Riti stagionali

Guanti di gomma, foulard in fronte e un solo ordine: «Bisogna pulire»

Guanti di gomma, foulard in fronte e un solo ordine: «Bisogna pulire»
Cronaca 25 Aprile 2018 ore 09:25

L’arrivo della primavera è un evento sempre atteso da tutti noi abitanti del Nord, dopo mesi e mesi di pioggia e freddo. Quando le giornate iniziano ad allungarsi ci sembra quasi un altro mondo. Sorridiamo, siamo meno scontrosi, ci piace anche alzarci per andare al lavoro perché il cielo finalmente è azzurro e non grigio-suicidio. Quando poi arriva il cambio dell’ora è fatta, ormai sentiamo l’estate alle porte.

«Bisognerà pulire». Tuttavia, personalmente c’è una sottile inquietudine che mi pervade, non saprei dire perché. Sembra tutto roseo. Eppure mi sento minacciata da un pericolo imminente, fin quando un bel giorno, mia madre mi esplicita l’evento funesto con una frase perentoria: «Bisognerà pulire». Se siete come me figlie di una madre amante della casa, sapete quale panico vi assale quando vi rendete conto che è di nuovo tempo delle pulizie di primavera. Ogni anno ci si dimentica, durante il lungo letargo invernale.

 

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Ogni anno vengo sorpresa da questo rito di passaggio stagionale come se fosse la prima volta. Eppure avrei potuto accorgermene da tanti piccoli indizi che nei giorni precedenti la massaia diabolica aveva seminato per la casa. Un giorno compare la scala, un giorno compare l’aspirapolvere a carrello, poi un set di stracci, poi una borsa con una scelta di detersivi da piccolo chimico e piano piano iniziano ad essere denudati i divani e tolte le tende. Il giorno in cui capite di star facendo la doccia con il vicino che vi spia, allora sappiate che è arrivato il momento dell’annuncio.

«Bisognerà pulire» dice la generalessa con indosso la divisa militare: guanti di gomma, ciabatta anti infortunistica, foulard alla fronte da kamikaze, grembiule con tasche a cartuccera per infilarci tutta la gamma di prodotti in ordine di utilizzo, sgrassatore-smacchiante-disinfettante-lucidante. L’astuta stratega sceglie proprio un giorno in cui non ho uno straccio di turno di lavoro che mi possa esentare dal compito e così mi tocca partecipare alle grandi manovre.

 

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Il potentissimo aspirapolvere. Primo passo, spostare i divani e i tavoli per stanare ogni granello di polvere che si è infilato negli angoli. L’aspirapolvere per le pulizie di primavera non è un normale aspirapolvere, ma un modello originariamente inventato per il recupero dei relitti dal fondo dell’oceano tramite risucchio. Se lo usate alla massima potenza non puntatelo addosso al vostro gatto perché rischia lo scalpo. Ma chissà quali abominevoli granelli di polvere si sono accumulati là sotto durante l’inverno, meglio quindi andare sul sicuro e aspirare via anche qualche mattonella. Se siete poi una famiglia di lettori, sarà il turno della libreria.

La libreria. Le librerie vanno ovviamente svuotate libro per libro, spolverate, oliate, lucidate e poi riempite di nuovo. Ma non pensiate di cavarvela così facilmente. Ogni libro va spolverato, fuori e dentro (non chiedetevi come, va fatto, bisogna pulire) e all’intero scaffale va dato poi “un senso”, come dice mia madre. A seconda della filosofia di vita di ogni padrona di casa, potreste dover ordinare i libri: a) per altezza crescente, e badate di non lasciare dislivelli eccessivi tra un volume e l’altro; b) per titolo; c) per autore; d) per genere (per veri esperti); e) per collana (per veri collezionisti); f) per colore (per finti letterati). Alla fine la vostra libreria farà invidia alla biblioteca nazionale e sarete quasi tentati di compilare un catalogo dei vostri possedimenti. Anche se per almeno un mese non potrete spostare nemmeno un libro, pena l’accecamento.

 

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La cucina, freezer compreso. Dopo la libreria è il momento della cucina. Quando si tratta di pulizia, non c’è luogo che dia più soddisfazione di questo. Via tutti gli oggetti dagli armadietti. Proibita la lavastoviglie, ogni pezzo va lavato e lucidato personalmente, con l’approvazione della madre che nel frattempo spruzza l’interno di ogni anta con la candeggina, rendendolo tossico e inadatto alla conservazione di alcunché di commestibile. Dopo tre ore con le mani ammollo nel lavello ogni singola stoviglia è stata lucidata ed è splendida splendente come se non fosse usata, ma il sacro furore delle pulizie di primavera è appena all’inizio. Mia madre fuma una sigaretta appoggiata al cucina e osserva con occhio da mantide religiosa il frigorifero. Spegne la cicca (senza produrre cenere) e poi dice: «C’è da scongelare il freezer». Notate come le massaie possedute dallo spirito della pulizia utilizzino verbi impersonali per sottolineare che non sono loro a volerlo, ma il cosmo. È un accadimento obbligato. Scongelare il freezer vuol dire ibernazione dei polpastrelli, sporco annacquato su tutto il pavimento e soprattutto una buona memoria. In ogni freezer che si rispetti ci sono stoccate scorte di cibo per ogni evenienza, a un livello di compressione tale che al confronto l’ultimo livello di tetris era uno scherzo.

 

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La vaporella. Ed è a questo punto che compare lo strumento del male. La vaporella. La divinità suprema per ogni madre igienista che si rispetti. Durante le pulizie di primavera in casa mia c’è così tanto vapore che pare di stare in un hammam. Con la vaporella viene disinfettato tutto. Dal divano al tappeto, dai vetri delle finestre alle scale esterne, dalla doccia alla cappa della cucina. E dopo che anche l’interno della caldaia ha subito uno sgrassamento, mia madre dice sempre questa frase: «Guarda come sono sporche le fughe del pavimento». Certo madre, come non notare queste sudicie fughe tra le piastrelle? Cosa diranno i nostri ospiti se ci presentiamo con delle fughe così sozze? E allora giù di vaporella a seimila gradi, e non è permesso fermarsi finché non è scomparsa anche la colla del piastrellista.

Poi arriva lui. Finalmente arriva la fine della giornata e la casa è talmente asettica che sembra uscita da un catalogo di design. Rientra mio padre come se nulla fosse accaduto da quando è uscito e dopo tutto questo immane lavoro mia madre chiede: «Ma non hai visto?». Io so che sta per commettere il solito errore e cerco di indicargli le fughe delle piastrelle o il lampadario o i libri geometricamente perfetti. Ma lui non coglie, e inesorabilmente risponde: «No, cosa?». Apocalisse.

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