Grasso li ha dichiarati irricevibili

Gli emendamenti di Calderoli e centomila miliardi di poesie

Gli emendamenti di Calderoli e centomila miliardi di poesie
29 Settembre 2015 ore 12:00

Il presidente del Senato Piero Grasso ha dichiarato irricevibili i milioni di emendamenti presentati dal senatore Calderoli. Ha motivato la decisione col fatto che la sola lettura dei testi avrebbe richiesto un tempo incalcolabile che avrebbe bloccato i lavori parlamentari per anni. SEL e la Lega hanno fatto presente il loro dissenso. Gli altri hanno tirato un sospiro di sollievo.

Il caso Calderoli ha un precedente letterario, che appartiene all’epoca del libro su carta e ai dispositivi analogici ma potrebbe essere trasferito agevolmente su quelli informatici o numériques come dicono in Francia. Si tratta del celeberrimo – fra gli appassionati – Cent mille milliard de poèmes (Centomila miliardi di poesie), frutto della fantasia allo stesso tempo rigorosa e inarrestabile del suo autore, Raymond Queneau, morto nel 1976 all’età di 73 anni. Queneau, oltre ad essere scrittore, poeta e drammaturgo era anche un matematico, nonché lettore, traduttore dall’inglese, membro del comitato di lettura della prestigiosa casa editrice Gallimard e, dal 1956, direttore dell’« Encyclopédie de la Pléiade » una collana di testi scientifici aggiornatissimi sui grandi problemi del sapere.

 

 

Cent mille milliard de poèmes è un iperlibro che, nelle intenzioni dichiarate dell’autore, avrebbe «permesso a tutti e a ciascuno di comporre a suo piacere centomila miliardi di sonetti, ovviamente tutti perfettamente regolari. In altre parole è una sorta di macchina per la produzione di sonetti, ma in numero limitato; è però vero che il numero indicato, per quanto limitato, fornisce letture per circa duecento milioni di anni (leggendo ventiquattro ore su ventiquattro)». Il libro-macchina di Queneau, realizzato fisicamente da Robert Massin, permette di combinare versi a piacere rispettando rigorosamente la forma del sonetto: due quartine seguite da due terzine. In tutto quattordici versi.

Quando viene aperto, il libro appare composto da dieci fogli, ciascuno dei quali diviso in quattordici strisce orizzontali, ciascuna delle quali ospita un verso. Il lettore, girando una striscia come fosse una pagina, ottiene una delle dieci versioni possibili del sonetto. Ovviamente può girare contemporaneamente quante strisce desidera scegliendo di ciascuna quello dei dieci versi che più gli si confà in quel momento, perché ogni verso ha lo stesso ritmo degli altri e la rima prevista in quella posizione, per mantenere la regolarità della composizione. Questa semplice macchina testuale è dunque in gradi di generare 1014 sonetti diversi: 1 seguito da 14 zeri.

Queneau ha calcolato così il tempo necessario alla lettura completa del suo generatore: fatto pari a 45 secondi il tempo necessario a leggere un sonetto e pari a 15 quello per girare le strisce, un lettore che dedicasse all’impresa 8 ore al giorno per 200 giorni all’anno ne avrebbe per oltre un milione di secoli di lettura. Se invece, pressato da esigenze – poniamo – di esami da dare, si impegnasse a leggere H24 (come dicono i militari) per 365 giorni all’anno, arriverebbe alla fine in 190.258.751 anni «plus quelques plombes et broquilles» (in argot, “qualche spicciolo d’ore e di minuti”) e, fra parentesi, (senza tener conto degli anni bisestili e di altri dettagli). I dettagli non sono specificati ma potrebbero includere i pasti, il sonno, e le conseguenze dei pasti.

 

Governo-Lega-Nord-Colle-Calderoli

 

Questo per quanto riguarda il tempo antico dei libri stampati. Se poi, digitando “machines textuelles” su Google, qualcuno desiderasse cominciare a misurarsi con «La sphère sémantique 1: computation, cognition, économie de l’information» di Pierre Levy avrebbe modo di prendere atto degli importanti cambiamenti posti in atto dall’applicazione dell’informatica alle generazione dei testi e prepararsi dunque una risposta meno amministrativa di quella del presidente Grasso in caso di nuovi assalti emendamentali al parlamento.

Per il momento l’unica forma di resistenza suggerita tendeva a limitare il numero delle varianti di una proposta di legge ricorrendo all’escamotage della firma manuale da parte del proponente. Ma forse è arrivato il momento di riconsiderare in maniera seria la nozione stessa di testo se non vogliamo che tra qualche tempo ci vediamo l’Italia invasa dagli A4 di Montecitorio e Palazzo Madama. Proviamo a pensare cosa potrebbe significare che 100 parlamentari, o anche solo 50 di loro, decidessero di generare testi di venti paragrafi (al posto dei 14 versi di Queneau) dotato ciascuno di quindici varianti (al posto delle 10 per verso). La nostra penisola affonderebbe sotto il peso della cellulosa, ammesso che le cartiere fossero in grado di produrre il materiale necessario.

Quanto pesano 1520 (15 seguito da 20 zeri) fogli A4 moltiplicati per 100 (o anche solo 50) parlamentari? Tanto.

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