Le tappe di una lotta intestina

La guerra in Procura a Milano riassunto delle puntate precedenti

La guerra in Procura a Milano riassunto delle puntate precedenti
09 Ottobre 2014 ore 00:24

Sono mesi, ormai, che nella Procura di Milano si sta consumando una battaglia interna fra il Procuratore capo Edmondo Bruti Liberati ed il Procuratore aggiunto Alfredo Robledo. L’ultimo colpo è quello inferto da Bruti Liberti che il 3 ottobre scorso ha rimosso Robledo dal coordinamento del Dipartimento reati contro la Pubblica Amministrazione per assegnarlo al Dipartimento esecuzioni penali. Mentre volano accuse e si preparano difese, noi vi proponiamo un sunto delle puntate precedenti.

I protagonisti. Edmondo Bruti Liberati, classe 1944, è il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano. Il suo ruolo è quello di dirigere l’ufficio della procura, organizzandone l’attività ed esercitando personalmente le funzioni di pubblico ministero o assegnandole, sulla base di criteri prestabiliti, agli altri magistrati operanti nell’ufficio. Alfredo Robledo, classe 1950, è Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Milano. Oltre ad esercitare le funzioni tipiche del pubblico ministero, il suo ruolo prevede la possibilità di sostituire il Procuratore capo in caso di assenza e di essere preposto alla cura di specifici settori. In particolare, fino a pochi giorni fa, Robledo era a capo del Dipartimento reati contro la Pubblica Amministrazione.

La denuncia al Csm. Ufficialmente, tutto inizia il 15 marzo scorso, quando Robledo invia un esposto al Consiglio superiore della magistratura (Csm) lamentando presunte irregolarità nell’assegnazione dei fascicoli e ritardi nelle iscrizioni nel registro degli indagati. Il Procuratore aggiunto parla, in particolare, di «una serie di non più episodici comportamenti con i quali il Procuratore capo Bruti Liberati, ha turbato e turba la regolarità e la normale conduzione dell’ufficio». Secondo Robledo, infatti, alcuni dei fascicoli che a suo avviso avrebbero dovuto essere trattati dal Dipartimento reati contro la Pubblica Amministrazione, sono stati assegnati da Bruti Liberati ai Procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Francesco Greco, a capo rispettivamente della Direzione distrettuale antimafia (Dda) e del Dipartimento reati finanziari.

I fascicoli della discordia. Sono numerosi e tutti molto delicati i fascicoli indicati da Robledo nella lista delle “assegnazioni anomale”. C’è, innanzitutto, il “processo Ruby”, il cui fascicolo fu assegnato alla Dda. Secondo Robledo, invece, avrebbe dovuto essere assegnato al suo dipartimento e ciò, in particolare, alla luce della natura dei reati per cui si indagava. Infatti, essendo il reato di “concussione” (che ha natura di reato contro la Pubblica Amministrazione) più grave di quello di “prostituzione minorile”, il fascicolo avrebbe dovuto essere assegnato al suo dipartimento, specificamente preposto alla repressione dei reati contro la Pubblica Amministrazione. Dello stesso avviso il pubblico ministero Ferdinando Pomarici – ex aggiunto responsabile della Dda – che fu colui che per primo definì «una violazione delle regole grave» l’assegnazione del fascicolo Ruby alla Boccassini.  Di contro, Bruti Liberati sostiene che non ci fu nessuna irregolarità e che, piuttosto, si trattò di una decisione condivisa con i colleghi interessati. Tesi, quest’ultima, avvallata anche dalle dichiarazioni di Ilda Boccassini e del Procuratore generale Manlio Minale.

Anomalie anche nel “caso Sea”, dove indagato era l’amministratore di F2i Vito Gamberale per presunta “turbativa d’asta” nella gara Sea. Il fascicolo, infatti, inizialmente non era andato a Robledo, competente per le turbative, ma al procuratore aggiunto Greco, che immediatamente lo aveva affidato al pm più esperto del suo pool Eugenio Fusco e coaffidato a sé stesso. In seguito, fu proprio Greco a “spogliarsene” con una lettera a Bruti Liberati «al fine di valutare la competenza di un altro dipartimento». Il fascicolo, tuttavia, venne “dimenticato” in cassaforte dal Procuratore capo fino a quando un’inchiesta giornalistica fece esplodere il caso e solo allora fu assegnato a Robledo. Secondo Greco, però, la dimenticanza – ammessa dallo stesso Bruti Liberati – fu solo un “atto incolpevole”.

Altro fascicolo segnalato è quello riguardante “l’inchiesta Formigoni”. Secondo Robledo, infatti, le prime accuse nei confronti dell’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni nell’ambito dell’inchiesta sul San Raffaele erano state mosse da testimoni già nel luglio del 2011 ma l’iscrizione per “corruzione” di Fromigoni è avvenuta con un anno di ritardo. Bruti Libertati si difende sostenendo che solo un anno dopo l’avvio delle indagini sarebbero emersero elementi sufficienti per iscrivere il reato di corruzione. Anche il pubblico ministero Greco conferma la tesi di del Procuratore capo per cui non ci fu nessun ritardo.

