We Love Babies Project

Giappone, la campagna pro bimbi perché piangano anche in pubblico

Giappone, la campagna pro bimbi perché piangano anche in pubblico
Cronaca 20 Giugno 2018 ore 09:15

Sono tredici i politici che in Giappone hanno deciso di sostenere una causa del tutto particolare: il diritto dei bambini di piangere negli spazi pubblici. Il Paese è, del resto, famoso per una serie di misure piuttosto preoccupanti rispetto ai bambini, dai progetti di asili bloccati per le proteste dei vicini preoccupati per il rumore, alla ricerca della compagnia aerea All Nippon Airways che ha avviato uno studio sui metodi per non far piangere i bambini in aereo, così da rassicurare tante mamme che, per paura dei giudizi e della disapprovazione degli altri passeggeri, sono sempre meno inclini a viaggiare con bambini piccoli.

Così, se da una parte è una tradizione tutta giapponese quella che ritiene si debbano far piangere i bambini mentre sono tenuti in braccio da lottatori di sumo (organizzando vere e proprie gare di pianto, dove chi piange più forte viene considerato quello che crescerà più in salute), d’altro canto sono molto forti le rimostranze contro i rumori e i pianti dei bambini nei luoghi pubblici, cosa che rende decisamente difficile la vita alle mamme che lavorano, costrette a scarrozzare i propri pargoli tra una metro, una piazza e magari anche in aereo.

 

 

Piangere è ok! Per far fronte a questo problema due anni fa è nata la campagna We Love Babies Project, creata da un gruppo di donne giapponesi che hanno iniziato a distribuire adesivi con scritto «Naitemo iiyo!» (Piangere è ok!). Una mossa necessaria per rincuorare tante mamme che, preoccupate dagli sguardi di disapprovazione che vengono loro rivolti, portano i figli fuori il meno possibile. L’idea è nata da Akiko Shihara, saggista e madre di due bambini, che si vide pubblicamente rimproverare in un ristorante per non essere riuscita a far smettere di piangere il suo bambino. Memore di quanto già visto fare in passato nei confronti di altre mamme nella sua stessa condizione, Shihara decise allora di creare un adesivo che fosse un simbolo della battaglia: il viso di un bambino con scritto «Il pianto di un bambino non mi disturba». La campagna, subito sostenuta da altre mamme, è stata notata dal sito web woman.excite, che ha lanciato una campagna nazionale, sostenuta da molti negozi che hanno iniziato a distribuire gratis gli adesivi.

 

 

Un cambio di mentalità. Una campagna necessaria, anche valutando episodi come quello dell’ottobre 2014, quando un uomo, di fronte al rumore dei bambini di un asilo locale, ha minacciato un padre di un bambino di sei anni con un’accetta. In un paese dove per la prima volta nel 2017 sono nati meno di un milione di bambini (su una popolazione di 127 milioni) il pianto, allora, sembra essere diventato qualcosa di innaturale e insopportabile, al quale i giapponesi non sono più abituati. I bimbi nipponici, del resto, sono, assieme ai danesi e ai tedeschi, i meno inclini a piangere, forse proprio per effetto della vergogna che le loro madri provano quando, di fronte al pianto di uno di loro, vengono spesso guardate con estrema disapprovazione, considerate poco brave perché non riescono a zittire i figli. Il messaggio di “e We Love Babies Project, invece, vuole far capire alle mamme che alla maggioranza delle persone non importa che i loro bimbi piangano.

Serve, a quanto pare, un cambio di mentalità, anche per trovare una soluzione a uno dei tassi di natalità più bassi del mondo e all’apparente mancanza di consapevolezza di una serie di atteggiamenti perfettamente naturali (come il fatto che, soprattutto nei primi mesi di vita, sia normale che i bambini piangano senza poter essere consolati). Un cambio che forse – finalmente –  avverrà dopo l’aperto sostegno dimostrato alla campagna dai politici giapponesi, che in tredici hanno promesso il loro appoggio al We Love Babies Project, auspicando un cambiamento a livello governativo.

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