tre mesi così

Il diario del prof Noris: «Ho toccato il fondo della mia fragilità. Poi quelle bambine…»

«Con le video lezioni mi sono sentito obsoleto. Mi sono ammalato anch'io: la tentazione di lasciarsi andare, nulla dava più interesse. Mi ritrovavo solo, nascosto a piangere»

Il diario del prof Noris: «Ho toccato il fondo della mia fragilità. Poi quelle bambine…»
Val Seriana, 05 Giugno 2020 ore 14:21

Il professor Enzo Noris, albinese, docente di Lettere nei Licei, insegnante di Latino e Storia al Sant’Alessandro di Bergamo, esperto di vita e opere del Sommo Poeta nonché Presidente del Comitato di Bergamo della Società Dante Alighieri, ci propone una riflessione in tempo di pandemia, quasi un diario personale di quarantena nei giorni del coronavirus.

«Quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste» è il passaggio – del XXXI capitolo dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni – che cita per introdurci nel suo viaggio interiore, segnato da timori, dubbi e speranza… ritrovata anche grazie ai più piccoli.

[…]

«Quando anch’io ho cominciato a star male – e la cosa è durata per due settimane abbondanti – ho dovuto interrompere le video lezioni: la febbre insistente, una tosse fastidiosa che ti impedisce di parlare senza continue e penose interruzioni… Allora, quando sei malato, tutte le priorità saltano, non ti interessa più nulla, diventi cinico e insensibile, ripiegato su te stesso. Fai perfino fatica ad accorgerti di chi ti sta vicino e ti accudisce con amore e discrezione.

Quello che mi colpisce in questi giorni è che le raccomandazioni a essere positivi, lucidi, ad avere speranza, su di me sembrano avere un effetto piuttosto scarso. Anche la preghiera sembra un’attività inutile, la mia fede, l’amore per gli altri rischiano di affievolirsi e di lasciare il posto a un pessimismo malinconico, rassegnato. La tentazione sarebbe quella di lasciarsi andare. Molti amici, parenti, colleghi mi raggiungono con i loro messaggi di incoraggiamento; la cosa mi fa piacere, è un bel segno; mi è di conforto, soprattutto nei giorni in cui mi sembrava di aver perso la voglia di guarire e nulla mi dava più interesse, neppure la lettura, e a volte mi ritrovavo da solo, di nascosto per la vergogna, a piangere.

Mi è sembrato di aver toccato il fondo della mia più disarmante vulnerabilità, di una fragilità che non conoscevo…

Solo rare volte in passato avevo dovuto fare appello alla mia forza d’animo, per dar prova di carattere e superare delle prove che, a differenza di questa, erano circoscritte, visibili, affrontabili. Ma allora stavo bene, ero in salute e mi sentivo forte, sapevo che ce l’avrei fatta.

Ora invece il “nemico” da affrontare è subdolo, pervasivo, minaccioso, come la peste che vaga nelle tenebre, per dirla con le parole del Salmo 90. Hai la sensazione terribile che non ci si possa difendere più di tanto e che “uno sarà preso, l’altro lasciato”. In questi giorni, ho attraversato dei momenti nei quali ho dubitato. E non serviva a molto ricordare a me stesso che non ero – come tanti meno fortunati di me – in fin di vita, in una corsia d’ospedale, da solo, lontano dai miei cari…

Le bimbe del piano di sopra mi hanno strappato provvidenzialmente da questi pensieri negativi: corrono, saltano e giocano rumorosamente; la più grandicella mi ha fatto avere due letterine colorate con gli acquerelli: in una c’è un arcobaleno e nell’altra il ritratto di una bimba, forse un suo autoritratto. Sul retro le scritte: “Forza, Enzo! Andrà tutto bene. Se serve qualcosa ci siamo” e il numero di cellulare di mamma e papà».

L’articolo completo e altre notizie su Albino alle pagine 28 e 29 di PrimaBergamo in edicola fino all’11 giugno, oppure sull’edizione digitale QUI.

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