l'allarme

Gli effetti del lockdown: «Il 10 per cento delle attività rischia la chiusura»

Uno studio realizzato da Ascom Confcommercio indica che in Italia 270 mila imprese del commercio non riusciranno a superare la crisi. Servono contributi a fondo perduto.

Gli effetti del lockdown: «Il 10 per cento delle attività rischia la chiusura»
12 Maggio 2020 ore 07:11

Riaprire sì, ma a quali condizioni? Se non sarà una riapertura totale entro breve tempo, la situazione si farà dura per molti. Per fare un esempio, le condizioni dettate dal distanziamento riducono i posti al ristorante al punto che non è più conveniente riaprire. I costi fissi supererebbero di molto i ricavi. Ascom Confcommercio ha realizzato uno studio sul post fase 2 e lancia un allarme. In Italia sono quasi 270 mila le imprese del commercio e dei servizi che rischiano la chiusura definitiva – scrivono in un comunicato – se le condizioni economiche non dovessero migliorare rapidamente, con una riapertura piena a ottobre. Una stima prudenziale che potrebbe essere anche più elevata perché, oltre agli effetti economici derivanti dalla sospensione delle attività, va considerato anche il rischio, molto probabile, dell’azzeramento dei ricavi a causa della mancanza di domanda e dell’elevata incidenza dei costi fissi sui costi di esercizio totali che, per alcune imprese, arriva a sfiorare il 54%. Un rischio che incombe anche sulle imprese dei settori non sottoposti a lockdown. Questa la stima dell’Ufficio Studi Confcommercio del rischio di chiusura delle imprese del terziario di mercato.


Su un totale di oltre 2,7 milioni di imprese del commercio al dettaglio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi – prosegue la nota – quasi il 10% è soggetto a una potenziale chiusura definitiva. I settori più colpiti sarebbero gli ambulanti, i negozi di abbigliamento, gli alberghi, i bar e i ristoranti e le imprese legate alle attività di intrattenimento e alla cura della persona. Mentre, in assoluto, le perdite più consistenti si registrerebbero tra le professioni (-49 mila attività) e la ristorazione (-45 mila imprese). Per quanto riguarda la dimensione aziendale, il segmento più colpito sarebbe quello delle micro imprese – con 1 solo addetto e senza dipendenti – per le quali basterebbe solo una riduzione del 10% dei ricavi per determinarne la cessazione dell’attività. Si tratta di stime – conclude l’Ufficio Studi – che incorporano un rischio di mortalità delle imprese superiore al normale per tener conto del deterioramento del contesto economico, degli effetti della sospensione più o meno prolungata dell’attività, della maggiore presenza di ditte individuali all’interno di ciascun settore e del crollo dei consumi delle famiglie.


E allora che fare? «Ogni cancellazione d’imposta è benvenuta. Tanto più se, come nel caso dell’Irap, si tratta di un’imposta la cui base imponibile, ormai quasi completamente depurata della componente costo del lavoro, ricomprende però tanto gli interessi passivi, quanto gli utili. Ma questo intervento non potrebbe certo essere sostitutivo di indennizzi e contributi a fondo perduto a titolo di ristoro delle cadute di fatturato e ricavi causate dall’emergenza Covid-19. Anche perché le imprese più piccole, per le quali già vige un regime di parziale franchigia Irap, ne avrebbero ben poco beneficio».

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