Gjergj, Frrokaj e Vorfi

Il sottile filo rosso che unisce i tre albanesi uccisi nella Bassa

Il sottile filo rosso che unisce i tre albanesi uccisi nella Bassa
05 Dicembre 2015 ore 17:05

Gjoni Gjergj, Arben Vorfi e Valentin Frrokaj. Sono i nomi di tre albanesi morti in altrettanti recenti casi di cronaca che hanno scosso le province di Milano e Bergamo. Non stinchi di santo, ma anche vittime, visto che tutti e tre sono stati uccisi da colpi di pistola: Gjergj e Frrokaj mentre compivano rapine in villa, Vorfi brutalmente giustiziato nel suo appartamento di Treviglio. Persone diverse, vite diverse e storie diverse, che però, nel loro svolgimento, si sono incontrate. Gjergj, Vorfi e Frrokaj, infatti, si conoscevano, così come si conosce gran parte della comunità albanese che negli anni si è insediata in quella striscia di terra e aziende che porta da Milano a Brescia. È qui che si è insediata e integrata una delle più numerose comunità albanesi lontano da Tirana ed è qui che un sottile filo rosso collega i tre protagonisti di queste tragiche storie.

 

Gjergj, il ladro di Vaprio

Gjergj Gjoni

Gjergj Gjoni è morto la notte tra il 20 e il 21 ottobre a Vaprio d’Adda, ucciso da un colpo di pistola sparato da Francesco Sicignano, pensionato di 65 anni che aveva colto il 22enne albanese, insieme ad alcuni complici, nella sua abitazione. Stando agli ultimi risultati delle indagini compiute dai Ris di Parma, pare che Sicignano, il quale ha sfruttato la ribalta mediatica post-omicidio per portare la sua battaglia sulla sicurezza anche in politica candidandosi come consigliere comunale di Milano nelle fila di Forza Italia per le prossime elezioni amministrative, abbia sparato a Gjergj mentre questo si trovava ancora all’interno della casa. Agonizzante, il giovane albanese è riuscito a trascinarsi sulle scale esterne dell’abitazione prima di morire.

Mentre gli inquirenti portavano avanti le indagini sull’omicidio, parallelamente hanno continuato le ricerche dei complici di Gjergj, spariti nel nulla dopo la tragica sera del 20 ottobre. La svolta è arrivata il 4 dicembre: i Carabinieri di Monza hanno arrestato tre albanesi a Fara Gera d’Adda, accusandoli di aver compiuto ben 6 furti in appartamento tra l’8 e il 16 novembre, a Trezzano Rosa (Milano, al confine con la provincia di Bergamo) e in diversi Comuni della Bergamasca. Ma soprattutto i tre sono accusati di essere i complici di Gjergj. Dalle intercettazioni telefoniche attraverso cui si è arrivati al loro arresto, infatti, è emerso che i tre conoscevano bene il 22enne ucciso e parlavano spesso, con dovizia di particolari, della sparatoria in cui è rimasto vittima. Prove concrete che colleghino i tre arrestati (rispettivamente di 25, 26 e 32 anni) al caso di Vaprio al momento non ce ne sono. Ma gli inquirenti ne sono convinti, come sarebbero convinti del fatto che dietro alla loro sparizione dopo il colpo di Vaprio si nasconda l’importante appoggio di una figura influente della comunità albanese residente tra Milano e Bergamo che farebbe il doppio gioco: da un lato stimato e ricco professionista, dall’altro agganciato a giri criminali. La stessa figura che, stando a quanto riportato dall’edizione milanese del Corriere della Sera, avrebbe dato riparo e appoggio a Valentin Frrokaj.

 

Frrokaj, il bandito ucciso a Rodano

frrokaj

Valentin Frrokaj era un criminale fatto e finito. Chi lo conosceva sapeva bene che con lui non si scherzava: il suo ghigno faceva paura a tutti. Basta parlare con i tanti (bravi) ragazzi albanesi della Bassa per scoprire che Frrokaj era uno che non scherzava. Chi pestava i piedi a lui, rischiava la vita. A morire, invece, è stato lui, la sera del 24 novembre in una villetta a due piani in via Matteotti a Lucino di Rodano, nel Milanese. Frrokaj era lì insieme a due complici, intenzionato a mettere a segno l’ennesima rapina in villa della sua non certo invidiabile carriera criminale. Le cose, però, sono andate diversamente dai suoi piani: Rodolfo Corazzo, 59enne gioielliere vittima della rapina, ha reagito e con un colpo di pistola ha ucciso Frrokaj.

