Ma gli Usa si risentono

A che punto è la battaglia di Tikrit che ha riunito l’Iraq e l’Iran

A che punto è la battaglia di Tikrit che ha riunito l’Iraq e l’Iran
09 Marzo 2015 ore 13:03

La guerra contro lo Stato Islamico si fa sempre più cruenta. Nei pressi di Tikrit, la città che diede i natali a Saddam Hussein, da qualche giorno infuriano i combattimenti. A fronteggiare gli jihadisti ci sono almeno 30mila uomini, tra miliziani sciiti e forze dell’esercito iracheno. Si tratta di una controffensiva lanciata dall’Iraq iniziata domenica 1 marzo, tramite incursioni via terra e raid aerei. È la più grande operazione militare, oltre che la più difficile, lanciata contro lo Stato Islamico dall’Iraq che, a sorpresa, non ha chiesto aiuto a Washington e alle truppe della coalizione, ma all’Iran. A sostenere Baghdad, infatti, c’è Teheran, che ha fornito il sostegno per coordinare le operazioni sul campo. Moen al-Kadhimi, leader delle forze irachene di mobilitazione popolare, ha spiegato nei giorni scorsi che l’offensiva è coordinata insieme a Qasem Soleimani, comandante delle Quds Force, forze speciali della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Con loro anche i combattenti delle milizie di clan tribali sunniti lealisti.

Il risentimento americano. Il Pentagono ha dato parere negativo nei confronti dell’offensiva, motivando la critica con il fatto che le truppe irachene non sono ancora sufficientemente addestrate per sconfiggere il nemico. Gli analisti, però, ritengono che i veri motivi del risentimento americano risiedano nel fatto che l’Iraq ha voltato le spalle agli Stati Uniti e ha anticipato la grande campagna programmata per aprile/maggio e che avrebbe visto un contingente di 25mila uomini, curdi e iracheni, marciare verso Mosul con l’appoggio aereo americano. Sebbene la campagna di questi giorni sia stata ordinata dal premier e comandante generale delle Forze Armate irachene, Haider al-Abadi, a coordinare di fatto le truppe di terra sarebbe il temutissimo Iran.

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Critiche Usa, poi la convinzione. Dopo le prime critiche del Pentagono, il capo degli Stati Maggiori Riuniti americano, Martin Dempsey, si è detto convinto che l’Isis a Tikrit ha le ore contate, poiché si tratta di una battaglia tra decine di migliaia di soldati contro poche centinaia di jihadisti. Inoltre ha dichiarato che al momento non ci sono prove che l’esercito iraniano sia coinvolto nell’operazione sul terreno, cercando così di smorzare le polemiche e i sospetti degli alleati americani nel Golfo. In particolare quelle dei sauditi, dato che nei giorni scorsi il ministro degli Esteri saudita, Saud al Faisal, durante una conferenza stampa congiunta a Riad con il segretario di Stato Usa, John Kerry, aveva denunciato, citando le operazioni a Tikrit, come l’Iran stesse progressivamente “impossessandosi” dell’Iraq attraverso il supporto fornito a Baghdad nella lotta contro gli jihadisti al soldo di al Baghdadi.

L’importanza di Tikrit. A Tikrit oggi si gioca il futuro del Medio Oriente, con un Iran sempre più presente negli affari interni iracheni. Se gli jihadisti verranno davvero sconfitti l’Iraq, e con lui anche l’Occidente, dovranno ringraziare non poco l’Iran, che rende possibile con il suo appoggio logistico l’apertura della strada per la liberazione di Mosul e la sconfitta definitiva del Califfato. In tutto ciò dovranno anche essere ridefiniti, almeno a livello geopolitico, i rapporti tra sciiti e sunniti. A Tikrit si gioca anche la partita decisiva per il controllo del nuovo Iraq. La città infatti si trova a metà strada tra Mosul e Baghdad, ed è il capoluogo della provincia irachena di Salahuddin, abitata in prevalenza da sunniti. Qui il malcontento delle politiche filosciite dell’ex premier Nuri al Maliki, nell’estate scorsa fu il motore che permise all’Isis di avanzare e conquistare la città. Oggi Tikrit, dopo Mosul, è la principale roccaforte dello Stato Islamico in Iraq.

L’attacco da nord e da sud. Da nord e da sud sciiti e milizie irachene stanno marciando verso Tikrit preparando un’offensiva congiunta, alla quale gli jihadisti dell’Isis stanno rispondendo con l’incendio di pozzi petroliferi. Dalle informazioni fornite dal comando militare, i soldati avrebbero fatto irruzione nel quartiere di al Dour, periferia sud di Tikrit, che sarebbe stato liberato dalla presenza islamista. Tuttavia, non vi sono conferme di una pulizia completa della città e l’uso massiccio di esplosivi da parte dello Stato islamico avrebbe rallentato l’avanzata.

La resistenza jihadista ad al Karma. Si combatte da una settimana anche nella città di al Karma, nella provincia sunnita di Anbar, ma ancora non ci sono bilanci ufficiali da parte del governo centrale iracheno. La resistenza jihadista pare sia più forte del previsto, con i miliziani dell’Isis che hanno fatto ricorso al tiro di cecchini e a camion imbottiti di esplosivo, oltre alle tattiche di intimidazione terroristica ormai note. Il traffico di convogli militari tra Tikrit e Samarra, dove sta la base operativa dell’offensiva di riconquista, non ha fatto che intensificarsi. Un poliziotto iracheno ha dichiarato che Baghdad ha inviato i rinforzi, in particolare veicoli blindati equipaggiati con armi pesanti.

28mila sfollati. Finora la battaglia di Tikrit ha provocato 28mila sfollati, che vanno ad alimentare il già altissimo numero di sfollati totali nel Paese: 2 milioni e mezzo. Sono dati delle Nazioni Unite, che affermano si tratti di civili costretti a lasciare la città a causa dei combattimenti. Per accogliere queste persone in fuga sono stato allestiti due campi profughi: uno a Samarra, Samarra, 50 chilometri a sud di Tikrit, e l’altro nel distretto di Sharqi, tra le due città. L’Onu starebbe collaborando con l’alto comitato iracheno per l’assistenza agli sfollati nell’invio aiuti alimentari e medicinali.

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