germania sarebbe certamente stata tra i primi Paesi a richiedere misure durissime contro Roma. Berlino, però, non fa lo stesso contro se stessa. Perché è vero che da una parte si parla di debiti e dall’altra si parla di guadagni, ma in entrambi i casi, più in generale, si parla di regole a cui tutti gli Stati membri hanno deciso di sottostare. Già nel 2013 la Germania era stata invitata alla correzione del proprio surplus sia dalla Commissione europea che dal Fondo monetario internazionale, oltre che dagli Stati Uniti, che l’avevano fortemente criticata per non prestare attenzione al proprio ruolo di locomotiva economica d’Europa. Ma la Germania è stata sorda a ogni critica e ha continuato per la sua strada. Proprio gli Usa sono l’esempio opposto rispetto alla Germania: da anni Washington genera un saldo delle partite correnti negativo rispetto al Pil assurgendo a ruolo di locomotiva dell’economia globale, immettendo ricchezza netta e permettendo a molti Paesi di esportare. La Germania, invece, ha costretto i Paesi europei in deficit a generare deflazione e ridurre la domanda interna ridimensionando gli standard di vita della propria popolazione. Il tutto senza che ci sia stata una politica di compensazione da parte dei Paesi in surplus, Germania in primis.

Il perché di questo tetto. Di prima lettura può apparire assurdo e anti liberale la previsione di un tetto al guadagno di uno Stato, ma in realtà, nell’ottica di una visione di Unione monetaria ed economica, è una previsione necessaria. Per fare un esempio: in autostrada c’è un limite massimo di velocità (130 km/h) da rispettare, ma ce n’è anche uno di velocità minima. In questo caso ci troviamo di fronte allo stesso concetto portato sul campo economico. Se non ci fossero delle regole non esisterebbe alcuna Unione, ma solo un’accozzaglia di Stati. Per il bene degli equilibri interni all’Europa e all’Eurozona quindi, come è giusto che esista un tetto al deficit è giusto che esista un tetto al surplus. La Germania, invece che pensare di incrementare ulteriormente il proprio attivo, dovrebbe pensare di immettere ricchezza nei mercati. Ma non lo sta facendo: esportando più del consentito, Berlino sottrae ricchezza agli altri Paesi anziché offrirla, incrementando così i forti squilibri tra i Paesi dell’Eurozona, squilibri che sono uno dei motivi, se non il più importante, per cui alcune economie (comprese quella italiana) non sono ancora riuscite a reagire con forza allo shock esterno generato dalla crisi finanziaria globale e di debito privato dell’Eurozona originata nel 2008.

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