«Dare prima di prendere, come l'amore»

Perché il gioco del rugby educa

Perché il gioco del rugby educa
01 Dicembre 2015 ore 16:00

«Il rugby è come l’amore. Devi dare prima di prendere. Quando hai la palla è come fare l’amore. Devi pensare al piacere dell’altro prima che al tuo». Queste parole, pronunciate da Serge Blanco, uno dei più forti rugbisti di tutti i tempi, spiegano perfettamente il concetto base di uno sport che, da qualche anno a questa parte, sta prendendo sempre più piede anche in Italia. Un’idea di fondo, si diceva, riassumibile così: il rugby è condivisione totale, dare e ricevere per raggiungere l’obiettivo, la meta di uno è la meta di tutti. Sono le regole a imporlo, ma anche un senso di disponibilità al compagno che solo chi ha giocato a rugby può comprendere. Avanzare e sostenere, sostenere per poter ricominciare ad avanzare, ovviamente sostenendo di nuovo: pochi sport offrono al giocatore una dimensione del genere. Vale la pena, allora, tentare di capire a fondo questo sport, all’apparenza così brutale e violento, ma permeato di profonda nobiltà; uno sport, come diceva il giornalista ed ex giocatore Henry Blaha, «bestiale giocato da gentiluomini».

 

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È tutto nelle regole. Le regole pensate per una certa cosa, qualsiasi essa sia, lasciano spesso capire parecchio circa la considerazione che si intende dare all’oggetto regolato e a coloro che quelle norme devono rispettare. E le regole del rugby non si sottraggono a questo assioma. Basti pensare alla norma più nota di questo sport, per la sua stranezza e perché fondante di tutto il gioco: la palla può essere passata soltanto all’indietro. Perciò, a meno che non si intenda provare a farsi tutto il campo verso la linea di meta soli contro l’intera squadra avversaria, ed è davvero raro che questo porti a qualcosa, a rugby si gioca esclusivamente di squadra, tutti insieme. Niente solisti, niente genietti che vincono le partite da soli, occorre per forza di regole che l’intera squadra accompagni l’azione, il singolo uomo che in quel momento ha l’ovale fra le mani. Il quale ha strettamente bisogno di essere circondato dai propri compagni, di sapere che in qualsiasi momento possa girare la palla a destra o a sinistra e che ci sia qualcuno pronto a riceverla. Si avanza, dunque, solo sostenendo, facendosi magari 100 metri di campo di corsa e arrivare al fondo essendo stati perfettamente inutili ai fini dell’azione; ma si deve essere sempre pronti, sempre disponibili. Discorso che vale per l’attacco tanto quanto per la difesa: se non si difende tutti e 15, ci sarà sempre uno spazio scoperto, un uomo libero, un compagno a cui non si è dato il giusto appoggio; a rugby si attacca in 15 e si difende in 15. Non ci sono alternative. Eccezion fatta, poi, per il “drop”, ovvero per il calcio al pallone direttamente fra i pali avversari, la palla va portata e schiacciata direttamente oltre la linea di meta: nessun tentativo da lontano, a rugby non si può vincere una partita mantenendosi, per così dire, coperti e timorosi. La palla deve essere portata fino in fondo, non c’è scampo. Sempre, naturalmente, in 15. E come si difende, a rugby? Placcando, naturalmente, ovvero compiendo quel gesto che pare così violento e brutale ma che nasconde una precisa etica e un profondo rispetto per l’avversario: niente prese dalle spalle in su, se si solleva l’avversario da terra si è obbligati ad accompagnarlo nella caduta, e si può placcare solo chi ha la palla fra le mani (al contrario, ad esempio, del football, dove si può abbattere qualsiasi giocatore). Quelle elencate sono solo alcune delle regole fondamentali, si potrebbe andare avanti invischiandosi nel ginepraio delle touche, delle mischie e dei mark. Ma bastano le poche linee tracciate per capire che il rugby è molto più che un semplice e brutale sfogo camuffato da sport.

 

Chabal_Rugby_Racing_vs_Stade_Toulousain_311009

 

«Il rugby è una voce del verbo “dare”». Così scrisse un giorno Marco Pastonesi, firma della Gazzetta dello Sport. E aveva perfettamente ragione: non c’è nulla che educhi alla condivisione e alla considerazione dell’altro come il rugby. La collaborazione è fondamentale per raggiungere il comune obiettivo, andare a meta, raggiunto attraverso un sostegno spesso privo di lustro. Ogni sportivo è naturalmente predisposto a concentrarsi prima sulla propria persona e sulle proprie potenzialità, poi sulla cooperazione con il gruppo; il rugby impone esattamente l’opposto: prima comprendere le necessità dalla squadra e, in particolare, del singolo compagno, e poi capire come mettersi a disposizione nella maniera più adeguata. Senza questo spirito collaborativo, a rugby non si può nemmeno pensare di giocarci. È uno sport in cui decade l’agonismo individuale, il virtuosismo del singolo, per lasciare posto all’ascesa del gruppo, nel quale le singole competitività prima si compongono, e poi si fondono secondo schemi prestabiliti, traducendo i contributi e le capacità di tutti nello sviluppo del gioco e della dinamica di squadra. Si è parlato, inoltre, di un particolare rispetto per l’avversario: oltre a regole potremmo dire “d’ingaggio” come quelle descritte, nel rugby si sviluppa un rapporto con i rivali che non è reperibile in altri sport. Basta guardare una partita per notare immediatamente l’estrema correttezza, quasi una forma di cavalleria, che si instaura con gli avversari, nonostante ci si prenda reciprocamente a botte per 80 minuti buoni. Perché accade questo? Chissà, è una cosa che quasi non è possibile spiegare, ma che ci si può solo limitare a constatare, durante la partita e anche immediatamente dopo, con i famosi “terzi tempi”. In conclusione, come summa di tutto quanto detto finora, può essere sufficiente riportare una frase del giornalista sportivo Luciano Ravagnani, che ben inquadra cosa significhi giocare a questo sport: «Il rugby è lo sport più aderente alle esigenze di ogni giorno: lavoro, impegno, sofferenze, gioie, timori, esaltazioni. Non è uno sport da protagonisti, ma una somma di sacrifici».

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