Il Pd voterà per la decadenza

Il caso del senatore Azzollini e la nuova tegola per il governo

Il caso del senatore Azzollini e la nuova tegola per il governo
Cronaca 12 Giugno 2015 ore 13:10

Mercoledì 10 giugno è pervenuto a 10 persone un provvedimento di arresto da parte della procura di Trani, dovuto a reati di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere legati alla casa di cura Divina Provvidenza di Bisceglie, in provincia di Bari, recentemente dichiara fallita a causa di un enorme deficit di bilancio pari a circa 500 milioni di euro. Fra i 10 soggetti coinvolti, spicca il nome di Antonio Azzollini, già sindaco di Molffetta e dal 2001 senatore (oggi del Nuovo Centrodestra) e Presidente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama. La questione, oltre che le naturali conseguenza giudiziarie, è rilevante anche da un punto di vista politico: essendo senatore, infatti, Azzollini gode dell’immunità parlamentare. Finché sarà al Senato non sarà possibile avviare alcun tipo di processo nei suoi confronti. Ecco perché a Palazzo Madama si è deciso di votare per la decadenza di Azzollini, con conseguenti polemiche.

 

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La vicenda della Divina Provvidenza. Nel 2012, la procura di Trani, in cooperazione con la Guardia di Finanza di Bari, ha avviato un’indagine che aveva come oggetto la casa di cura Divina Provvidenza di Bisceglie, la quale all’epoca faceva segnare un colossale debito di 500 milioni di euro, di cui 350 nei confronti dello Stato. La Divina Provvidenza è una onlus che si occupa di persone affette da malattie psichiatriche: fondata nel 1922 da don Pasquale Uva, era fino a poco tempo fa gestita dalle suore della Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza. Come detto, la casa di cura si trovava in pessime condizione economiche, tanto che, nel 2013, venne posta in amministrazione straordinaria, situazione che si verifica quanto una società, azienda o ente rischia il crac. Ma già dall’anno prima le forza dell’ordine avevano sentito odore di bruciato alzarsi dai conti sballati della Divina Provvidenza e avevano deciso di capirci qualcosa di più.

Un sistema senza argini. Le indagini hanno ben presto rivelato una importante impalcatura economico-finanziaria dalle fondamenta illegali. La casa di cura, infatti, per evitare procedure di recupero crediti che avrebbero decretato la chiusura dell’ente, avrebbe predisposto una serie di misure fuori dalla legge e atte a mascherare i propri debiti. L’analisi dei movimenti dell’ente prima del commissariamento ha consentito di comprendere quelle che sarebbero le cause del default: una gestione svincolata dai criteri di una corretta amministrazione aziendale, in cui per decenni è mancata persino una contabilità e organi che controllassero la rispondenza ad economicità delle operazioni gestionali; un’inesauribile serie di appropriazioni, sperperi, dissipazioni, forniture fuori mercato con contratti a tutto favore dei terzi e a tutto danno dell’ente stesso; assunzioni clientelari in momenti di crisi, mentre contemporaneamente si procedeva a consistenti riduzioni di personale per poter accedere agli ammortizzatori sociali previsti dalle norme vigenti; assunzioni di personale inutile oppure destinato a mansioni del tutto svincolate dalle professionalità richieste. Il caso più clamoroso di sottrazione di patrimonio aziendale sarebbe rappresentato dagli oltre 30 milioni di euro e da un immobile intestato ad altri enti ecclesiastici fittizi, nel tentativo di sottrarli ai creditori e quindi anche allo Stato.

 

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Il coinvolgimento di Azzollini. In tutto questo, ecco il nome del senatore Antonio Azzollini: egli sarebbe entrato nell’amministrazione della Divina Provvidenza nel 2009, diventando, scrivono gli inquirenti, «capo indiscusso e indiscutibile dell’associazione a delinquere». Azzollini, secondo l’accusa, avrebbe fatto assumere all’interno della Congregazione tre suoi uomini che avrebbero a loro volta amministrato l’ente secondo i dettami del politico, controllando quotidianamente gli affari, pilotando assunzioni e rapporti negoziali, con tanto di trasmissione in anteprima, al senatore, dei principali provvedimenti attinenti la gestione. Per l’accusa, Azzollini avrebbe inoltre assicurato alla Congregazione la proroga legislativa della sospensione degli obblighi fiscali e contributivi per ritardare l’emersione dello stato di dissesto e, conseguentemente, per neutralizzare la richiesta di fallimento dell’ente. Il senatore di Ncd, dunque, è accusato di associazione a delinquere, concorso in bancarotta fraudolenta e corruzione per induzione.

L’aspetto politico della vicenda. Sull’eventuale colpevolezza di Azzollini sarà la magistratura a giudicare e ci vorrà sicuramente del tempo. Anche perché, nel mezzo, è necessario un passaggio fondamentale: la decadenza da senatore. Come detto, infatti, finché un parlamentare siede alla Camera o al Senato, gode dell’immunità, un privilegio che lo rende improcessabile da un punto di vista penale. Ecco perché, in casi del genere, il Parlamento è chiamato a votare a proposito della decadenza del soggetto. Ncd ha già fatto sapere che voterà contro la decadenza, poiché, si sostiene, dalle carte risulta evidente che il coinvolgimento di Azzollini non rileva assolutamente da un punto di vista penale. Nel partito di Angelino Alfano, però, molti si sarebbero aspettati l’appoggio del Pd, in qualità di alleato politico. Invece Matteo Renzi e i suoi hanno dichiarato che voteranno per la decadenza. L’arresto di Azzollini sarà quindi inevitabile visto che pare scontato il voto favorevole alla decadenza del resto dei senatori. Una decisione che ha generato molto malcontento in Ncd e alla vigilia dei fondamentali voti in Senato su riforma istituzionale e "Buona scuola", gli auspici sono tutt’altro che dei più favorevoli per il Governo, che a Palazzo Madama ha già una risicatissima maggioranza.