Cronaca
Il modello britannico ha brillato

Il medagliere di Rio sorride all'Italia Ma è tutto oro quel che luccica?

Il medagliere di Rio sorride all'Italia Ma è tutto oro quel che luccica?
Cronaca 24 Agosto 2016 ore 10:25

Qual è il senso del medagliere? La conta degli ori, degli argenti e dei bronzi a fine Olimpiadi vale il «ce l'ho - mi manca» delle figurine, o il numero dei metalli è ben più prezioso? Al netto dei dati, lo sport rende ancora possibile stilare una classifica di potenza e di efficienza. L'Italia, ad esempio, a Rio è entrata nella top ten: con 28 medaglie (8 ori, 12 argenti e 8 bronzi) ha chiuso l'Olimpiade al nono posto. Un risultato brillante, a cui segue però una riflessione. Agli ultimi Giochi hanno preso parte atleti di 207 Paesi (più di quanti ne conti l'Onu: 193), in dieci hanno conquistato il primo oro della loro storia: Fiji, Singapore, Bahrein, Kuwait, Vietnam, Tagikistan, Kosovo, Costa d'Avorio e Portorico. E 87 sono le Nazioni che hanno ottenuto medaglie, mentre a Londra, quattro anni fa, il conto si era chiuso a 85. La globalizzazione cambia (inevitabilmente) anche le geografia sportiva, apre a nuovi territori, nuovi mondi, dimostra che il sistema interno dei rispettivi Paesi (investimenti, nuove strutture, politiche giovanili) può produrre risultati di prestigio quasi sempre non casuali. Risultati sportivi, e dunque di ritorno d'immagine, di benessere, di potenza.

 

medagliere di rio

 

Il caso più significativo è quello della Gran Bretagna, che ha chiuso al secondo posto dietro (guarda un po') la superpotenza per eccellenza: gli Usa. C'è una ragione progettuale del perché la Gran Bretagna abbia raggiunto un numero così elevato di medaglie (67 in tutto: 27 ori, 23 argenti, 17 bronzi), ed è la scelta di investire nello sport. Ad Atlanta 1996 arrivò al 36esimo posto (un oro soltanto). Ad Atene e a Sydney il Regno Unito si piazzò decimo nel medagliere. A Pechino 2008 quarto, a Londra ottenne 65 medaglie, record fino a quest'ultima Olimpiade. Cosa è successo in questi vent'anni? Gli esperti attribuiscono le vittorie al fondo governativo UK Sport, un sistema finanziato in gran parte dalla lotteria nazionale. È un sistema semplice, che dà soldi alle federazioni sportive che se li meritano veramente grazie ai successi. È un sistema progressivo. A Londra 2012 la squadra di ciclismo vinse 12 medaglie ottenendo un plus nel finanziamento governativo per i quattro anni successivi: da 26 milioni di sterline a 30,2, il 16 percento in più. Com'è andata a Rio? Altre 12 medaglie. Un sistema, questo, che va di pari passo con i risultati ottenuti sul campo. Altro esempio: la ginnastica artistica per la prima volta nella storia ha ottenuto 6 medaglie (mai così tante) mentre il tennis tavolo, che non aveva ottenuto successi nel 2012, per Rio si è visto annullare i finanziamenti.

 

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Dunque, si sa, non è tutto oro quello che luccica. Delle 28 medaglie azzurre, 23 sono state vinte da atleti stipendiati dallo Stato, che li assiste nelle forze armate o nei corpi dello Stato. Pochi civili, insomma: due medaglie appena (Elia Viviani nell'omnium e Marco Innocenti nello skeet). Il Coni ha ricevuto dallo Stato, nel 2016, 405 milioni di euro: 269 sono andati alle Federazioni e 3,5 milioni alle Forze Armate. Lo sport azzurro si regge così da sempre, e questo - almeno - garantisce un risultato ogni quattro anni (pur sempre un risultato all'italiana). C'è del buono, lo dicono i numeri. In vent'anni, da Atlanta 1996 a Rio 2016, il nostro Paese si è sempre classificato tra il sesto posto (edizione 1996 con 35 medaglie) e il nono. A dimostrazione che, in fondo, nella mappatura mondiale noi non siamo così male. Resta da capire se il sistema reggerà ancora. Perché mentre da altre parti programmano politiche nuove (vedi il Regno Unito) o migliorano sistemi già collaudati (i college negli Usa, per esempio, o la Cina che sta facendo super investimenti), da noi tutto resta immutato e immutabile. Poche (o zero) ore di sport nelle scuole, non sempre adeguatamente strutturate. Ma certo finché il medagliere dice che siamo forti non c'è da preoccuparsi. O sì?

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