Anomalie anche nel “caso Sallusti”. Robledo si rifà ad un intervento del collega Pomarici durante un’assemblea della Procura di Milano, in cui aveva segnalato l’anomalia riguardante il caso del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, condannato alla reclusione per diffamazione. Secondo Pomarici, infatti, il Procuratore capo voleva che si facesse “un’eccezione” per Sallusti, concedendogli la detenzione domiciliare. Versione, questa, sostenuta anche dal Procuratore aggiunto Nunzia Gatto, ex responsabile dell’Ufficio esecuzione della Procura di Milano. Pare che di fronte alla richiesta di Bruti Liberati di compiere solo per Sallusti una sorta di “operazione chirurgica” i pubblici ministeri si ribellarono e che qualche giorno dopo il Procuratore capo emanò una direttiva con la quale stabilì che da quel momento in poi tutti i casi simili sarebbero stati trattati come quello di Sallusti.

Ancora, c’è il “caso Podestà”: «Tu non lo devi iscrivere lo iscrivi soltanto quando te lo dico io». Questo è quello che, secondo Robledo, gli avrebbe detto Bruti Liberati dopo che il Procuratore aggiunto lo aveva informato che una delle persone coinvolte nell’inchiesta sulle firme false a sostegno della lista Formigoni e del Pdl per le regionali del 2010 aveva chiamato in causa il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà. Diversa la versione di Bruti Liberati che sostiene di aver solo “umilmente” chiesto a Robledo di essere informato prima che lo stesso iscrivesse nel registro delle notizie di reato il presidente della Provincia di Milano.

Infine, Robledo ha portato davanti al Csm anche “l’inchiesta sull’Expo”, sostenendo che in quel procedimento ci fossero solo reati contro la Pubblica Amministrazione e che il suo dipartimento – che sarebbe stato quello competente – era stato penalizzato a vantaggio della Dda guidata dalla Boccassini.

Bruti Liberati ha risposto scrivendo una nota al Csm in cui spiega che le iniziative di Robledo «hanno determinato un reiterato intralcio alle indagini». Viene, inoltre, osservato che l’invio da parte di Robledo al Csm di copie di atti del procedimento ha anche «posto a grave rischio il segreto delle indagini».

Bruti Liberati passa all’attacco. Il 3 ottobre scorso il Procuratore capo ha deciso di rimuovere Robledo dal coordinamento del Dipartimento reati contro la Pubblica Amministrazione ed ha assunto personalmente tale ufficio. Robledo è stato, invece, temporaneamente destinato al Dipartimento esecuzione penale, che si occupa di far eseguire le sentenze passate in giudicato. A Robledo viene “concesso” di continuare a seguire i fascicoli di cui era coassegnatario o assegnatario unico. La revoca è un potere che la legge espressamente riconosce al Procuratore della Repubblica nel caso di contrasto sulle modalità di esercizio delle attività di indagine o nel caso in cui non siano osservati i principi e i criteri di tale esercizio.

Nelle motivazioni del provvedimento, Bruti Liberati descrive, fra gli altri, comportamenti di Robledo al limite della scorrettezza: «violazione del dovere di puntuale preventiva informazione al Procuratore della Repubblica degli sviluppi relativi alle indagini e delle iniziative in corso» e «l’avere sempre precluso la possibilità di una proficua collaborazione il I Dipartimento» (reato fallimentari, fiscali e societari, diretto dal Procuratore Greco). L’accusa più grave, però, è quella della gestione “opaca” di oltre 170 milioni sequestrati a 4 banche internazionali. Il riferimento è all’inchiesta in cui Robledo aveva il ruolo di pubblica accusa ed ottenne la condanna di quattro banche internazionali  (Ubs, Deutsche, Jp Morgan, Depfa Bank) che avevano venduto, senza necessaria informazione, dei titoli al comune di Milano.

Robledo, dal canto suo, si difende e, carte alla mano, sostiene di poter puntualmente giustificare le proprie azioni in merito ai 170 milioni sequestrati alle banche durante la suddetta inchiesta.

Bruti Liberati indagato a Brescia. Mercoledì 8 ottobre l’ultimo colpo di scena: il Corriere della Sera ha riportato la notizia che Bruti Liberati è indagato per omissione d’atti d’ufficio dalla Procura di Brescia (che per competenza si occupa dei reati delle toghe milanesi) in relazione all’inchiesta Sea-F2i. Bruti Liberati avrebbe appreso dalla stampa di essere indagato. L’inchiesta della Procura di Brescia non nascerebbe comunque da un esposto ai pm bresciani dell’aggiunto Robledo,

Non resta che aspettare la prossima puntata.

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