37 anni, Frrokaj era un volto noto alle forze dell’ordine visto che sarebbe dovuto essere in carcere la sera in cui è morto. Peccato che, nonostante la condanna all’ergastolo che avrebbe dovuto scontare per l’uccisione di un suo connazionale avvenuta a Brescia nel 2007, era riuscito a evadere per ben due volte. La prima nel 2013, dal carcere di Parma, la seconda nel maggio 2014, dal carcere Pagliarelli di Palermo. Tra le due fughe un nuova cattura, portata a termine dai Carabinieri di Cassano d’Adda (città al confine tra la provincia milanese e quella bergamasca), che l’avevano trovato che vagava con una pistola carica nella cintura. Nelle foto segnaletiche sorride sprezzante, quasi fosse certo che nessuno avrebbe potuto fermarlo. La sua fuga dal carcere palermitano fu talmente assurda da parere finta: dopo aver tagliato le sbarre della finestra della sua cella, si era calato all’esterno con una corda fatta con le lenzuola. Roba da film, ma qua siamo nel mondo reale.

Una volta fuggito dalla Sicilia, Frrokaj fece perdere le sue tracce, almeno alle forze dell’ordine. La comunità albanese della Bassa, invece, sapeva bene che era tornato nelle “sue zone”, quelle dove prima di finire in cella nel 2007 gestiva un proficuo giro di prostitute. Com’è possibile che per oltre un anno gli inquirenti non siano riusciti a trovarlo? Si ipotizza che Frrokaj abbia goduto dell’aiuto della stessa influente figura che ha aiutato i complici di Gjergj a far perdere le proprie tracce dopo la rapina finita male e Vaprio, lo stesso uomo che ora starebbe dando appoggio ai complici di Frrokaj, ancora in fuga. Ma il 37enne non era uno abituato a stare in silenzio, a tenere un profilo basso. Chi lo ha visto dopo l’evasione dal carcere palermitano lo descrive come una furia, un uomo assetato di vendetta nei confronti di chi aveva osato prendere il suo posto nella gestione del racket di prostitute della zona. In più di un’occasione aveva promesso che l’avrebbe fatta pagare a chi aveva osato sostituirlo. Già in passato era finito a scontrarsi con alcuni connazionali, a suo parere rei di aver intralciato i suoi affari. Tra questi c’era anche Arben Vorfi.

 

Vorfi, giustiziato a Treviglio

arben vorfi

A differenza dei suoi due connazionali, Arben Vorfi non è stato ucciso durante una rapina finita male. Nella notte tra il 17 e il 18 novembre il 29enne albanese si trovava nel suo appartamento di Treviglio quando qualcuno è andato da lui e l’ha freddato con tre colpi di pistola alla testa. Una vera e propria esecuzione, passata più sottotono sui media ma inquietante nelle modalità con cui stata compiuta. A ritrovare il cadavere è stato un amico della vittima, mercoledì 18 novembre: era andato a trovarlo preoccupato dal fatto che Vorfi non si facesse vivo da molte ore. Gli inquirenti, stando ai racconti di alcuni vicini del 29enne, ipotizzano che l’omicidio sia avvenuto diverse ore prima. Ma oltre a questo, le indagini sull’omicidio, a distanza di giorni, hanno fatto ben pochi passi avanti.

Vorfi, così come Gjergj e Frrokaj, non aveva la fedina penale pulita: in passato era stato in galera per avere fatto parte della banda specializzata in colpi e spaccate notturne ai danni di bar ed esercizi commerciali distribuiti tra la Bergamasca, il Milanese e la Brianza. Ma Vorfi era anche dentro al business della prostituzione, motivo per cui, secondo diversi testimoni, qualche tempo fa era finito alle mani proprio con Frrokaj. Vorfi dalla sua aveva il fisico e ad avere la peggio nella rissa fu il 37enne albanese, all’epoca già evaso una volta. Per questo motivo chi conosceva bene Vorfi pensa che dietro alla sua morte si possa nascondere proprio la mano affamata di vendetta di Frrokaj. Gli inquirenti, però, sembrano aver seguito altre strade: Vorfi lavorava come buttafuori in una discoteca di Milano frequentata abitualmente da diversi esponenti di bande albanesi e rumene e, secondo le informazioni rilasciate dalle forze dell’ordine, sarebbero proprio alcuni membri di queste ad aver voluto punire Vorfi per qualche sgarbo. Una pista credibile, ma fumosa, che ancora non ha portato a nulla. E che, secondo la comunità albanese della Bassa, non porterà a nulla. «Non gli interessa scoprire chi è stato. Per loro è solo un albanese in meno» dice qualcuno di loro, rassegnato. E ora che Frrokaj è morto pare ci sia ancora meno interesse nel seguire questa pista: se veramente fosse stato lui a uccidere Vorfi, non pagherebbe nessuno.

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