Il pallone globalizzato

Chi sono i tycoon stranieri sbarcati nel calcio italiano

Chi sono i tycoon stranieri sbarcati nel calcio italiano
21 Ottobre 2014 ore 08:30

Benvenuti nella globalizzazione. Altro che pane e salame, ormai il calcio è core business. Welcome, sir. Arrivano da tutto il mondo, i nuovi investitori del pallone. Perché ormai il nostro calcio non è più nostro e basta, è di chi lo paga. Come la ricerca di un nuovo eldorado, anche la Serie A (e non solo quella) è terra di nuove speranze per chi arriva da un mondo lontano. Dalla Cina o dall’America, la geografia del pallone sta cambiando.

ROMA

E un giorno arrivò James. «Ehi – disse – lo so quanto sono pazzi questi romani, ma voi non sapete quanto sono pazzo io». Era il 2011, e dopo una lunga trattativa sbarca nella capitale (giallorossa) James Pallotta. È lui il primo ad acquistare una big del nostro campionato. Manager italo-americano tra i maggiori amministratori di hedge fund dl mercato Usa, Pallotta dà subito una rinfrescata all’assetto della Roma. Crede in progetti concreti, punta sui giovani, vuole vincere. A Trigoria, dice ai suoi giocatori di «non avere paura» e si tuffa in piscina, il 9 gennaio. Durante la tournée americana ha fatto da Cicerone a tutti, girato l’America con la giacca a vento griffata di giallorosso e tagliato con Zeman una torta a forma di pallone preparata nel ristorante delle sorelle Carla e Christine. Ha un sogno: lasciare la Roma ai figli. «Siamo all’inizio, ma è la strada giusta per l’inizio di un decennio».

INTER

Poi è arrivato Erick Thohir, presidente indonesiano dell’Inter. Dopo una forte esperienza nel basket, Thohir si fissa con il calcio. Il suo primo investimento è in terra americana: il magnate diventa proprietario di maggioranza dei DC United, squadra di Washington militante nella Major League Soccer. Sposato con Elizabeth, è padre di quattro figli. C’è di che rimanere soddisfatti: il patrimonio netto di Thohir è calcolato in 25 miliardi di dollari. Nel 2013, alla prima conferenza stampa da presidente dell’Inter dirà: «Chi non salta rossonero è».

BOLOGNA

Passato a lungo per un puffarolo (cioè: uno che non mantiene le promesse), Joe Tacopina l’altro giorno è arrivato in Italia per firmare l’accordo che ha ceduto il Bologna a un gruppo di investitori americani. Dietro c’è anche Joey Saputo, già proprietario di una squadra canedese, erede di un impero caseario, più ricco di Moratti, e ora deciso a far tornare il Bologna la squadra che negli anni Sessanta faceva tremare il mondo. Tacopina & co. ci avevano già provato sei anni fa. Poi gli dissero: «Sei farlocco». E lui rispose: «What’s farlocco?». A distanza di tutto questo tempo, gli americani sono stati accolti come una speranza. Vogliono fare un nuovo stadio e riportare il club tra i primi cinque in Italia.

VENEZIA

Fndatore e presidente del Basketbol’nyj klub Chimki e del Futbol’nyj Klub Chimki, nel 2011 Jurij Korablin compra le quote dell’Unione Venezia e fonda la holding “Venice Football Academy”. Il 16 febbraio dello stesso diventa il primo presidente russo della storia del calcio italiano. Ovviamente le promesse sono sempre le stesse: «Torneremo in serie A» e «Abbiamo in cantiere un nuovo stadio». Per ora il Venezia sta risalendo lentamente di categoria. Ha messo a segno due (complicatissime) promozioni, e adesso in Lega Pro vorrebbe provare il grande salto.

PAVIA

In Lega Pro sono arrivati pure i cinesi. L’estate scorsa il Pavia è stato rilevato da un fondo asiatico, il Pingy Shanghai investment, affiancato da due emissari di Agenzia per l’Italia. In molti pensano più all’Expo che alle promozioni sul campo, ma per ora il nuovo gruppo ha messo tutti i soldi che doveva mettere. E infatti la squadra è prima in Lega Pro e punta dritto alla B. «A Mao piaceva il ping pong e in Cina tutti ci giocavano. All’attuale presidente Xi Jinping piace molto il calcio e tutto il Paese ne parla». Xiaodong Zhu, il presidente, ha detto anche di voler portare 100mila turisti a Pavia. E il Comune: «È anche l’occasione per valorizzare i prodotti del nostro territorio».

MONZA

Poi c’è Anthony Armstrong Emery, che nel maggio 2013 ha acquistato il Monza, a suo dire «un marchio conosciuto in tutto il mondo, strategicamente è in una posizione importante ed è vicinissima a Milano». Ma da quelle parti non se la passano granché. Nei giorni scorsi è spuntata la notizia di un ritardo nei pagamenti degli stipendi. Per poi scoprire che ci sono centinaia di investitori a Singapore che vogliono i soldi affidatati a Ecohouse, la società di Emery: sono 70 milioni di dollari. Lui manca da Monza da un mese, ma interviene via facebook. Chiude uffici nel mondo. E non è un buon segno.

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